Crea sito

Un tranquillo soggiorno di paura

Posted by on Feb 13, 2019 in Horror, Racconti brevi

Un tranquillo soggiorno di paura
L’annuncio diceva: “visita guidata in mezzo ai fiordi, si accettano prenotazioni. Venite a scoprire le meraviglie della natura in Norvegia d’estate e le montagne innevate d’inverno. Ottimo cibo a base di pesce, accoglienti camere in ostello + finestre dove scorgere l’aurora boreale, prezzi competitivi. Si accettano pagamenti con carta di credito e perfino contanti in euro per i membri dell’unione, divertimento assicurato.”
 
Strano però che su TripAdvisor di questa locanda non se ne trovasse traccia, probabilmente era situata troppo a nord del continente scandinavo, rispetto al resto delle consuete catene di attività ricettive, le fotografie allettanti sul sito e i prezzi poco al di sotto della media effettivamente risultavano allettanti per tanti viaggiatori dell’ultimo minuto.
 
Francois e Giselle, una giovane coppia francese, sognavano di fare quella vacanza ormai da tre anni e, visto che padroneggiavano bene l’inglese, non persero tempo a prenotare una camera presso il Fin Utsikt Hostel. I due innamorati si erano proprio dati da fare per mettere via dei risparmi, la Norvegia è famigerata per essere uno dei posti più cari del mondo, nonostante ciò Francois e la sua ragazza sbrigarono le pratiche per ottenere il passaporto il prima possibile e imbarcarsi sul primo aereo. Per risparmiare sul volo la tratta comprendeva due scali: il primo a Copenaghen e il secondo a Oslo, ma per raggiungere la parte nord occidentale della loro destinazione definitiva, gli spettava prendere un ultimo volo charter che li avrebbe accompagnati all’aeroporto di Bardufoss. Di solito, i turisti più abbienti preferiscono fare tappa in tutta la Scandinavia, godendo delle settimane da trascorrere anche in Svezia e Finlandia, concludendo le loro vacanze in Norvegia usufruendo di questi pacchetti, arrivando a vedere al massimo le due città più grandi Oslo, la capitale, oppure Bergen. Purtroppo Francois aveva aperto uno studio da notaio solo da due anni e Giselle era da poco diventata maestra d’asilo attraverso un contratto indeterminato. Una vacanza era l’ideale per festeggiare e contemplare il progetto del matrimonio, d’altronde la casa in cui andare a vivere ce l’avevano già.
 
A febbraio inoltrato il panorama, visto dalla cabina dell’aereo intercontinentale, appariva come uno spettacolo imbiancato nel quale il mare scuro del nord faceva da contrasto unitamente alle luci delle piccole case di legno rosse e bianche che si affacciavano sulla costa. Giselle, sebbene cominciasse ad accusare la stanchezza del viaggio e lo stress degli scali, era visibilmente emozionata, mentre il suo fidanzato continuava a controllare e ricontrollare ogni prossimo dettaglio dei loro spostamenti. Ad aspettarli all’aeroporto dell’ultimo scalo c’era Jeremy Walsh, un cinquantenne attempato dall’aria scanzonata vestito come un eschimese e grande consumatore di sigari. La sua figura spiccava senza troppa difficoltà in mezzo al panorama rigido che teneva gli abitanti di Oslo prigionieri del clima inclemente.
 
«Benvenuti tra i vichinghi» esordì la guida alzando una mano, «sono Jeremy Walsh, vi farò compagnia per tutto il periodo della vostra vacanza e mi assicurerò che non vi perdiate» proseguì presentandosi, «vi stringerei la mano ma ho i guanti così spessi che credo sia del tutto inutile» concluse.
Francois rispose altrettanto cordialmente ma il suo sorriso si spense subito dopo, quando realizzò che il loro ultimo volo si sarebbe compiuto a bordo di un piccolo velivolo bimotore a quattro posti.
 
«Scusi, sarebbe quello il suo aereo?» chiese il francese indicando con il braccio teso.
«Sì, in questa stagione non ricevo molte prenotazioni, per questo viaggio basta e avanza. Complimenti per il suo inglese, comunque.» commentò la guida.
Giselle era troppo rapita dagli eventi e non faceva altro che scattare fotografie e salutare estranei incappucciati sepolti sotto spessi centimetri di giubbotti impellicciati.
 
– Avrebbero fatto meglio a restare a Oslo. Più posti da visitare, più gente a cui chiedere aiuto in caso di emergenza. –
 
Saliti a bordo dell’aeroplano la coppia esplose in un chiacchiericcio interminabile. Uno straordinario tramonto rapì immediatamente la loro attenzione, ma avrebbero desiderato ugualmente di trascorrere qualche minuto in più in aeroporto che dall’alto sembrava immenso, e magari comprare qualche souvenir da mettere in valigia. Ma non c’era tempo. Jeremy fece sapere dell’arrivo imminente di una tempesta di neve e dovevano sbrigarsi, pena il blocco a tempo indeterminato in loco.
 
Il piccolo velivolo non avanzava stabilmente come i normali aerei di linea, il pilota compiva spettacolari virate talvolta improvvise che faceva strabuzzare gli occhi dei passeggeri, ma regalava anche angolazioni mozzafiato perfette per cogliere scatti fotografici dell’ambiente sottostante.
Per scusarsi delle manovre azzardate, Jeremy raccontò ai due delle sue passate esperienze come pilota soccorritore in guerra nel medio oriente e approvvigionatore di medicine in Africa. In giro per il mondo prese perfino diverse licenze di caccia e porto d’armi per i fucili, inoltre da quando è andato a vivere in Norvegia, ha appreso l’abilità di scuoiare piccoli animali, pulire i salmoni e cucinarli.
 
«Sì, perché a dire il vero, io sono nato in Irlanda, lo avrete sicuramente capito dall’accento. Dopo i trent’anni però, ho cominciato a vagare in lungo in largo…» raccontava soddisfatto di se stesso, tenendo l’umore dei suoi clienti il più alto possibile.
Più si dirigevano a nord più il panorama si faceva desolato e inospitale. Montagne irte dalle vette pericolosamente schiarite si innalzavano dalla costa fino in cielo, mimetizzandosi tra le nubi appena al di sotto della quota in cui volavano i protagonisti di questa bizzarra storia. Francois e Giselle annuivano e ammiccavano sorrisi di circostanza, ma dentro di loro continuavano a guardare dai finestrini nella speranza di avvistare altre città dopo Bergen, dei piccoli insediamenti o attività turistico ricettive, piste da scii, funivie o persino rifugi di soccorso. Niente.
 
Dopo un’ora di volo abbondante, per non dire interminabile, l’ultima virata fu compiuta per raggiungere un piccolo spiazzo che fungeva da pista.
«Non fate caso all’apparente desolazione, lo chalet che avete prenotato è qui vicino e dietro quella montagna si trovano tutte le attrazioni pubblicizzate nei depliant e sul sito internet.» si affrettò a spiegare il loro stravagante Cicerone.
 
La sera giunse in fretta subito dopo le tre del pomeriggio, e l’idea di stare rinchiusi in una stanza all’interno di una struttura, a primo acchito dispersa nel nulla a causa di una tormenta di neve, faceva presagire che sarebbe durata molto a lungo.
 
Lo chalet ai piedi della collina era molto grande, dall’aspetto decisamente rustico, tuttavia la quantità di neve sparsa sopra ogni cosa limitava la godibilità dei dettagli. All’interno gli ospiti scoprirono un posto molto accogliente e pulito, arredato con cura anche se un misto di design moderno dei suppellettili faceva a cazzotti con i trofei di caccia appesi sulle pareti o con gli animali imbalsamati sparsi in ogni perimetro.
 
«Finalmente al caldo!» esultò Giselle, alla vista del camino.
«Oh, non fatevi ingannare, ogni tanto butto giù qualche pezzo di legno per fare scena, ma il lavoro sporco lo fa l’impianto centralizzato del riscaldamento» intervenne Jeremy.
«Questo posto è tutto suo o lo gestisce soltanto?» chiese Francois per accendere una discussione formale.
«No, in verità è proprietà dei beni culturali norvegesi. Quando mi sono deciso a prenderla in gestione era solo una catapecchia, poi ci ho investito dei soldi e qui sono molto disponibili a supportare le attività locali. Il turismo fa bene sempre e comunque! D’estate mi faccio aiutare da alcuni dipendenti e faccio uso di un aereo più grande. Ma ora basta con le chiacchiere, andate a sistemare i bagagli nella vostra stanza, qui si cena presto, alle diciotto circa, minuto più, minuto meno. Spero vi piaccia il menù a base di pesce. Il salmone come lo preferite? affumicato? al forno? saltato in padella?»
«Ci fidiamo di lei, ci stupisca!» rispose Giselle.
 
I due turisti si accomodarono nel proprio alloggio, i conti però, non gli tornavano.
«Possibile che a febbraio ci siamo solo noi due, in un posto simile?» domandò Francois alla sua ragazza.
«Hai ragione, è davvero strano. Penso che ci annoieremo a morte, oggi. Davvero non ci sono attività serali qua intorno?» rifletté Giselle.
«Non so.» disse Francois stringendosi sulle spalle, «Usiamo i telefoni e ricontrolliamo il sito internet, magari ci rinfrescheremo la memoria.»
«Ah, il segnale è davvero scarso, sarà colpa della tormenta?» ragionò Giselle esprimendo un broncio.
«Domani faremo una passeggiata di perlustrazione, tormenta o no, sono curioso di scoprire cosa ci aspetta dietro quella montagna. Vedrai ci divertiremo.»
«Chissà, magari incontreremo qualche altra coppia francese!» esclamò Giselle, sorridendo.
 
– Sarebbe stato così? –
 
Nella camera dei due turisti si trovava una finestra che dava proprio sulla sponda rocciosa tanto millantata e faceva parte di una combinazione totale di cinque spaziosi alloggi, dotati di letti matrimoniali, scrivania, televisione e piccoli armadi. L’unica nota di demerito che la coppia si sarebbe presumibilmente affrettata ad evidenziare sui siti dedicati, era il bagno in comune. Molto grande e pulito, ad onor del vero, e se consideriamo che il posto non era occupato praticamente da nessuno, alla fine, inserire poche stelle in recensione rischiava di rivelarsi alquanto scortese. Le trasmissioni televisive strettamente in norvegese si dimostrarono praticamente incomprensibili, una eventualità del tutto plausibile, ma ugualmente noiosa. Senza perdere altro tempo, Francois e Giselle sentenziarono per fare l’amore prima dell’ora di cena, una delle poche attività in cui rimase margine di manovra per sprecare le ultime energie.
 
Dalla cucina iniziava ad arrivare già un delizioso profumo di spezie esotiche e contorni, lo chef era ormai pronto per dedicarsi al piatto principale.
«Vado a fare una doccia.» disse il fidanzato di Giselle, prima di recarsi a tavola.
La sua amata cedette volentieri il posto, si sarebbe lavata prima di andare a dormire, o almeno così progettò in quel momento.
 
– Si diresse in cucina e da lì non fece più ritorno. –
 
Non appena la donna mise piede nella stanza principale del Fin Utsikt Hostel, il vecchio ma robusto Jeremy pose una mano sulla bocca di Giselle per non farla gridare e la strinse da dietro con tutta la sua forza. La donna prese a dimenarsi più che poteva, ma niente riusciva a smuovere l’energumeno che la teneva in ostaggio.
«Mi dispiace, dolce fanciulla, ho paura che per stasera avverrà un drastico cambiamento di programma.» commentò prezzante lo spietato locandiere. Dagli occhi di Giselle affiorarono le prime lacrime di disperazione e paura, non c’erano più dubbi, ormai, l’uomo si mostrò in tutta la sua vera spregiudicata natura: un solitario cannibale affamato di carne umana.
 
Senza perdere altro tempo, afferrò un coltello molto grande e affilato e in men che non si dica squarciò la trachea della donna lasciandola agonizzante e sanguinante, appoggiata al lavandino della cucina. “Un vero peccato per il parquet in legno grondante di sangue.” – pensava sicuramente l’assassino, ma nella sua mente malata e contorta si sarebbe sobbarcato l’onere delle pulizie straordinarie in vista dei crimini di cui si stava macchiando.
«Shhh… fai piano mentre muori, non vogliamo attirare l’attenzione del tuo ragazzo così presto, vero? rovinerebbe tutto, credimi.» sussurrava a bassa voce Walsh, con uno sguardo spiritato da pazzoide. «Lo so, in questo momento ti starai chiedendo che razza di spietato bastardo io sia in realtà, ma vedi… la storia è molto lunga, diciamo solo che gli anni mi hanno cambiato.»
 
Giselle morì pochi istanti dopo, accasciandosi a terra con lo sguardo ormai fisso nel nulla e le pupille dilatate. Per lei era la fine.
All’improvviso lo scroscio dell’acqua in bagno cessò. Francois stava anch’egli andando incontro al suo nefasto destino e, veloce come un felino, l’albergatore assassino si precipitò in uno sgabuzzino per agguantare uno dei suoi fucili. Li teneva tutti carichi, il bastardo, non poteva sapere quando un essere umano o qualunque altro essere vivente si fosse deciso a passare da quelle parti. La zona in cui viveva era completamente disabitata, distante chilometri e chilometri dal primo centro abitato. Aveva deciso, per chissà quale folle scelta priva di logica, di passare il resto della sua vita laggiù, dove finiva il mondo.
 
Trascorsero solo pochi secondi da quando Jeremy si era allontanato di qualche passo per armarsi e al suo ritorno in cucina Francois era già lì con le mani tra i capelli e il viso sconvolto dall’orrore.
«Ma che cazzo è successo?!» iniziò a urlare con la voce che gli moriva subito dopo.
«È entrato un maniaco e l’ha accoltellata!» rispose sadicamente Jeremy per confonderlo.
«Come? che dici? Non ho sentito niente!»
«Perché eri sotto la doccia.» spiegò Walsh, tenendo la canna del fucile abbassata. «Sono corso a prendere una delle mie armi ma al mio ritorno se n’era già andato.»
«Oh mio Dio… Oh mio Dio aiutami!» prese ad urlare Francois, balbettando frasi disperate in francese.
«Forse hai ragione… Francois… forse dovresti iniziare a correre. D’altronde te l’avevo detto che sono un abile cacciatore no?» disse Jeremy, sogghignando istericamente.
 
Francois, piangente e incredulo, si scaraventò fuori dallo chalet nel bel mezzo della tormenta di neve che aveva già preso a imperversare ormai da più di un’ora e mezza. Jeremy cercò di sparare un primo colpo, sicuro di prenderlo subito, proprio dietro la schiena, ma la rigidità del clima e una scarsa lubrificazione dell’arma fece sì che questa s’inceppasse.
 
– Ebbe inizio così la vera caccia. –
 
Il turista francese, sebbene travolto dallo shock, tentò di effettuare una chiamata d’emergenza, ogni tentativo però andò vano, poiché non vi era alcun segnale nei dintorni.
Jeremy dovette perdere istanti preziosi nell’andare a prendere un altro fucile funzionante e munirsi di una torcia. Questo diede una piccola chance a Francois di poter cercare la salvezza. Ma il buio desolante sembrava persino più beffardo dell’assassino. Là fuori, tra le tenebre, nel bel mezzo di una tempesta e senza udire nemmeno un lupo, Francois si mise a vagare in direzione di quella montagna oltre la quale sperava di chiedere aiuto. Una lotta contro il tempo, contro le forze della natura inclementi e, per di più, con pochi vestiti addosso. Le probabilità contro di lui erano dieci a uno.
 
All’improvviso si udirono i primi spari che gli echi tra i monti moltiplicavano più volte, terrificanti, agghiaccianti! Giselle era morta e con lei quasi ogni altra speranza.
«Dove credi di andare, Francois?!» gridava Jeremy da lontano, mentre affondava i suoi passi pesanti in mezzo alla coltre di neve che si accumulava strato dopo strato.
La sagoma oscura del disperato notaio oscillava nella penombra in direzione nord est, il suo aguzzino aveva portato con sé una buona dose di cartucce. Chissà a quale Dio si stesse rivolgendo in quei frangenti la prossima vittima designata dal maniaco.
 
L’ultimo dei nove colpi sparati nell’oblio colpirono Francois alla spalla destra, provocandogli un buco grande quanto una moneta, facendolo piombare al suolo imbiancato ora sporco di rosso sangue. Negli inesorabili passi, uditi sempre più vicini come la sua fine, il turista pregava di perdere coscienza prima di venire giustiziato.
Walsh lo trovò immediatamente, lo afferrò per il colletto del maglione e lo strascinò per un centinaio di metri fino alla baita. Francois ansimava e respirava con affanno a causa della ferita infertogli, buttato sul pavimento come un animale pronto per essere macellato.
Prima di ucciderlo definitivamente, la finta guida turistica, da bravo pazzoide, volle spiegare le ragioni delle sue gesta, come uno dei tanti cattivi che si vedono al cinema, algido e insanamente spietato.
 
«Sai, Francois, alcune parti della storia che vi ho raccontato non sono del tutto esatte. Ho passato la mia gioventù sugli aerei, è vero, ma non trasportavo medicinali per i missionari in Africa. Più che altro facevo il contrabbandiere. Trasportavo qualsiasi cosa fosse illegale: armi, droga, prostitute, criminali e latitanti» spiegava con un tono irreale e sereno, «sai cos’è successo un giorno?» continuava nel suo sproloquio mentre la vittima perdeva definitivamente conoscenza, «sarà stato sette o otto anni fa. A causa di una tormenta come questa, sono precipitato da un aereo proprio qui in Scandinavia, in una zona ancora più a nord e più isolata. Il mio copilota era morto, il cranio gli si era spaccato in due, riuscivo a vedere il suo cervello spappolato sopra il quadro strumenti. Non avevo niente da mangiare e per sopravvivere dovetti cuocere un paio di fettine della sua carne. E sai che successe, caro Francois? scoprii che la carne umana era davvero buona, ma non voglio perdermi in chiacchiere dicendoti quante persone ho già mangiato. Quassù non viene mai nessuno. A me piace vivere da solo, in piena tranquillità. Le autorità si sono completamente dimenticati di questo posto, anzi, forse non risulta nemmeno che ci sia un albergo in questa zona della Norvegia. Non devo fare altro che un po’ di scorta ogni tanto. Nella cantina c’è una grande cella frigorifera, non che con questo freddo sia indispensabile, ma vedi, io ci tengo molto all’igiene alimentare.»
 
L’assassino prese lo stesso coltello usato per uccidere Giselle e con un paio di colpi al cuore, spezzò senza indugio la vita all’ingenuo vacanziere. Ripose i cadaveri all’interno di grossi sacchi di plastica. Prima che si scatenasse una puzza tremenda, urgeva una pulizia accurata della cucina, e anche in fretta.
Sistemò i due corpi all’interno della cella al piano di sotto, soddisfatto delle sue malefatte, poi si ricordò di aver dimenticato di dire qualcosa…
 
«A proposito, Francois, c’è un altro piccolo dettaglio che è stato omesso sul sito internet: non esiste un bel niente oltre quella montagna.»
Read More »

Vecchia bastarda

Posted by on Gen 14, 2019 in Horror, Racconti brevi

Vecchia bastarda

Non sono mai stato un grande appassionato del genere horror. I miei migliori amici mi avevano messo al corrente del fatto che i vari Stephen King, John Carpenter e tanti altri, erano diventati famosi autori grazie a opere che raccontavano storie di macchine indemoniate, assetate di vittime e dotate di vita propria. Purtroppo, solo dopo quanto mi era successo mi sono messo a leggere e a visionare libri e film di questo tipo, quando ormai era troppo tardi. Gli errori di gioventù si pagano e, all’età di diciotto anni, un ragazzo poco più che adolescente cosa ne poteva sapere di auto maledette? Voci, soltanto voci. Cerchiamo di essere chiari: non è che io abbia comprato un’auto assassina che si riaggiustava da sola di notte e poi l’indomani ritornava a sfrecciare sulle strade per ammazzare degli innocenti, ma i fatti in cui mi sono trovato coinvolto tanti anni or sono, ancora oggi mi fanno venire i brividi al solo pensiero.

Come ho poc’anzi accennato, avevo compiuto diciotto anni e, foglio rosa alla mano, già andavo in cerca di un’automobile per imparare a guidare e prendere la patente. A quell’età mi sarei accontentato di uno scassone qualsiasi purché fosse dotato di quattro ruote, un volante e almeno un paio di sedili. Ero affamato di indipendenza con una voglia sconfinata di viaggiare ed esplorare luoghi lontani dalla mia città, vedere posti nuovi, incontrare altri tipi di volti.

Comprai un giornaletto locale interamente dedicato agli annunci di compravendita di mobili e immobili di tutti i tipi. Ad onor del vero, ora che ci penso bene, era già il sesto, i primi due li acquistai ancor prima di diventare maggiorenne. Mi dedicai alla ricerca di una macchina dal basso budget iniziale, non importavano i chilometri già percorsi o lo stato generale in cui versava, m’importava solo che costasse poco. In tutti e sei i volumi che uscivano in edicola mensilmente, trovavo sempre il curioso annuncio di una signora intenzionata a sbarazzarsi di una Volkswagen degli anni ottanta per la modica cifra di cinquecento euro. “Sarà un ferro vecchio mezzo scassato” – pensai, ma l’idea di poterci mettere mano per un eventuale restauro mi allettava. Sin da bambino mi capitava di gironzolare nei dintorni di certi quartieri dove i carrozzieri mandavano avanti il proprio lavoro con dedizione e spirito di sacrificio, oggi molti di loro sono in pensione oppure sono passati a miglior vita.

E quell’annuncio? Oh, sì, sempre presente su quel piccolo mensile con le scritte microscopiche chissà da quanto, come se qualcuno mi implorasse di andare a vedere. Allora non c’erano siti internet dedicati agli affari dei privati, anzi, non mi ricordo proprio di aver avuto un computer a quei tempi.

E così chiamai, in un pomeriggio di primavera. Rispose una gentile signora, si chiamava Katia, mi disse che potevo andarci anche subito purché fossi arrivato prima del tramonto. Si trovava in un paese vicino al mio, sarebbero bastati al massimo quindici minuti. Avrei potuto chiedere un passaggio a Felix, il mio migliore amico, in realtà si chiamava Felice anche se a stento sapesse cosa fosse un sorriso. Proprio in quel periodo la sua squadra del cuore aveva perso il campionato e per tre mesi di seguito dovette evitare di frequentare i bar per paura degli sfottò. Intenzionato a curiosare, infine optai per andarci da solo, vado sempre solo quando devo acquistare qualcosa, il giudizio degli altri finisce sempre per influire malamente sulle mie decisioni, specie all’epoca che ero molto più insicuro di oggi. Così presi un bus e arrivai per le diciassette meno un quarto davanti a una specie di fattoria un po’ fuori mano.

Katia si rivelò una graziosa donna di quarantanove anni che mi invitò subito a prendere una tazza di caffè spiegandomi nel frattempo (e ripetutamente) le ragioni del suo divorzio. Viveva sola in compagnia del figlio di dodici anni, piuttosto intimidito dalla mia presenza, e di un brutto cane di piccola taglia, che al contrario mi parve fastidiosamente indispettito, ringhiante e a dir poco patetico.

Dopo uno noioso sproloquio fatto di assurdi convenevoli, la gentilissima donna mi accompagnò in quella che una volta era una rimessa per i trattori e gli attrezzi agricoli. Il suolo era cosparso di paglia e gli angoli colmi di ragnatele di tutti i tipi, seguirono commenti sprezzanti sulla fatiscenza di quel posto sia miei che della donna intenta a scusarsi.

In un angolo piuttosto buio e polveroso giaceva una vecchia Golf che poco ci mancava e si sarebbe mimetizzata con tutto l’ambiente circostante, costituito da un mucchio di oggetti all’apparenza privi di senso e soprattutto inutilizzati da chissà quanti secoli.

Era rivolta con il muso in direzione della grande porta di ferro dalla quale entrava l’unico punto di luce, pronta a sgommare via, se almeno avesse avuto tutte e quattro le ruote debitamente gonfie, il primo delle innumerevoli delusioni che mi caddero all’occhio che mi fece storcere il naso. L’aspetto della carrozzeria ricordava un colore chiaro, ma era puntellata e solcata verso il basso da lunghi ed evidentissimi rigagnoli di ruggine, oltre a presentarsi decisamente opaca e smorta. La calandra anteriore in plastica penzolava divelta e da nera l’ossidazione la trasformò in  grigio topo, così come entrambi i paraurti e gli specchietti laterali degli sportelli; quello del lato guida era spaccato, l’altro situato dal lato passeggero era penzolante. Aprii lo sportello sinistro e gli interni mi apparvero come un gigantesco posacenere pieno di sporcizia e tele tessute da chissà quanti tipi di ragni già sicuramente morti alla vista di quella triste situazione. Katia mi guardava con un sorriso di circostanza, superficiale e melodrammatico, consapevole di avere più una specie di relitto che un’auto in quella specie di fienile. Tentai di aprire il cofano posteriore ma non ci riuscii perché la macchina si trovava troppo vicina alla parete appena a due o tre palmi di mano, ma la cosa che mi incuriosì molto fu che era agganciata al muro per mezzo di una catena passata attraverso il paraurti posteriore e un imponente occhiello di ferro saldamente conficcato al muro.

“Che ci fa questa catena avvinghiata alla macchina? Avete paura che ve la rubino o che vada via da sola?” – dissi per sdrammatizzare alla donna di mezza età.

“La macchina apparteneva a mio zio. Sinceramente non so perché l’abbia legata così, mi ricordo solo che prima di morire, l’anno scorso, disse a mio figlio che serviva a non combinare guai. Sicuramente si stava prendendo gioco di lui.” – spiegò.

Una condizione davvero insolita almeno quanto le affermazioni che aveva reso il vecchio. A quali tipi di guai si fosse riferito non era dato sapere. Magari ingenuamente serviva come ammonimento per evitare che il nipote si mettesse a curiosare o a premere bottoni a casaccio.

La gentile signora concluse che doveva liberarsi di quel rottame perché sulla testa le pendevano già parecchi bolli arretrati da pagare e non voleva ritrovarsi spiacevoli visite da parte del fisco. La somma che chiedeva bastava a malapena per estinguere gli arretrati e pagare qualcuno che rimettesse ordine dentro la sua proprietà. Domandai se altri prima di me ebbero la spiacevole idea di rispondere a quell’annuncio, ma mi sentii dire che ero stato l’unico, dopo mesi e mesi della messa in pubblicazione. Feci un rapido calcolo a mente e, volendo ostentare un atteggiamento positivo, ne dedussi che con un paio di migliaia di euro avrei potuto fare di quel mucchio di ferraglia una macchina per imparare a guidare e uscire nei fine settimana, giusto il tempo di trovare una vera occupazione, al di là dei soliti piccoli lavoretti occasionali, e mettere da parte una somma adatta a comprare un’auto migliore. Perciò ero conscio che se avessi proceduto all’acquisto, avrei dovuto tenermela per almeno quattro o cinque anni, sempre se i miei piani fossero andati a segno. Immaginavo già i miei genitori strillare per l’acquisto di quel catorcio e gli amici frignare e sfottere fino allo sfinimento, ma le mie tasche erano quasi vuote e più avrei girato per sondare il mercato, più si sarebbero svuotate. Diedi a quella Volkswagen imbalsamata e orripilante un’unica chance, se il motore avesse dato forfait ai primi quattro o cinque tentativi di messa in moto, me ne sarei andato e tanti saluti alla signora Katia e rispettiva prole, con cane a seguito.

La signora colse la palla al balzo e si offrì di collegare la batteria della sua auto con quella tumefatta che teneva in magazzino usando dei cavi. Il vano motore era l’unica parte decente di tutta la macchina. Sebbene qualche componente implorasse aiuto da parte di un bravo meccanico, nel complesso mostrava ancora il potenziale in grado di farle macinare almeno altri cinquantamila chilometri alla buona. Infatti, dopo un paio di giri di chiave, gli ingranaggi tornarono a lavoro, facendo borbottare il motore con la cinghia di trasmissione che strideva come se un antico mammut si fosse svegliato da un profondo e perpetuo letargo.

Un leggero ticchettio batteva sulle valvole e una grossa folata di fumo uscì dal tubo di scappamento. L’aria diventò talmente asfissiante da costringerci tutti e tre a scappare all’aria aperta per riprendere fiato. Avevamo appena risvegliato una belva o forse scatenato una vera e propria maledizione, degna del più noto tra i faraoni dell’antico Egitto.

La storia sulla maledizione non era del tutto inadatta a quella circostanza. Solo dopo aver firmato i documenti per il passaggio di proprietà, la pragmatica Katia mi rivelò ulteriori dettagli alquanto ambigui, circa la storia di quell’assurda macchina. Non è inverosimile porsi delle domande sul passato di un’auto usata, ossia contemplare fantastichevoli ipotesi su chi l’abbia guidata anni prima, chi poté sfruttare per primo la possibilità di comprarla dal concessionario quando ancora profumava di nuovo, quanti uomini e donne si fossero cimentati all’abbandono di fluidi corporei durante innumerevoli notti di fugace passione, se per caso delle fragorose botte da marciapiede avessero intaccato i cerchioni o, peggio ancora, compromesso l’avantreno, o se addirittura fosse stata resa testimone di spaventosi incidenti . La donna, davanti all’ultimo caffè offerto, mi disse che lo zio aveva comprato la Golf da un tizio che, a sua volta, la vinse ad un’asta, dopo che fu rinvenuta nella stiva di una nave che era andata alla deriva per mesi e di cui non si seppe mai nulla sul resto dell’equipaggio scomparso. Una storia degna dei più classici e famigerati romanzi di paura che suscitava altri mille e più interrogativi, ma che in quel momento non avevo affatto voglia di pormi.

Tre giorni dopo ritornai alla fattoria con quattro ruote comprate da uno sfasciacarrozze al modico presso di cento euro, complete di gomme ancora buone per il settanta percento. Dopo avergli dato la notizia, Felix si era offerto di darmi una mano, non esimendosi di offrire numerosi e sfiancanti commenti e pareri negativi. Portammo con noi anche una mastodontica cesoia per troncare il catenaccio che teneva la macchina fissata al muro, Katia del resto, non sapeva nemmeno dove si trovasse la chiave. La accendemmo come l’ultima volta, usando dei cavi, la seconda cosa che avrei comprato quel giorno sarebbe stata una batteria nuova di zecca.

Mentre ero intento a pulire i vetri con uno straccio, notai alzarsi uno strano vento polveroso  proveniente da ovest e da quel giorno in poi non ricordo che cessò mai veramente di soffiare del tutto, fastidioso… insolente!

Salutai per l’ultima volta quella donna e mi misi in marcia in direzione della mia città. Passai da un negozio di ricambi e comprai, oltre alla batteria, un paio di spazzole nuove per i tergicristalli e un alberello profumato di quelli che si appendono nello specchietto retrovisore per rendere l’ambiente più gradevole. Ce ne sarebbe stato di lavoro da fare prima di poterlo utilizzare, l’abitacolo puzzava di capra morta e fieno, non osavo immaginare quale genere di pattume schifoso si nascondesse nelle viscere del cruscotto, appena dietro il cassetto portaoggetti o nelle cavità del condotto di ventilazione. Non l’avessi mai acceso! Uscirono tante minuscole pagliuzze gialle quanti capelli avrebbe tagliato un barbiere in una settimana. Il tanfo che ne scaturì quasi fece vomitare me e il mio migliore amico. Scoprimmo in tal maniera che il riscaldamento non funzionava, assieme a un faro, le luci posteriori, una freccia e il clacson. Tutto questo andava sommato ai lavori di verniciatura e di meccanica. Così, dopo ripetuti e assillanti consigli da parte delle persone che mi orbitavano intorno, presi la saggia decisione di affidare gran parte del progetto a un professionista.

Fu l’inizio di una serie di circostanze a dir poco sinistre che davvero mi portarono a pensare che quella specie di macchina fosse fonte inesauribile di disgrazie e pericolose calamità di ogni tipo. Al meccanico a cui l’affidai, gli si tranciò di netto un cavo d’acciaio posto all’interno degli ingranaggi del ponte che serviva a tenere sollevata la mia macchina. Quel pover’uomo non era riuscito nemmeno a svitare il perno della coppa dell’olio per effettuare il primo tagliando, dopo anni e anni di immobilità e per poco non ci lasciava le penne. L’auto precipitò al suolo ad una altezza di due metri in meno di un secondo, se qualcuno si fosse trovato sotto, non ne sarebbe uscito vivo per raccontarlo. Sono cose che possono capitare una volta su centomila, in una vecchia officina, il destino volle che capitasse proprio in quelle disgraziate circostanze.

Inorridito e scaramantico, l’uomo mi suggerì di condurre la mia Volkswagen lontano dalla sua attività. La portai in un’altra officina e proprio quando il garzone aprì il cofano motore per iniziare a metterci le mani, un corto circuito fece saltare ogni maledettissima valvolina che era rimasta ancora intatta. In poche parole riuscirono a mala pena a cambiare la cinghia della distribuzione poi, il giorno dopo, il proprietario che gestiva l’attività aprì il cancello e trovò il cane da guardia morto. Ben presto si sparse la voce e dovetti continuare i lavori di restauro da solo. Non riuscirò mai a dimenticare le settimane di intenso lavoro per cablare l’intero impianto elettrico, smerigliare la vernice andata in malora, tagliare via pezzi arrugginiti e rattoppare i buchi con decine di saldature. Quella bastarda era messa proprio male e non voleva saperne di rimettersi in piedi. Non tenevo più conto delle ore passate in garage, a rimuovere i sedili logorati dal tempo e dai topi, la tappezzeria inzuppata di fango, lo sporco ostinato sopra il pavimento della scocca e nel bagagliaio. A volte la voglia di mollare tutto mi assaliva e di portare le parti  smontate dritti dal demolitore, ma ormai ero a metà strada e i soldi iniziavano a scarseggiare. Feci in tempo a comprare a malapena la vernice e la maggior parte dei ricambi trovati a buon mercato qui e là dai demolitori, dopo tutto si trattava di un modello vecchio e questo non facilitava certo le cose. Non c’era giorno che non mi capitava di urlare, per una martellata su una mano, per un taglio su un braccio o una gamba. Tiravo ogni volta il freno a mano con tutte e due le mani e puntualmente lo ritrovavo abbassato con il rischio di morire schiacciato sotto l’auto. Non avevo mai passato un periodo tanto sfortunato come quello, un’altra persona al mio posto l’avrebbe sistemata in un grande piazzale isolato e poi si sarebbe tolto lo sfizio di incendiarla con la stessa benzina contenuta nel serbatoio.

La verniciai di un bianco brillante e da lontano sembrava quasi nuova, il bianco d’altronde era tornato di moda e almeno questo dettaglio contribuiva a non farla apparire del tutto un trabiccolo semovente di cui vergognarsi. Forse nei suoi trascorsi giorni di gloria aveva ottemperato ai doveri per cui era stata progettata: trasportare paglie di fieno o un paio di pecore da un punto all’altro, per questo motivo nel retro non avevo trovato i divani posteriori. Tuttavia, quando ogni componente rigenerato tornò al suo  posto, quel collage di pezzi scovati dal rottamaio culminò in  un discreto puzzle metallico dallo stile vintage, arrivò quindi il momento di portarla su strada.  

Non posso negarlo, quegli ottanta cavalli nascosti sotto il cofano non erano poi invecchiati così male e più la guidavo più ogni spregevole rumore andava affievolendosi. Magari era rimasta ferma troppo a lungo e macinare di nuovo chilometri le stava facendo bene. Preso dall’ottimismo sprecai anche mezzo barattolo di nero opaco che mio padre usava per dipingere i passamano del balcone di casa, spennellato sui paraurti e sugli specchietti laterali le donavano un discreto  contrasto. Anche le targhe e il libretto nuovo le diedero un’aurea di ringiovanimento, finalmente su quel foglio verde si leggeva chiaramente il mio nome, Claudio La Corte.

Quando superai gli esami di guida mi dedicai corpo e anima ai lunghi viaggi intrapresi sulla statale. Spingevo l’acceleratore e mi sentivo tutta un’altra persona, più libero, più vivo. Portavo con me una macchina fotografica e mi fermavo spesso ad immortalare tramonti o spettacolari panorami fatti di colline verdeggianti o lungomari fotografati dall’alto dei costoni quasi a strapiombo, con le onde che s’infrangevano schiumanti sugli scogli o si arrendevano dinanzi alla pendenza della battigia.

Qualcosa però seguiva i miei passi, me lo sentivo dentro e non mi abbandonava mai. Accendevo il motore all’interno del garage e subito quell’odioso vento si precipitava in città come se il rombo del motore scatenasse l’ira degli Dei. Nessuna ragazza, nemmeno la più brutta, osava gettare lo sguardo sulla mia Volkswagen, eppure all’apparenza era solo una macchina. Non pretendevo di ritrovarmi orde di ragazze in delirio e vestite in maniera provocante sotto casa, ovviamente, ma per lo meno un minimo di interesse avrebbe dovuto suscitarlo per un giovane maggiorenne incline a proiettarsi verso nuove avventure. Mi aggiravo per le università, fuori dai collegi, dalle accademie, dai licei e perfino dalle scuole paritarie, sembravo un fantasma, completamente invisibile.

La prese un giorno mio padre e la ritrovò al parcheggio un’ora dopo con tutte e quattro le gomme a terra, lacerate come se fossero esplose. Un dettaglio talmente sinistro che a momenti ci faceva litigare attraverso discussioni sempre più accese e io non ci avevo mai litigato con lui in tutta la mia vita.

La prestai a mia madre per andare al mercato e un tizio in motocicletta gli tagliò la strada spingendola a controsterzare, finendo rovinosamente dentro una cunetta.

Convinto anche lui che lo spettro di una certa maledizione cominciasse ad aleggiare su quell’aggeggio, dopo appena un anno, mio fratello ebbe l’intuizione di portarla dallo sfasciacarrozze per far sì che nessun altro potesse farsi male. E così provò, senza nemmeno chiedermi il consenso. Il titolare gli promise che, non appena se ne fosse andato, ogni pezzo di quel veicolo sarebbe stato smontato e la carcassa ridotta a un cubo metallico, ma il giorno dopo ricevetti una telefona che mi intimava di correre a riprendermelo il prima possibile. Litigai come mai prima avevo osato fare prima con mio fratello e lo obbligai ad accompagnarmi sul luogo del misfatto. Trovammo tre robusti uomini con la tuta e i volti spiritati sporchi di grasso, accerchiati attorno alla bastarda proprio davanti all’ingresso.

«E tuo questa trappola?» mi chiesero.

«Sì, è la mia.» risposi.

«Questa figlia di puttana ha mandato all’ospedale Alessandro, il nostro collega. Stava rimuovendo il parabrezza quando all’improvviso il clacson ha cominciato a suonare come se qualcuno c’avesse messo sopra una pietra! Abbiamo dovuto staccare la batteria ma Alessandro è caduto dal ponte per lo spavento e ha sbattuto la testa!» raccontò uno di loro, con aria minacciosa.

«Scusate» dissi tentando di stemperare gli animi «un vostro collega si spaventa per un corto circuito e voi date la colpa a me o alla macchina?»

Mi spiegarono che quello non era in realtà l’unico fatto strano che accadde nell’arco di meno di ventiquattrore. Nel pomeriggio del giorno prima, quando l’auto aveva messo piede lì dentro, in tutto l’impianto era venuta meno la corrente per ben tre ore consecutive. Un cliente che si aggirava tra i rottami in cerca di pezzi di ricambio si era sfracellato al suolo dopo che si era arrampicato sopra una pila di carcasse di auto che per un soffio le stavano per crollare addosso. Un gatto nero morì misteriosamente stremato davanti alla porta dell’ufficio sotto gli occhi increduli di un dipendente e il più fortunato tra i feriti se ne uscì con la puntura in via precauzionale di un’antitetanica. 

«Roba da non crederci.» tentai di sviare in qualche modo assurdo. Assurdo infatti era la parola più adatta.

«Portati via quella merda e non tornare mai più!» è tutto quello che mi dissero prima di sbattere fuori me e mio fratello Flavio. Davanti a noi, la vecchia baldracca di lamiera sostava pericolosamente sul ciglio della strada.

Collegammo di nuovo la batteria, con i nervi a fior di pelle e la paura che un corto potesse scatenare un pericoloso incendio, ma una volta collegati i poli non accadde proprio nulla. Io e Flavio ci dirigemmo dritti nel primo bar nelle vicinanze e ci scolammo quanto più alcol possibile; eravamo increduli al punto da cercare lo stordimento.

“Sbarazzati di quell’auto maledetta” – mi suggerì. “prima che qualcuno della famiglia o chiunque altro ci rimetta la pelle!”

Più facile a dirsi che a farsi.

Per un po’ di tempo, decisi di tenerla ferma in garage, proprio come aveva fatto lo zio di Katia, la donna che me la vendette. Fu in quel periodo che conobbi Sara, la mia fidanzata. Ormai erano passati due anni e mezzo che ne ero il legittimo proprietario e, per fortuna, Sara guidava  una Lancia con cui, da sei mesi, veniva a prendermi per uscire la sera. Ci intendemmo subito io e lei e cercavo in tutti i modi di tenerla lontano da quel garage. Sara era la ragazza più bella a cui io potessi aspirare a quei tempi, di fatti divenne mia moglie, diversi anni dopo; grazie a Dio lo è ancora oggi.

Sapevo che prima o poi mi avrebbe chiesto di quella macchina, era una dolcissima diciannovenne, molto sveglia e altrettanto curiosa, ma se le avessi spiegato che quell’auto in realtà rappresentava l’origine terrena della sfortuna, di sicuro mi avrebbe preso per matto.

Le dissi che se voleva vederla le si sarebbero scompigliati i capelli, lei scoppiò a ridere. Ma non rise un’ora dopo, quando l’accompagnai sotto casa nel magazzino. Non appena aprii la porta si scatenò una specie di tormenta: “è solo una coincidenza” – se ne uscì. 

Ci volle entrare dentro, il mio cuore batteva all’impazzata, temevo il peggio. Aprì il cassetto portaoggetti e curiosò divertita tra i documenti. Amava leggere di tutto, anche uno stupido libretto della motorizzazione. Qualcosa, però, la spaventò improvvisamente.

Ancora oggi mia moglie adora leggere, libri, romanzi e perfino i fumetti di mio figlio. Ma quando ripensa a ciò che vide quel giorno impresso sul libretto della mia vecchia macchina, le sale l’angoscia e si avvinghia a me forte, molto forte. Mi racconta sempre di aver visto apparire tanti nomi negli spazi vuoti di quel documento, come tanti loculi cimiteriali, come tante anime spedite nel calderone dell’inferno da quell’odioso marchingegno dalle sembianze di auto.

A quel punto le raccontai tutto, sì… nel giorno dell’improvvisa tormenta.

Stentava a crederci, nonostante la sua demoniaca visione, perciò le proposi di andare a fare un giro. Sulle strade non c’era nessuno, nemmeno un’anima, un vagabondo, un corriere sfrecciante   nel frenetico svolgimento del suo dovere, nessuno. Già questo mi proiettava l’immaginazione verso oscuri presagi.

Ci fermammo a chiacchierare nel bel mezzo di un litorale attendendo il tramonto. Di colpo il vento cessò la sua furia molesta. Decidemmo di scendere fuori per stare più vicini ed abbracciarci. Sotto la carreggiata sopraelevata c’era una scogliera artificiale, costruita per riparare la strada asfaltata dalla furia del mare. Sebbene il vento parve intento a dare tregua, la marea sembrò salire rapidamente e la corrente iniziò ad infuriare contro gli scogli. Mi ricordai della macchina fotografica che tenevo sempre nel baule, fulminea mi assalì l’idea di prenderla per fotografare Sara, in quel particolare e suggestivo momento.

Mentre rovistavo all’interno del cofano, quasi senza accorgermene, scivolai in avanti e per poco non rischiai di cadere con la faccia spiaccicata sull’asfalto ruvido e cosparso di minuscolo pietrisco acuminato. Avevo ben inteso cosa stesse succedendo, quel figlio di puttana di freno a mano si era abbassato da solo, un’altra volta! La mia paura più grande si rivolse verso Sara che mi stava aspettando seduta sul cofano motore. Se istintivamente avesse preso la decisione di scendere giù, sarebbe finita sotto le ruote della macchina e se questa si fosse arrestata bruscamente, la mia ragazza si sarebbe sfracellata tra gli scogli dopo aver balzato sotto la scogliera a causa del contraccolpo.

In una frazione di secondo, afferrai il bordo del cofano con tutte e due le mani e con il peso del mio corpo cercai con tutte le mie forze di frenare l’auto che si apprestava a guadagnare velocità. Urlai a squarciagola e Sara ebbe il tempo di mettersi in salvo. Entrò in macchina e tirò il freno a mano e non lo lasciò nemmeno per un istante, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Quella fottuta automobile doveva sparire per sempre!

Calcolai con assoluta freddezza ogni ipotetica, assurda evenienza. Sapevo che ogni soluzione logica mi sarebbe stata di impedimento: i meccanici la odiavano, gli sfasciacarrozze la evitavano, gli elettrauto la maledirono ma non c’era prete che potesse scacciare con un esorcismo qualunque maleficio permeasse il metallo della Volkswagen.

Mi venne in mente l’origine della storia raccontata da Katia: il ritrovamento della maledetta nella stiva di una nave fantasma. E così, se dal mare era comparsa, nel mare doveva ritornare. Aspettai che fosse calata la notte, dopodiché mi diressi al vecchio faro vicino al porto. Il posto era deserto e perfino la luna mancava all’appello, il momento ideale per porre fine alla mia maledizione.

Il braccio che dava riparo ai natanti ormeggiati in porto era lungo centinaia di metri e stretto, poi curvava ad angolo retto a sinistra per arrivare infine sotto il faro. Un trampolino perfetto per gettare il veicolo nelle viscere delle nere e torbide acque portuali. Fissai il piantone dello sterzo con un lungo braccio d’acciaio, quello usato normalmente come antifurto. Innestai la prima marcia e appoggiai un grosso mattone sopra l’acceleratore. Non appena liberai la gamba dalla frizione, la macchina prese il via per la sua ultima e folle corsa. Il motore ruggiva a gran voce e lo sportello del guidatore si chiuse da solo causato dalla forte spinta in avanti. In quella fredda notte di tenebre sembrò che un demone folle si fosse messo al volante. Se qualcun altro per l’ennesima volta si sarebbe fatto male per colpa sua, non me lo sarei mai perdonato. Rimasi immobile a fissare le luci rosse posteriori diventare sempre più piccole, finché non udii un grosso boato squarciare il lungo passamano arrugginito dalla salsedine e non vidi con i miei occhi l’auto compiere un grande salto, prima in cielo e poi in acqua. Solo dopo aver udito il tonfo corsi a passo svelto fino alla fine della strada diritta, per sincerarmi che niente potesse riaffiorare in qualche maniera da quelle tetre acque gelide. Affacciai in tempo per assistere ad una sempre più piccola sagoma bianca che lentamente spariva nel mondo sommerso, accompagnata da numerose bolle d’aria sparate in superficie e fiotti di schiuma argentea. 

Era la fine, finalmente, la sua fine. Assaporai a lungo quel silenzio notturno e macabro, nonostante l’evidenza, in certi momenti mi assaliva l’assurdo pensiero che quel mostro potesse uscire di nuovo dalle acque salate, perciò mi voltai e lentamente m’incamminai a piedi per tornare a casa.

Il giorno dopo mi recai in caserma dai carabinieri e procedetti a sporgere denuncia di furto. In questo modo riuscii a dichiarare ufficialmente la morte burocratica di quell’arnese venuto dagli inferi. Nessuno, ancora oggi, sa dove si trovi o che fine abbia fatto. Mi capita spesso di sognarla, anzi, ad essere sincero, non c’è mese che almeno un paio di volte non torni a tormentare le mie notti. Non ho degli incubi particolari, non sogno che mi investa o che uccida qualcuno di preciso o in una determinata maniera. La sogno e basta, so che lei c’è, che vive ancora, in un modo o nell’altro e nemmeno uno psicologo pagato a fior di quattrini e riuscito a scacciarla via dalla mia testa.

Spero che nessuno osi mai dragare il porto, spero che nessuno la risvegli più dal suo sonno.     

FINE

Read More »

Le vie del mare sono infinite

Posted by on Ott 1, 2017 in Racconti brevi

Le vie del mare sono infinite

La storia dei coniugi Gallagher è così travagliata che meriterebbe di essere scritta in un libro, di quelli che raccontano incredibili intrecci di vite e situazioni, una storia per la quale solo il destino sembrava avere chiare le idee.

Entrambi provenienti da famiglie fervidamente cattoliche, Marcus e Melina sono cresciuti insieme, sin dal loro primo incontro nella parrocchia di Saint Mary, situata nella città di Trenton; come amici prima, scoprendo di essere innamorati l’uno dell’altra poi, fino a che le loro strade si sono divise per un certo periodo, durante gli anni trascorsi all’università.

Due anime affini benché diverse: lui dal carattere passionale, esigente e ambizioso, lei con l’indole dell’avventuriera dalla sete insaziabile di scoperta, ma anche compassionevole e mite. Col tempo scoprirono di avere tante cose in comune: l’incanto per il mare, lo studio di nuove culture e usanze in giro per il mondo, il senso dello stile e un certo dono per l’architettura.

Affascinato dagli imponenti grattacieli newyorkesi, Marcus maturò dedicandosi all’ingegneria, la sua fidanzata, invece, un paio d’anni più tardi scelse di studiare medicina, specializzandosi in ginecologia. Malgrado il lieve distacco di età di pochi anni, le differenze di carattere e un numero sempre crescente di amici, la loro fede, unita ai sentimenti sinceri, li teneva saldamente legati. Durante la consueta vita nella Grande Mela, il ragazzo coltivava il collezionismo e il baseball, la sua amata, al contrario, prediligeva le uscite con le amiche e il volontariato. Cavalcando quegli anni tranquilli, tutto sembrava andare secondo i loro progetti, che prevedevano, come tappa finale, la celebrazione di un matrimonio tra le mura di una chiesa cattolica.

Per chiunque potrebbe rivelarsi semplice perdere la via della ragione in qualsiasi momento, ma sono i giovani i bersagli più fragili, coloro i quali abboccano facilmente alle tentazioni da cui i peccatori sono soliti farsi ammaliare. Per questo motivo ci fu anche un tempo in cui Marcus non si negò qualche bottiglia di troppo, quando alla sua carriera da studente capitò di vacillare, e uno durante il quale Melina non seppe dire di no a uno dei suoi “migliori amici”, nel corso di una festa. Niente di irreparabile, tutto sommato, nessun vuoto che la lettura di un passo della Bibbia non potesse colmare, nessuno a parte uno: la perdita di un bambino. Avevano poco più di vent’anni, quando per sbaglio il giovane Gallagher mise incinta, per la prima e unica volta, la sua ragazza. Ma un aborto spontaneo, al secondo mese di gravidanza, fece luce su una grave malformazione che la ragazza accusava alle ovaie, un problema che in futuro si sarebbe rivelato la conseguenza di danni sia fisici che psicologici.

Dopo il matrimonio, poco più che trentenni e con i curriculum in continuo sviluppo, in molti si chiedevano perché la coppia non portasse a termine il passo più significativo di tutti: il concepimento della prole. La signora Gallagher, divenuta dottoressa e impiegata a tempo pieno presso il reparto di ginecologia e ostetricia al New York Hospital, aveva tenuto per sé, con un eccessivo senso di pudore, le problematiche condizioni del suo apparato riproduttivo, a parte il consulto chiesto a George Randall, primario della struttura, il quale, non solo non seppe trovare  alcuna soluzione per agevolare la fertilità della donna, ma ne segnalò oltremodo le pericolose ripercussioni che tale circostanza avrebbe potuto scatenare in futuro con l’avanzamento dell’età.

Melina ripose la sua salute nelle mani di Dio e optò per lasciare tutto così come la natura aveva deciso che fosse. Agli occhi di Randall, apparve come una contraddizione bella e buona, per una che aveva studiato medicina, e le sue scelte cominciavano a travalicare ogni logica.

Nel frattempo, Marcus aveva fatto carriera come capo ingegnere all’interno della Transet Corporation, una società di costruzioni che operava in tutto il mondo, dedita alla realizzazione di edifici e infrastrutture di ogni tipo, sia pubbliche che private.

Un giorno, al termine di una sfarzosa festa di matrimonio, amici e parenti si strinsero attorno alla coppia, nel tentativo di convincerli a tutti i costi ad affrontare una lunga vacanza, in cui impegnarsi a fabbricare un nuovo nascituro; molti dei presenti erano all’oscuro dei problemi della signora Gallagher, e le dicerie, i pettegolezzi, il passaparola sottovoce alle spalle della coppia, avevano fomentato inutili ipotesi di infertilità che infine sfociarono all’assurda colpevolezza imputabile a dei banali fattori di stress. Marcus e Melina si guardarono imbarazzati, sotto le incessanti proposte avanzate perfino dai loro diretti superiori. Nonostante la consapevolezza dei reali ostacoli, però, decisero in ultima istanza di prendersi addirittura un anno sabbatico, per girare in lungo e in largo il Mediterraneo. Gallagher tirò fuori anche la scusa di una finta crisi psicologica della moglie, una giustificazione che non si rivelò del tutto priva di fondamento. A volte, celati segni di depressione si palesavano sul volto rammaricato di Melina, un volto che non aveva mai incontrato la carezza di una piccola manina pallida e morbida nelle tenere fattezze di un pargolo tutto suo. Ma il destino aveva in serbo qualcosa che le avrebbe cambiato per sempre il corso della vita.

All’età di trentotto anni lui e trentacinque lei, i coniugi Gallagher si imbarcarono su un aereo diretto in Francia dove, al porto di Tolone, avrebbero noleggiato un’imponente barca a vela da usare per girare gran parte del Mediterraneo. La vela era una delle grandi passioni che più di tutte li accomunava; di norma, erano soliti noleggiare imbarcazioni solo nei week-end o al massimo per una settimana, da trascorrere alle porte dell’Atlantico, vicino alle coste statunitensi. Stavolta, avevano tutte le intenzioni di superare ogni limite e immaginazione, armati di macchina fotografica e una buona scorta alimentare. Volevano dimenticare per un bel po’ di tempo il traffico cittadino, lo smog, i taxi presi di corsa, i progetti da consegnare entro le date di scadenza dei contratti e le corsie degli ospedali colmi di barelle, neonati strillanti e mamme in preda al delirio, nel momento del parto.

Lasciandosi la primavera alle spalle, Marcus e Melina a solcarono i mari limpidi della Sardegna, scendendo sempre più a sud, nel basso ventre del vecchio continente. Gli scatti della loro reflex catturavano egregiamente le bellezze delle spiagge di Lampedusa colme di turisti, il fascino archeologico di Malta e il richiamo ai tempi mitologici dell’isola di Creta, collezionando, oltretutto, centinaia di tramonti che dipingevano il cielo di rosso e riflettevano i raggi del sole morente sugli enormi specchi d’acqua, tutti intorno all’imbarcazione. Le cornici mozzafiato offerte da quei luoghi intrisi di storia e misticismo, li spingevano sempre di più verso est, dove nel Pireo avrebbero calato gli ormeggi per la  destinazione finale: Atene.

La Grecia si rivelò un toccasana per lo stress che avevano accumulato marito e moglie. Le giornate passate a camminare per l’acropoli, le serate trascorse nelle vesti di turisti, vagando in mezzo ai negozi di souvenir, e le cene intime, al chiaro di luna, li aiutarono a fare il sunto delle loro vite, i traguardi raggiunti, i successi dovuti alle carriere, gli ostacoli, i buoni propositi e gli imprevisti.

Negli occhi di Melina, Marcus leggeva l’incolmabile vuoto che celava dentro il suo spirito di mamma mai affermata; negli sguardi incantati nel nulla, nel timbro della voce, durante la lettura di un passo del Vecchio Testamento, nel fissare imperterrita l’orizzonte del mare e poi di colpo il cielo, come una preghiera silenziosa recitata nella solitudine di donna, privata di un diritto sacro e legittimo. L’ingegnere aveva perfino avanzato l’ipotesi di un’adozione o di qualsiasi altra strada percorribile, affinché un giorno un piccolo cucciolo d’uomo arrivasse tra le braccia della donna che aveva sposato.

«Se Dio esiste, sarà Lui a mandarci un segno» gli rispondeva sempre, la sua consorte. «Sarà Lui a guidarci nella giusta direzione, come ha sempre fatto».

E le preghiere, che ogni notte recitava la donna tra le lenzuola, prima di addormentarsi, sembravano quasi trovare accoglimento in quello che i comuni fedeli sono soliti chiamare “la gloria del Signore”.

Era appena terminato settembre, quando i due irriducibili vacanzieri decisero di invertire la rotta e fare marcia indietro verso la Francia. Presero la saggia decisione di posticipare di una settimana il giorno in cui avrebbero ripreso la via del mare, poiché impetuose raffiche di vento spingevano verso di loro una consistente perturbazione che minacciava l’arrivo di pericolosi temporali.

Prima di prendere il largo verso sud, la barca a vela dei Gallagher fece un giro in mezzo all’arcipelago delle isole Egee, per permettere ai coniugi di fare altri fenomenali scatti da custodire come ricordi. All’improvviso, guardando in direzione nord, verso Mykonos, l’obiettivo della fotocamera di Melina scorse la sagoma di un’imbarcazione alla deriva, in balia delle correnti.

In un primo momento, il marito tentò di farla desistere dal voler prestare soccorso, sostenendo che probabilmente si trattava di un abbaglio creato dai giochi di luce nell’acqua, ma il sesto senso della dottoressa le suggerì, anzi, le impose di cambiare rotta e dirigersi in quella direzione.

La caparbietà della donna si rivelò propiziatoria, quasi come se una voce dentro di lei indicasse dove trovare il suo destino. A poche miglia nautiche di distanza, un gommone in pessimo stato galleggiava a malapena sopra il livello del mare. A bordo del relitto, c’erano solo un paio di cadaveri, tra cui una donna che teneva in grembo un bambino ancora in fasce.

L’immagine appariva sconcertante e drammatica, di fronte allo sguardo attonito dei Gallagher. Le condizioni in cui versava il natante portavano a credere che il gommone doveva trasportare, in realtà, molte altre persone, sicuramente profughi siriani, che dalla Turchia si erano avventurati per mare, nel tentativo di sfuggire alla guerra e cercare asilo politico in Europa. Tutte vittime che non sarebbero mai arrivate a vedere la terra ferma, a parte un bambino, poco più che neonato, che Melina aveva strappato dalle mani della donna priva di vita, assieme a un ciondolo rettangolare, dove erano incise alcune citazioni del Corano.

«Cosa diavolo credi di fare, Melina?» tuonò con voce autoritaria, il marito.

«L’ho visto muoversi!» gli rispose la moglie, intenta a praticare al bambino un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Pochi attimi dopo, la piccola creatura iniziò a respirare e a piangere con le poche forze che gli erano rimaste. Fu grande lo stupore da parte di entrambi che, senza esitare, si apprestarono immediatamente a somministrargli acqua dolce e, in seguito, latte e della frutta ridotta in purea.

Come per miracolo, il bambino si riprese, tornando cosciente quasi alla stessa maniera di un risveglio dopo un lungo sonno, offrendo alla vista della donna due grossi occhioni neri spalancati, in cerca di amorevole dolcezza. Peccato che a stringerlo non c’era la propria madre, ma una perfetta sconosciuta… una sconosciuta la quale non aspettava altro che un segno da parte di Dio e adesso aveva tutta l’aria di essere stata accontentata.

Il viso di lei era come avvolto da un’aurea colma di gloria e gioia incondizionata, di pace e di amore, di umana carità e profondo istinto di conservazione.

«Questo bambino è un dono del Signore!» esclamò Melina, mentre cullava affettuosamente il pargolo che aveva deciso di tenere per sé.

«Sei matta? Non possiamo tenerlo! Non sappiamo a chi appartiene, da dove viene!» continuava a blaterare il marito, confuso e impaurito dalle possibili conseguenze.

La coppia consumò diversi minuti a contemplare il destino che avrebbe dovuto sortire il piccolo orfano. Marcus era un tipo ragionevole e, nella sua logica razionale, propendeva per consegnare il piccolo alle autorità greche. La moglie, al contrario, desiderosa di colmare il proprio vuoto interiore, aveva già fatto la sua scelta, nel momento in cui i suoi occhi si erano posati sul piccolo superstite.

«Ho un amico in Turchia. Ti dico io cosa facciamo adesso» disse Melina con tono deciso, al suo compagno.

Marcus recepì il messaggio della moglie quasi senza opporre resistenza. In poche occasioni la signora Gallagher si era pronunciata con tale determinazione, e ogni sua decisione si era sempre rivelata la scelta più azzeccata in ambiti più disparati. Il profondo amore che provava nei confronti della sua sposa, infine, lo fece desistere da ogni contrarietà.

La verità era che lei aveva troppa sete di maternità e il suo cuore era colmo di speranze a tal punto, da provare a mettere il mondo sottosopra, pur di riuscire nel suo intento. Convinse il marito a fare rotta in Turchia, dove un collega conosciuto precedentemente in America, durante la specializzazione, le avrebbe offerto di sicuro il suo aiuto.

E così fecero. Sottoposero il bambino alle prime visite di rito, scoprendo che quello che stava per diventare a tutti gli effetti loro figlio, non soffriva di disturbi particolari. Solo il peso era da considerarsi fuori norma a causa della traversata e di chissà quali mancanze causate dalla guerra, ma il processo di reidratazione prestatogli in tempo, aveva già innescato dei miglioramenti al quadro generale dell’infante. Restava solo da risolvere il problema della burocrazia.

Dopo un paio di giorni di ricovero, il collega turco di Melina fece apparire, come per magia, un documento di nascita che attestava la genitorialità dei coniugi Gallagher e trasformava il bambino da profugo senza nome in primogenito prediletto, Jordan Gallagher.

Grazie alla pelle ambrata di Marcus e gli occhi scuri di Melina, nessuno avrebbe notato particolari differenze di etnia, inoltre, sia la coppia che il responsabile del reparto di ginecologia turco, promisero solennemente di non rivelare a nessuno il loro piccolo grande segreto.

Al ritorno in patria, organizzarono una allegra festa di ringraziamento, per mostrare tutta la loro gratitudine a quanti li avevano invogliati ad affrontare la vacanza nei mari del vecchio continente che, a parer loro, sarebbe stato di aiuto per il concepimento del nascituro. In questo modo, i Gallagher si ritrovarono tra le mani un ottimo pretesto che contribuì a fare la quadra del cerchio per tutta quella incredibile situazione, giustificando una lunga assenza e al tempo stesso, una gravidanza che, in realtà, non c’era mai stata.       

Col passare del tempo, Jordan cresceva e i due coniugi erano soliti inventare fantomatiche storie sui rispettivi alberi genealogici, come quando nelle feste di compleanno, Marcus raccontava delle probabili origini messicane dei suoi bisnonni e degli umili natali di Melina e dei suoi avi filippini, emigrati negli Stati Uniti un secolo prima. Tutte leggende che facevano sorridere gli invitati e distoglievano, per un attimo, l’attenzione dal colorito sempre più ambrato dell’erede dei Gallagher, diretto come una locomotiva veloce verso l’adolescenza.

Quando Jordan crebbe e terminò gli studi di ingegneria, seguendo le orme del proprio padre, ormai le dicerie e i sospetti a proposito delle sue origini erano acqua passata. Grazie al carattere intraprendente trasmessogli da Marcus e l’indulgenza infusagli da Melina, Jordan era al cento per cento il figlio indiscusso di una fra le tante famiglie bene di New York. Ma ciò che più contava era che il ragazzo aveva un futuro promettente all’interno della Transet Corporation e, sebbene si fosse fidanzato con una bellissima newyorkese, Linda, doveva accettare l’idea di sottrarre del tempo alla loro relazione per recarsi in giro per il mondo a supervisionare personalmente i progetti a cui dava vita tra le mura del suo ufficio.

Aveva conosciuto Linda in un giorno qualsiasi all’interno di una caffetteria. La sbadataggine della ragazza fu molto di aiuto per Jordan che, senza volerlo, se la ritrovò tra le braccia, prossima a una caduta accidentale e con la camicia sporca di caffè. Il giovane Gallagher l’aveva salvata da una pessima figura che l’avrebbe vista senz’altro con il volto spiaccicato sul pavimento, nel bel mezzo di un locale affollatissimo all’ora di pranzo, i ringraziamenti, i sorrisi spontanei e la buona educazione fecero il resto.

Linda era una fashion blogger impegnata a studiare recitazione. Sognava di arrivare in alto e di camminare, un giorno, sulla Walk of Fame di Hollywood, magari andando addirittura a vivere a Los Angeles, sotto il sole della California.

Malgrado quei discorsi così lontani dalla realtà rispetto al carattere pragmatico di Jordan, il ragazzo fu conquistato dai suoi grandi occhi celesti e dai lunghi capelli lisci biondo scuro, nei quali adorava perdersi durante gli abbracci e i momenti d’amore.

Da pochi anni, in Siria la guerra era cessata, come se decenni interminabili di preghiere fossero arrivati finalmente al destinatario supremo. Un’intera nazione necessitava della ricostruzione di infrastrutture pubbliche e private, una ghiotta occasione che la Transit non poteva certo farsi sfuggire.

Frotte di ingegneri, geometri, operai edili, gruisti e capicantiere, dovettero fare le valigie e trasferirsi in loco, dopo aver firmato contratti remunerativi, nell’impegno per il ripristino di ponti, autostrade, edifici governativi e ospedali.

Divenuto un pezzo grosso della multinazionale, ormai sulla soglia dei settant’anni, Marcus Gallagher incaricò suo figlio di dirigere i lavori di un nuovo resort, che stava sorgendo proprio alle porte di Damasco. Il progetto comprendeva alberghi a quattro stelle, una spa, un campo sportivo, una palestra, un paio di piscine, più altri ambienti dediti al relax e alla ristorazione.

Per Jordan, significava essere a capo di una delle più importanti opere in cantiere della sua carriera, dopo essersi fatto le ossa in India, Brasile, Australia, e aspettando di dare il meglio negli Emirati Arabi, in cui scorrevano fiumi di denaro e i progetti si preannunciavano più che ambiziosi.

Ad accoglierlo all’aeroporto, Amid Madani, un maturo imprenditore dall’aria vissuta ma dai modi gentili, impaziente di andare in pensione e ritirarsi a vita privata.

Nonostante il primo impatto, di fronte a un inglese parlato in modo incerto, i due strinsero ben presto un rapporto di fiducia e collaborazione, a tal punto che Amid gli raccontò a lungo perfino dei suoi affari personali e di altri argomenti intimi. Narrò della guerra, degli anni passati a patire la fame, sperando in un futuro di pace. Gli parlò a lungo della giovane moglie dispersa e mai più ritrovata, che aveva dato alla luce il suo primogenito, anch’egli perduto a causa degli orrori delle bombe sganciate sul suo paese e dei proiettili vaganti a ogni ora del giorno e della notte, per le vie della città. Ma la vita continuava e confessò di essere riuscito a sopravvivere grazie ad Allah, che gli aveva donato l’arrivo di una nuova famiglia, verso la fine del conflitto, e quindi l’unione con la  seconda moglie, che aveva concepito due meravigliose figlie femmine. D’altro canto, Jordan scoprì di provare una certa empatia nei confronti del suo cliente. I pranzi e le cene di lavoro si aprivano formalmente con i progetti srotolati su un tavolo e finivano sempre con chiacchierate amichevoli e un paio di drink.

L’avanzamento dei lavori a Damasco imponeva la permanenza del giovane Gallagher per almeno un paio d’anni, con in mezzo le dovute pause per il ritorno negli Stati Uniti, sotto l’ansia legittima di Melina, sempre più in là con gli anni e piena di acciacchi, e le continue videochiamate di Linda, la ragazza per la quale provava un amore indescrivibile e che non vedeva l’ora di sposare.

Un caldo giorno di fine giugno, mentre Jordan e Amid assistevano alla posa del pavimento da un ponteggio, all’altezza del secondo piano, un cedimento causò il crollo della struttura tubolare ed entrambi finirono ricoverati in ospedale. Gallagher si ruppe una spalla e una gamba, Madani, invece, rischiò di rimanere sulla sedia a rotelle a tempo indeterminato, per colpa di una lesione alla spina dorsale. La pericolosa condizione, dovuta anche all’aggravio dell’anemia plastica di cui soffriva l’imprenditore siriano, esigeva al più presto un trapianto di midollo osseo. Straordinariamente, dai risultati delle analisi si evinse che i due condividevano lo stesso gruppo sanguigno e il medesimo marchio genetico HLA. I donatori più prossimi di Amid erano per natura le sue figlie, che trovandosi all’estero per motivi di studio proprio in quella occasione, non avrebbero fatto in tempo a raggiungerlo per aiutarlo.

Jordan non esitò un istante a offrirsi volontario, sebbene conoscesse l’uomo soltanto da pochi mesi.

In quel clima di drammatica emergenza, alcune curiose coincidenze apparivano sempre più evidenti quanto incredibili, specie quando Jordan, durante la convalescenza, si ritrovò a frugare tra i documenti di Amid, attirato dalle fotografie delle sue due figlie. Tra le fototessere delle ragazze e della moglie ne spiccava una in bianco e nero che ritraeva il siriano in giovane età. Nel ritratto, l’uomo gli somigliava parecchio, sembrava avere i suoi stessi connotati, e quella voglia alla base del collo identica alla sua, anche se collocata sul lato opposto e intravista grazie ai due letti affiancati nella stessa camera, gli fece sorgere dei seri dubbi.

Possibile che avesse così tanti elementi in comune con quell’uomo che, prima di allora, non aveva mai visto né conosciuto in vita sua? Da quale terribile segreto lo avevano tenuto all’oscuro i suoi genitori?

Dopo la convalescenza all’ospedale di Damasco, Jordan dovette rientrare in patria per salutare la madre in punto di morte. Negli ultimi anni, il suo stato di salute si era aggravato sempre di più. Il problema inizialmente scaturito dalle ovaie si era ormai diffuso, sotto forma di tumore, in tutto il  resto dell’addome di Melina, la quale, prima di chiudere gli occhi per sempre, aveva preso il coraggio a due mani, decidendo di rivelare tutta la verità sulle origini di suo figlio Jordan.

«Devi sapere che tu non sei veramente nostro figlio, Jordan» disse la donna indebolita, dinanzi alla presenza di Marcus che, vicino a una finestra, teneva il viso rivolto a terra, quasi a voler nascondere un senso di imbarazzo, che rasentava perfino la vergogna. «Ti abbiamo aiutato a scampare da una morte certa, la stessa che adesso reclama la mia vita, ma non potevo attraversare i cancelli del paradiso con il rimorso di questa menzogna, che ho perpetrato ormai per più di trent’anni» disse Melina, con una voce flebile, adagiata sul suo letto, aspettando l’ora in cui sarebbe spirata.

«Sì, mamma» rispose Jordan, «ho scoperto da poco che qualcosa non quadrava. Ho incontrato un uomo che potrebbe avere all’incirca l’età del mio vero padre. Tu… ne sai qualcosa? Lo conosci?» le chiese, spalancando gli occhi.

La madre gli rivelò soltanto che, al momento del suo ritrovamento, la donna che lo teneva in braccio stringeva quel particolare ciondolo di manifattura araba, adesso custodito gelosamente tra i preziosi, in un cassetto della camera da letto. Jordan lo recuperò e lo ripose in tasca, conscio che in qualche modo gli sarebbe tornato utile.

Rimase a New York circa un mese, il tempo necessario per assistere ai funerali di Melina ed elaborare il lutto. Il padre adottivo gli raccontò ogni particolare di quel viaggio nel Mediterraneo, della sterilità della moglie, del certificato falso e tutto il resto. Il ragazzo si sentì smarrito nell’apprendere quelle cronache; ma non portava rancore, non provava una plausibile rabbia dovuta alla menzogna. Era chiaro che la coppia non aveva fatto altro che strapparlo alla morte, assicurandogli un invidiabile futuro, e per questo Jordan era consapevole di non poterli ringraziare abbastanza.

Ben presto arrivò il momento di rimettersi a lavoro e riprendere in mano la propria carriera. Questo significava, soprattutto, avere la possibilità di fare luce sulle proprie origini.

Quando la notizia arrivò alle orecchie di Linda, la ragazza scoppiò in lacrime. Non voleva assolutamente che il suo promesso sposo partisse nuovamente per la Siria, temeva che scoprire la verità sul suo passato lo avrebbe allontanato da lei in maniera irreversibile. Tuttavia, il suo amato non poteva sottrarsi ai suoi doveri, non poteva porre fine ai giochi che il destino aveva orchestrato per lui, anche se le rivelazioni sarebbero state sconvolgenti, sentiva che quella era la strada che doveva assolutamente seguire, incoraggiato dalla voce della madre che gli rimbombava in testa: “Segui il tuo cuore, Dio ti darà la risposta”.

 

Giunto a Damasco, mostrò il ciondolo di Melina a colui che era quasi certo fosse suo padre biologico. Alla vista di quell’oggetto, l’uomo ebbe un mancamento, poi scoppiò a piangere. Quel cimelio apparteneva a Raya, la sua prima giovane moglie, colei che aveva dato Jordan alla luce. Il giovane ingegnere lo aiutò a riprendersi, chiedendo quale fosse in realtà la sua vera identità.

Yamir era il nome che avevano scelto per lui, Amid gli raccontò che avevano aspettato invano la fine della guerra. Pregarono a lungo e con vigore Allah ogni sera, finché scappare non si rivelò l’unica via di salvezza. All’epoca, l’imprenditore siriano non aveva abbastanza soldi per fuggire, così prese l’amara decisione di mettere in salvo solo il resto della sua famiglia. Quando Jordan gli confidò di essere stato trovato in un gommone, in mezzo ai cadaveri, Amid capì con certezza che non avrebbe più rivisto la donna di cui si era originariamente innamorato, ma in compenso il fato gli aveva restituito il figlio che ormai era diventato un uomo.

Per fugare ogni dubbio, ricorsero al test del DNA, che mise definitivamente la parola fine a quell’incredibile scherzo del destino. I due si abbracciarono forte e si raccontarono, a cuore aperto, ogni dettaglio delle proprie vite, attraverso fiumi di parole, bruciando il tempo di interi pomeriggi passati insieme.

Amid, infine, propose al figlio ritrovato, che gli aveva salvato la vita, di entrare a far parte della sua attività imprenditoriale, date le indiscusse qualità organizzative di ingegnere e per il fatto che le sorellastre non avrebbero mai calcato le sue orme come affariste. Jordan rispose che la sua vita era in America, ma che di tanto in tanto sarebbe tornato a Damasco per stare con la nuova famiglia.

La guerra aveva separato il piccolo Yamir da suo padre, la pace e la ricostruzione glielo avevano fatto ritrovare.

Read More »

Il commissario Zanka

Categorie

Archivi

Calendario

Novembre: 2019
L M M G V S D
« Feb    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  
error: Content is protected !!