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Anonymous Cyberpunk 2091

Posted by on Mar 22, 2020 in Fantascienza, Racconti brevi

Anonymous Cyberpunk 2091

Diario di Mike Phaser, 22 Maggio 2091

Come mi sono ridotto così? Quasi non me lo ricordo più. Eppure un tempo ero un pezzo grosso, uno che contava, nel settore della cibernetica. Qualcuno deve avermi incastrato, sicuramente uno stronzo che ambiva a fregarsi il mio posto. Visto che non posso permettermi una seduta di reab-psicoterapeutica, non mi resta che scrivere degli appunti, per due motivi precisi: il primo è che mi aiuta a fare una sorta di autoanalisi; sono più solo che mai in questo momento e raccontare ciò che mi succede, mi facilita a scaricare un po’ la tensione. Il secondo motivo riguarda la mia probabile morte, diventare poveri porta anche a questo. Da quando hanno abolito il contante, mi è precluso perfino chiedere l’elemosina. Certo, potrei rubare un codificatore da un qualsiasi supermarket e riconvertirlo per incassare punteggi, ma dovrei hackerare, oltretutto, un conto bancario per auto-intestarmelo. Finirei per aggravare la mia posizione giuridica già ampiamente compromessa, questa ipotesi è da scartare in maniera assoluta! Non ho potuto neanche recuperare gli effetti personali dal mio alloggio in centro. La polizia non si scomoderà troppo a cercare un presunto traditore della IMC-Corp. Quelli del distretto ventinove, sono impegnati a fronteggiare i continui attacchi dei centri sociali. Per non parlare dei quotidiani sabotaggi ovunque vi sia installata una macchinetta Coybrothers ubicata nei vicoli più bui di ogni quartiere; in fin dei conti, se proprio dobbiamo essere pignoli, io non ho rubato materialmente niente. Non mi resta che dormire in macchina, al momento, e procurarmi qualcosa da mangiare.  

 

 

11 Giugno 2091

La mia Clingo 91 è ridotta a un porcile semovente. Nonostante il clima torrido che minaccia ogni tipo di circuito, durante la notte cala un freddo così gelido che trasforma la carrozzeria in una gabbia ghiacciata e quel poco di vetro abbassato che lascio per il cambio dell’aria, fa sì che decine di zanzare entrano ed escano in continuazione, per venire a rosicchiarmi la poca carne che mi è rimasta in corpo. Mi sono recato nella città vecchia, in questi giorni. Da quelle parti non viene mai nessuno; l’intero quartiere sembra sgombro da ogni essere vivente. Quando abitavo in centro sospettavo che fosse il rifugio più adatto per spacciatori e approvvigionatori del mercato nero, invece mi sbagliavo. Spero almeno di non trovare dei fantasmi, quelli proprio non li potrei sopportare. Ho cercato in vano ogni tipo di lavoro, nessuno vuole prendermi. La IMC-Corp deve aver diffuso un dispaccio in key-line su ogni server di Megalo City, che figli di puttana!

Cercherò tra le vecchie case disabitate un posto in cui ripararmi e passare la notte. L’inverno potrebbe arrivare prima del previsto e nella regione di Cozbourn, le piogge acide sono un vero flagello. Nel frattempo, continuerò a cercare un’occupazione. Bei tempi quando a tutto pensava CJ, la mia collaboratrice androide. Chissà dove sarà finita? Mi chiedo.

 

 

19 Luglio 2091

Nella città vecchia la scelta è ampia. Sembra che l’intero perimetro sia stato abbandonato dal giorno alla notte. Ovunque, aleggia un’aria decisamente fantasmagorica, ci credo che nessuno vive più qui. Dovrei ribattezzarla Marciupilandia. Ogni superficie è corrosa e stracolma di polvere cancerogena. Le poche migliaia di persone che un tempo ci abitavano, devono essere state più che felici di traslocare. La maggior parte degli alloggi contiene ancora resti di mobilio e suppellettili, perfino bambole che ora mi guardano con aria minacciosa. Sì, è vero, mi sto suggestionando inutilmente. Ringrazio di aver fatto il penultimo impianto con un upgrade al cervello, mi aiuta davvero tanto a seguire il sentiero del raziocinio. Il posto è tranquillo: ho scelto un palazzo disposto su tre livelli, credo che mi stabilirò al secondo. Starò alla larga dai topi e avrò una chance in caso crolli il soffitto, pregando che il pavimento dell’ultimo piano regga il contraccolpo. Ho risalito tutte le scale ed esaminato ogni angolo, ma per scoprire se ci sono infiltrazioni dovrò aspettare l’inverno, mi auguro tanto di non passarlo quassù. Ci sono calcinacci dappertutto e le finestre sono divelte, meglio mettersi subito a lavoro!

 

 

2 Agosto 2091

Sono riuscito a isolare il mio piano. La fortuna ha voluto che nel bel mezzo della scala ci trovassi installata una porta che mi infonderà più sicurezza nelle ore notturne, visto che un vero e proprio portoncino non esiste, giù, al pian terreno. Ho recuperato delle assi di legno, scardinandoli da vecchi mobili rastrellati presso altri appartamenti, in diverse zone del quartiere. Non pensavo di avere abilità da carpentiere. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dopo che sono riuscito a costruire un piccolo congegno che mi aiuterà a bloccare l’ingresso, a chiunque voglia tentare di aprire la porta di casa. Per una questione di praticità, ho scelto di sprangare la maggior parte delle stanze che non intendo usare, ad eccezione del gabinetto. Il resto delle assi le ho impiegate per blindare tutte le finestre, lasciando solo delle fessure richiudibili con una striscia di tela cerata. Una sola stanza è più che sufficiente, per me, e sarà anche più facile da riscaldare, bruciando i trucioli del mobilio. Infatti, ho ricavato una nicchia a mo’ di camino e con un imbuto in lamiera, collegato a una vecchia marmitta, ecco pronta una grezza canna fumaria! Non sarà come vivere in un castello, ma è sempre meglio che dormire in macchina.  

 

 

30 Settembre 2091

L’autunno è alle porte. Ho stuccato con della malta grezza ogni crepa dei muri e del pavimento. Mi vengono in mente quelle bizzarre scene viste nei film horror, dove dagli oscuri pertugi grondano fiumi di sangue, oppure sbucano creature viscide che si arrampicano, adoperando decine di microscopiche zampette. Il guaio è che questo posto è lugubremente silenzioso. Gli animali si allontanerebbero, se potessi riprodurre un po’ rumore, ma la mancanza di corrente non mi consente di tenere acceso né uno stereo, né tanto meno un bel televisore ottagonale. Ora che ci penso, potrei ricavare elettricità con l’ausilio di un paio di pannelli fotovoltaici…, mi adopererò per trovarne qualcuno di terza mano in una discarica! Vicino al “camino” ho disposto un vecchio divano, di quelli che si aprono ed esce fuori un letto a una piazza. Da una estremità del materasso sbuca una molla impertinente, cercherò di conviverci aspettando tempi migliori. La fortuna ha voluto che trovassi per tempo, due coperte di lana e un giubbotto, dentro a uno di quei cassonetti dedicati alla raccolta di indumenti per i poveri. Dio benedica chi ce li ha buttati!

 

 

21 Novembre 2091

Inizia a fare un freddo cane. Ho trovato lavoro presso la Cyber Recycling, la discarica in cui mi sono recato in cerca di attrezzature, quasi non ci speravo più. Sono riuscito ad ottenere un piccolo anticipo, così almeno non morirò di fame. I miei risparmi sono finiti già da una settimana e non mi vergogno a confessare che stavo paventando seriamente l’idea di andare a rubare. Cinquecento puntidollari è la paga minima per undici ore al giorno, spesi a trafficare con rifiuti tecnologici di ogni tipo. Fosse solo questo! Quel posto è gigantesco e oltre a fungere da discarica si è rivelato, per di più, un centro di riciclo dei componenti. Lavoro in compagnia di droidi umanoidi, mi aiutano nel faticoso processo di smontaggio degli apparecchi, a immergere centinaia di schede madri nelle vasche piene di acido, separare minuscole parti di oro e il silicio, triturare chili di plastiche e accatastare i fili di rame. Ho accettato senza battere ciglio. Magari, se mi comporto bene, mi daranno un aumento; dopo qualche anno, s’intende. Da quel che ho capito, si tratta di una mansione che non vuole fare più nessuno. Come biasimare tutti i “nessuno” della terra? Il proprietario, malgrado tutto, sembra un tipo a posto. Dice che posso portarmi a casa tutti gli apparecchi usati che mi servono.

Ho messo già da parte un abbondante groviglio di cavi elettrici, dei tubi di gomma, una pompa idroelettrica e un paio di vecchie dinamo. Mancano ancora i pannelli solari e una tanica abbastanza grande da contenere almeno due o trecento litri d’acqua, così magari riuscirò a lavarmi, di tanto in tanto. Conto di trasportare tutto il necessario nel giro di una settimana. C’è un piccolo pozzo, non molto distante dalla dimora che ho scelto di occupare, da lì attingerò per il mio fabbisogno idrico.

 

 

5 Dicembre 2091

Da lontano, Megalo City è così illuminata che sembra di scrutare una stella nello spazio. Nelle poche volte che mi avventuro guizzando tra i vicoli, stando attento a non farmi notare, le luci verdi e viola delle insegne a neon mi abbagliano e, per brevi istanti, quasi mi disorientano. Una volta quello, era il mio ambiente naturale. Potevo frequentare tranquillamente negozi di elettronica, senza sentire addosso l’occhio onnipresente del grande fratello. In un magazzino della malavita, giù al porto, individui poco raccomandabili mi procurano, all’occorrenza, tutto quello che mi serve per tenere in vita i circuiti miniaturizzati impiantati sul mio cranio, e il braccio robotizzato che cinque anni prima, ho dovuto farmi trapiantare dopo un bruttissimo incidente avvenuto a causa di un lancio con il paracadute. Uno sport che mi faceva sentire libero, vivo, a cui infine ho dovuto dire addio per sempre. Ora basta ricordare il passato. È arrivato il momento di mettermi sulle tracce di Berkshot, l’androide supervisore che ha libero accesso a ogni reparto della IMC-Corp. Una spia si è lasciata scappare una notizia fondamentale, per le mie indagini. Si vocifera, nell’ambiente industriale, che gli androidi a capo dei reparti speciali, stanno per essere sostituiti da modelli ancora più avanzati. Per riabilitare la mia fedina penale digitale, non devo far altro che scovare la carcassa di Berkshot prima che il suo microprocessore venga smantellato e recuperare, il prima possibile, ogni dato utile al mio scagionamento. Finalmente, si profila una via d’uscita. Non devo fallire!

 

 

31 Dicembre 2091

La città è in festa. Mi aggiro incappucciato tra la folla con tutti i sistemi di connessione cerebrali disattivati. Basta un debole segnale a onde medie e sono subito rintracciato. Faccio affidamento solo alle mie abilità di comune essere umano, non è affatto facile! Come facevano a vivere gli uomini di una volta? Di sicuro, uno stato retrogrado li rendeva più felici; ignorando… rimanendo all’oscuro di tante realtà. Ho incontrato Lazzarus, verso le nove di sera, è un barbone che sale e scende tutto il giorno le strade principali della city. Gli chiedo se ha fatto caso a uno dei tanti mezzi di trasporto della IMC-Corp dirigersi da qualche parte. Balbetta e sembra alquanto indisponente, ma poi gli offro una Miller, gliel’accendo e, poco dopo, quando riesce a distendere i nervi, mi confessa di aver visto un grosso camion della corporazione, avanzare in direzione della statale 26. Lo ringrazio stringendogli la mano col mio arto buono. Conosco bene quella strada, è un’arteria che porta nella zona est, dove sorgono grandi magazzini di stoccaggio. Alcuni robot, laggiù, vengono ricondizionati e rimessi in commercio. Altri, dopo un’accurata selezione, li mandano definitivamente alla Cyber Recycling.

 

 

6 Gennaio 2092

Una settimana fa, nel cuore della notte di capodanno, sono riuscito a introdurmi nei magazzini privati della corporazione. Ho fatto saltare la corrente, il sistema di sorveglianza non era un granché. Berkshot si trovava ancora in piedi, nell’atrio principale della sala stoccaggio. La festività mi è stata di aiuto, non l’avrebbero toccato per almeno altri due giorni. Gli ho staccato la testa e me la sono portata via. Ho dovuto camminare a piedi per centinaia di metri, prima di raggiungere la mia Clingo 91, le telecamere di sorveglianza sono praticamente ovunque! Durante il tragitto sono stato sopraffatto da una specie di malessere alla testa. Da quando ho interrotto la connessione dei miei circuiti cerebrali mi sento completamente diverso: più libero, ma anche più stordito. È come se avessi perso la bussola del ragionamento, la voce della coscienza che suggerisce cosa è bene e cosa è male. Ho sgranato gli occhi, quando mi sono trovato sotto casa CJ, la mia androide preferita. Se lei è stata capace di trovarmi, significa che potrebbe riuscire a farlo chiunque altro! La situazione si sta complicando in fretta. Mi ha spiegato che la Clingo possiede un chip geolocalizzatore installato nel vano motore. Ogni volta che il propulsore si accende, manda dei segnali fino al satellite, su, nello spazio. CJ non ha dovuto far altro che triangolare il segnale e adesso è qui al mio fianco intenzionata ad aiutarmi. Non abbiamo molto tempo, perciò, ci mettiamo subito all’opera.

 

 

7 Gennaio 2092

CJ ha stabilito una connessione con la memoria di Berkshot, quello che ho scoperto ha dell’incredibile! Il mio compito, alla IMC-Corp, era costruire potenti algoritmi intelligenti e bot in grado di prendere decisioni autonome sotto specifiche direttive. Sapevo della pericolosità del mio mestiere, ogni programmatore lavora in solitudine rinchiuso per nove ore al giorno nel proprio reparto e, per contratto, non è autorizzato a diffondere o a condividere particolari relativi ai progressi maturati sul campo; pena la condanna detentiva per divulgazione non autorizzata di segreti industriali. Ho attaccato la memoria dell’androide con un software progettato per il recupero dei dati. È saltato fuori un video di back-up in cui Roger Baracus, un membro del consiglio di amministrazione, durante una riunione segreta, si lascia sfuggire dettagli importantissimi sul destino di quei potenti algoritmi e della mission aziendale:

Condizionamento del comportamento, tramite abbattimento firewall sugli innesti mentali dei cittadini.

Monopolio del mercato hardware e software di microsistemi cibernetici.

Spionaggio h24 in remoto di tutti gli individui connessi con hardware proprietario IMC-Corp. 

Privatizzazione e vendita dei servizi statali, ordine pubblico, assistenza a 360 gradi.

Controllo totale e censura, sotto traccia, del mondo editoriale e dei notiziari.

Avvio di un progetto innovativo di trasmigrazione della coscienza su chassis robotizzati a marchio esclusivo IMC-Corp.

Disincentivazione della cooperazione sociale per mezzo di suddivisione delle classi in sub-categorie politiche, sessuali, religiose, facoltose, involuti e poveri.

Fornitura esclusiva di prodotti militari, spionaggio intercontinentale, sicurezza locale delle megalopoli.

Pubblicità occulta, istigazione ad acquisti incauti su piattaforme di e-commerce digitali, manipolazione dei prezzi attraverso oscillazioni variabili in poche ore.

Tracciamento e geolocalizzazione di massa, sviluppo di virus informatici, deterioramento dei diritti civili.

La lista continua a dismisura. I file compromessi sono così tanti, da richiedere giorni interi per stilare una prova valida da presentare alla giustizia e riuscire a fermare questi piani folli! Ormai il quadro è chiaro: Baracus si è convinto che i protocolli SMT, da me inventati, sono completi e pronti per essere affidati alla sua potente intelligenza artificiale, per strutturarli a suo piacimento. Per questo aveva ordinato a Berkshot di farmi fuori dai giochi con una finta scusa di tradimento aziendale! Non posso raccontare tutto alla polizia; troppi funzionari corrotti, troppi agenti comprati. Devo inventarmi qualcosa di più eclatante. Forse è arrivato il momento di contattare la rete anarchica di hacker Anonymous. Solo loro possiedono i mezzi necessari per diffondere la verità in pochissimo tempo, saltando da un server all’altro, interferendo con le principali trasmissioni internet su larga scala. Manderò un messaggio criptato immediatamente, tutti sapranno com’è andata la faccenda e la mia fedina penale sarà di nuovo limpida agli occhi della legge!  

 

 

4 Ottobre 2054

Mi sono risvegliato sopra il letto di una clinica privata. Quando ho aperto gli occhi, un’infermiera ha chiamato immediatamente il dottore che asserisce di avermi sottoposto a ricovero. Secondo le sue parole, ho subito un grave shock psico-emozionale, dovuto agli innesti di fantasie virtuali comprati come viaggi vacanza a tema avventuroso. Qualche ora più tardi si è anche presentato un responsabile della Smartkel, la società che sviluppa e simula le esperienze artificiali. È venuto per sincerarsi che stessi bene, facendomi firmare un modulo di rimborso spese morali e materiali. Mi è parso fin troppo accondiscendente, a mio avviso. L’uomo mi ha spiegato che raramente accadono episodi incresciosi come questo, che sono stato io a presentarmi spontaneamente in un centro vacanze simulato e che, al momento della stipula del contratto, ero perfettamente conscio dei rischi in cui stavo per cacciarmi. Domani, dopo il ricovero, potrò tornare alla mia vecchia vita di sempre e soprattutto nell’anno reale del 2054 e non del 2092. Attualmente, nonostante cerchi di sforzarmi, non ricordo granché, di tutto ciò che è successo. Provo una sensazione di disagio spasmodico, l’impossibilità quasi totale di discernere il bene dal male. C’è una cosa che non riesco a spiegarmi più di tutto: se le esperienze che ho vissuto non erano reali, perché mi sono ritrovato in tasca il mio diario?    

 

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Un tranquillo soggiorno di paura

Posted by on Feb 13, 2019 in Horror, Racconti brevi

Un tranquillo soggiorno di paura
L’annuncio diceva: “visita guidata in mezzo ai fiordi, si accettano prenotazioni. Venite a scoprire le meraviglie della natura in Norvegia d’estate e le montagne innevate d’inverno. Ottimo cibo a base di pesce, accoglienti camere in ostello + finestre dove scorgere l’aurora boreale, prezzi competitivi. Si accettano pagamenti con carta di credito e perfino contanti in euro per i membri dell’unione, divertimento assicurato.”
 
Strano però che su TripAdvisor di questa locanda non se ne trovasse traccia, probabilmente era situata troppo a nord del continente scandinavo, rispetto al resto delle consuete catene di attività ricettive, le fotografie allettanti sul sito e i prezzi poco al di sotto della media effettivamente risultavano allettanti per tanti viaggiatori dell’ultimo minuto.
 
Francois e Giselle, una giovane coppia francese, sognavano di fare quella vacanza ormai da tre anni e, visto che padroneggiavano bene l’inglese, non persero tempo a prenotare una camera presso il Fin Utsikt Hostel. I due innamorati si erano proprio dati da fare per mettere via dei risparmi, la Norvegia è famigerata per essere uno dei posti più cari del mondo, nonostante ciò Francois e la sua ragazza sbrigarono le pratiche per ottenere il passaporto il prima possibile e imbarcarsi sul primo aereo. Per risparmiare sul volo la tratta comprendeva due scali: il primo a Copenaghen e il secondo a Oslo, ma per raggiungere la parte nord occidentale della loro destinazione definitiva, gli spettava prendere un ultimo volo charter che li avrebbe accompagnati all’aeroporto di Bardufoss. Di solito, i turisti più abbienti preferiscono fare tappa in tutta la Scandinavia, godendo delle settimane da trascorrere anche in Svezia e Finlandia, concludendo le loro vacanze in Norvegia usufruendo di questi pacchetti, arrivando a vedere al massimo le due città più grandi Oslo, la capitale, oppure Bergen. Purtroppo Francois aveva aperto uno studio da notaio solo da due anni e Giselle era da poco diventata maestra d’asilo attraverso un contratto a tempo indeterminato. Una vacanza era l’ideale per festeggiare e contemplare il progetto del matrimonio, d’altronde la casa in cui andare a vivere ce l’avevano già.
 
A febbraio inoltrato il panorama, visto dalla cabina dell’aereo intercontinentale, appariva come uno spettacolo imbiancato nel quale il mare scuro del nord faceva da contrasto unitamente alle luci delle piccole case di legno rosse e bianche che si affacciavano sulla costa. Giselle, sebbene cominciasse ad accusare la stanchezza del viaggio e lo stress degli scali, era visibilmente emozionata, mentre il suo fidanzato continuava a controllare e ricontrollare ogni prossimo dettaglio dei loro spostamenti. Ad aspettarli all’aeroporto dell’ultimo scalo c’era Jeremy Walsh, un cinquantenne attempato dall’aria scanzonata vestito come un eschimese e grande consumatore di sigari. La sua figura spiccava senza troppa difficoltà in mezzo al panorama rigido che teneva gli abitanti di Oslo prigionieri del clima inclemente.
 
«Benvenuti tra i vichinghi» esordì la guida alzando una mano, «sono Jeremy Walsh, vi farò compagnia per tutto il periodo della vostra vacanza e mi assicurerò che non vi perdiate» proseguì presentandosi, «vi stringerei la mano ma ho i guanti così spessi che credo sia del tutto inutile» concluse.
Francois rispose altrettanto cordialmente ma il suo sorriso si spense subito dopo, quando realizzò che il loro ultimo volo si sarebbe compiuto a bordo di un piccolo velivolo bimotore a quattro posti.
 
«Scusi, sarebbe quello il suo aereo?» chiese il francese indicando con il braccio teso.
«Sì, in questa stagione non ricevo molte prenotazioni, per questo viaggio basta e avanza. Complimenti per il suo inglese, comunque.» commentò la guida.
Giselle era troppo rapita dagli eventi e non faceva altro che scattare fotografie e salutare estranei incappucciati sepolti sotto spessi centimetri di giubbotti impellicciati.
 
– Avrebbero fatto meglio a restare a Oslo. Più posti da visitare, più gente a cui chiedere aiuto in caso di emergenza. –
 
Saliti a bordo dell’aeroplano la coppia esplose in un chiacchiericcio interminabile. Uno straordinario tramonto rapì immediatamente la loro attenzione, ma avrebbero desiderato ugualmente di trascorrere qualche minuto in più in aeroporto che dall’alto sembrava immenso, e magari comprare qualche souvenir da mettere in valigia. Ma non c’era tempo. Jeremy fece sapere dell’arrivo imminente di una tempesta di neve e dovevano sbrigarsi, pena il blocco a tempo indeterminato in loco.
 
Il piccolo velivolo non avanzava stabilmente come i normali aerei di linea, il pilota compiva spettacolari virate talvolta improvvise che faceva strabuzzare gli occhi dei passeggeri, ma regalava anche angolazioni mozzafiato perfette per cogliere scatti fotografici dell’ambiente sottostante.
Per scusarsi delle manovre azzardate, Jeremy raccontò ai due delle sue passate esperienze come pilota soccorritore in guerra nel medio oriente e approvvigionatore di medicine in Africa. In giro per il mondo prese perfino diverse licenze di caccia e porto d’armi per i fucili, inoltre da quando è andato a vivere in Norvegia, ha appreso l’abilità di scuoiare piccoli animali, pulire i salmoni e cucinarli.
 
«Sì, perché a dire il vero, io sono nato in Irlanda, lo avrete sicuramente capito dall’accento. Dopo i trent’anni però, ho cominciato a vagare in lungo in largo…» raccontava soddisfatto di se stesso, tenendo l’umore dei suoi clienti il più alto possibile.
Più si dirigevano a nord più il panorama si faceva desolato e inospitale. Montagne irte dalle vette pericolosamente schiarite si innalzavano dalla costa fino in cielo, mimetizzandosi tra le nubi appena al di sotto della quota in cui volavano i protagonisti di questa bizzarra storia. Francois e Giselle annuivano e ammiccavano sorrisi di circostanza, ma dentro di loro continuavano a guardare dai finestrini nella speranza di avvistare altre città dopo Bergen, dei piccoli insediamenti o attività turistico ricettive, piste da scii, funivie o persino rifugi di soccorso. Niente.
 
Dopo un’ora di volo abbondante, per non dire interminabile, l’ultima virata fu compiuta per raggiungere un piccolo spiazzo che fungeva da pista.
«Non fate caso all’apparente desolazione, lo chalet che avete prenotato è qui vicino e dietro quella montagna si trovano tutte le attrazioni pubblicizzate nei depliant e sul sito internet.» si affrettò a spiegare il loro stravagante Cicerone.
 
La sera giunse in fretta subito dopo le tre del pomeriggio, e l’idea di stare rinchiusi in una stanza all’interno di una struttura, a primo acchito dispersa nel nulla a causa di una tormenta di neve, faceva presagire che sarebbe durata molto a lungo.
 
Lo chalet ai piedi della collina era molto grande, dall’aspetto decisamente rustico, tuttavia la quantità di neve sparsa sopra ogni cosa limitava la godibilità dei dettagli. All’interno gli ospiti scoprirono un posto molto accogliente e pulito, arredato con cura anche se un misto di design moderno dei suppellettili faceva a cazzotti con i trofei di caccia appesi sulle pareti o con gli animali imbalsamati sparsi in ogni perimetro.
 
«Finalmente al caldo!» esultò Giselle, alla vista del camino.
«Oh, non fatevi ingannare, ogni tanto butto giù qualche pezzo di legno per fare scena, ma il lavoro sporco lo fa l’impianto centralizzato del riscaldamento» intervenne Jeremy.
«Questo posto è tutto suo o lo gestisce soltanto?» chiese Francois per accendere una discussione formale.
«No, in verità è proprietà dei beni culturali norvegesi. Quando mi sono deciso a prenderla in gestione era solo una catapecchia, poi ci ho investito dei soldi e qui sono molto disponibili a supportare le attività locali. Il turismo fa bene sempre e comunque! D’estate mi faccio aiutare da alcuni dipendenti e faccio uso di un aereo più grande. Ma ora basta con le chiacchiere, andate a sistemare i bagagli nella vostra stanza, qui si cena presto, alle diciotto circa, minuto più, minuto meno. Spero vi piaccia il menù a base di pesce. Il salmone come lo preferite? affumicato? al forno? saltato in padella?»
«Ci fidiamo di lei, ci stupisca!» rispose Giselle.
 
I due turisti si accomodarono nel proprio alloggio, i conti però, non gli tornavano.
«Possibile che a febbraio ci siamo solo noi due, in un posto simile?» domandò Francois alla sua ragazza.
«Hai ragione, è davvero strano. Penso che ci annoieremo a morte, oggi. Davvero non ci sono attività serali qua intorno?» rifletté Giselle.
«Non so.» disse Francois stringendosi sulle spalle, «Usiamo i telefoni e ricontrolliamo il sito internet, magari ci rinfrescheremo la memoria.»
«Ah, il segnale è davvero scarso, sarà colpa della tormenta?» ragionò Giselle esprimendo un broncio.
«Domani faremo una passeggiata di perlustrazione, tormenta o no, sono curioso di scoprire cosa ci aspetta dietro quella montagna. Vedrai ci divertiremo.»
«Chissà, magari incontreremo qualche altra coppia francese!» esclamò Giselle, sorridendo.
 
– Sarebbe stato così? –
 
Nella camera dei due turisti si trovava una finestra che dava proprio sulla sponda rocciosa tanto millantata e faceva parte di una combinazione totale di cinque spaziosi alloggi, dotati di letti matrimoniali, scrivania, televisione e piccoli armadi. L’unica nota di demerito che la coppia si sarebbe presumibilmente affrettata ad evidenziare sui siti dedicati, era il bagno in comune. Molto grande e pulito, ad onor del vero, e se consideriamo che il posto non era occupato praticamente da nessuno, alla fine, inserire poche stelle in recensione rischiava di rivelarsi alquanto scortese. Le trasmissioni televisive strettamente in norvegese si dimostrarono praticamente incomprensibili, una eventualità del tutto plausibile, ma ugualmente noiosa. Senza perdere altro tempo, Francois e Giselle sentenziarono per fare l’amore prima dell’ora di cena, una delle poche attività in cui rimase margine di manovra per sprecare le ultime energie.
 
Dalla cucina iniziava ad arrivare già un delizioso profumo di spezie esotiche e contorni, lo chef era ormai pronto per dedicarsi al piatto principale.
«Vado a fare una doccia.» disse il fidanzato di Giselle, prima di recarsi a tavola.
La sua amata cedette volentieri il posto, si sarebbe lavata prima di andare a dormire, o almeno così progettò in quel momento.
 
– Si diresse in cucina e da lì non fece più ritorno. –
 
Non appena la donna mise piede nella stanza principale del Fin Utsikt Hostel, il vecchio ma robusto Jeremy pose una mano sulla bocca di Giselle per non farla gridare e la strinse da dietro con tutta la sua forza. La donna prese a dimenarsi più che poteva, ma niente riusciva a smuovere l’energumeno che la teneva in ostaggio.
«Mi dispiace, dolce fanciulla, ho paura che per stasera avverrà un drastico cambiamento di programma.» commentò prezzante lo spietato locandiere. Dagli occhi di Giselle affiorarono le prime lacrime di disperazione e paura, non c’erano più dubbi, ormai, l’uomo si mostrò in tutta la sua vera spregiudicata natura: un solitario cannibale affamato di carne umana.
 
Senza perdere altro tempo, afferrò un coltello molto grande e affilato e in men che non si dica squarciò la trachea della donna lasciandola agonizzante e sanguinante, appoggiata al lavandino della cucina. “Un vero peccato per il parquet in legno grondante di sangue.” – pensava sicuramente l’assassino, ma nella sua mente malata e contorta si sarebbe sobbarcato l’onere delle pulizie straordinarie in vista dei crimini di cui si stava macchiando.
«Shhh… fai piano mentre muori, non vogliamo attirare l’attenzione del tuo ragazzo così presto, vero? rovinerebbe tutto, credimi.» sussurrava a bassa voce Walsh, con uno sguardo spiritato da pazzoide. «Lo so, in questo momento ti starai chiedendo che razza di spietato bastardo io sia in realtà, ma vedi… la storia è molto lunga, diciamo solo che gli anni mi hanno cambiato.»
 
Giselle morì pochi istanti dopo, accasciandosi a terra con lo sguardo ormai fisso nel nulla e le pupille dilatate. Per lei era la fine.
All’improvviso lo scroscio dell’acqua in bagno cessò. Francois stava anch’egli andando incontro al suo nefasto destino e, veloce come un felino, l’albergatore assassino si precipitò in uno sgabuzzino per agguantare uno dei suoi fucili. Li teneva tutti carichi, il bastardo, non poteva sapere quando un essere umano o qualunque altro essere vivente si fosse deciso a passare da quelle parti. La zona in cui viveva era completamente disabitata, distante chilometri e chilometri dal primo centro abitato. Aveva deciso, per chissà quale folle scelta priva di logica, di passare il resto della sua vita laggiù, dove finiva il mondo.
 
Trascorsero solo pochi secondi da quando Jeremy si era allontanato di qualche passo per armarsi e al suo ritorno in cucina Francois era già lì con le mani tra i capelli e il viso sconvolto dall’orrore.
«Ma che cazzo è successo?!» iniziò a urlare con la voce che gli moriva subito dopo.
«È entrato un maniaco e l’ha accoltellata!» rispose sadicamente Jeremy per confonderlo.
«Come? che dici? Non ho sentito niente!»
«Perché eri sotto la doccia.» spiegò Walsh, tenendo la canna del fucile abbassata. «Sono corso a prendere una delle mie armi ma al mio ritorno se n’era già andato.»
«Oh mio Dio… Oh mio Dio aiutami!» prese ad urlare Francois, balbettando frasi disperate in francese.
«Forse hai ragione… Francois… forse dovresti iniziare a correre. D’altronde te l’avevo detto che sono un abile cacciatore no?» disse Jeremy, sogghignando istericamente.
 
Francois, piangente e incredulo, si scaraventò fuori dallo chalet nel bel mezzo della tormenta di neve che aveva già preso a imperversare ormai da più di un’ora e mezza. Jeremy cercò di sparare un primo colpo, sicuro di prenderlo subito, proprio dietro la schiena, ma la rigidità del clima e una scarsa lubrificazione dell’arma fece sì che questa s’inceppasse.
 
– Ebbe inizio così la vera caccia. –
 
Il turista francese, sebbene travolto dallo shock, tentò di effettuare una chiamata d’emergenza, ogni tentativo però andò vano, poiché non vi era alcun segnale nei dintorni.
Jeremy dovette perdere istanti preziosi nell’andare a prendere un altro fucile funzionante e munirsi di una torcia. Questo diede una piccola chance a Francois di poter cercare la salvezza. Ma il buio desolante sembrava persino più beffardo dell’assassino. Là fuori, tra le tenebre, nel bel mezzo di una tempesta e senza udire nemmeno un lupo, Francois si mise a vagare in direzione di quella montagna oltre la quale sperava di chiedere aiuto. Una lotta contro il tempo, contro le forze della natura inclementi e, per di più, con pochi vestiti addosso. Le probabilità contro di lui erano dieci a uno.
 
All’improvviso si udirono i primi spari che gli echi tra i monti moltiplicavano più volte, terrificanti, agghiaccianti! Giselle era morta e con lei quasi ogni altra speranza.
«Dove credi di andare, Francois?!» gridava Jeremy da lontano, mentre affondava i suoi passi pesanti in mezzo alla coltre di neve che si accumulava strato dopo strato.
La sagoma oscura del disperato notaio oscillava nella penombra in direzione nord est, il suo aguzzino aveva portato con sé una buona dose di cartucce. Chissà a quale Dio si stesse rivolgendo in quei frangenti la prossima vittima designata dal maniaco.
 
L’ultimo dei nove colpi sparati nell’oblio colpirono Francois alla spalla destra, provocandogli un buco grande quanto una moneta, facendolo piombare al suolo imbiancato ora sporco di rosso sangue. Negli inesorabili passi, uditi sempre più vicini come la sua fine, il turista pregava di perdere coscienza prima di venire giustiziato.
Walsh lo trovò immediatamente, lo afferrò per il colletto del maglione e lo strascinò per un centinaio di metri fino alla baita. Francois ansimava e respirava con affanno a causa della ferita infertogli, buttato sul pavimento come un animale pronto per essere macellato.
Prima di ucciderlo definitivamente, la finta guida turistica, da bravo pazzoide, volle spiegare le ragioni delle sue gesta, come uno dei tanti cattivi che si vedono al cinema, algido e insanamente spietato.
 
«Sai, Francois, alcune parti della storia che vi ho raccontato non sono del tutto esatte. Ho passato la mia gioventù sugli aerei, è vero, ma non trasportavo medicinali per i missionari in Africa. Più che altro facevo il contrabbandiere. Trasportavo qualsiasi cosa fosse illegale: armi, droga, prostitute, criminali e latitanti» spiegava con un tono irreale e sereno, «sai cos’è successo un giorno?» continuava nel suo sproloquio mentre la vittima perdeva definitivamente conoscenza, «sarà stato sette o otto anni fa. A causa di una tormenta come questa, sono precipitato da un aereo proprio qui in Scandinavia, in una zona ancora più a nord e più isolata. Il mio copilota era morto, il cranio gli si era spaccato in due, riuscivo a vedere il suo cervello spappolato sopra il quadro strumenti. Non avevo niente da mangiare e per sopravvivere dovetti cuocere un paio di fettine della sua carne. E sai che successe, caro Francois? scoprii che la carne umana era davvero buona, ma non voglio perdermi in chiacchiere dicendoti quante persone ho già mangiato. Quassù non viene mai nessuno. A me piace vivere da solo, in piena tranquillità. Le autorità si sono completamente dimenticati di questo posto, anzi, forse non risulta nemmeno che ci sia un albergo in questa zona della Norvegia. Non devo fare altro che un po’ di scorta ogni tanto. Nella cantina c’è una grande cella frigorifera, non che con questo freddo sia indispensabile, ma vedi, io ci tengo molto all’igiene alimentare.»
 
L’assassino prese lo stesso coltello usato per uccidere Giselle e con un paio di colpi al cuore, spezzò senza indugio la vita all’ingenuo vacanziere. Ripose i cadaveri all’interno di grossi sacchi di plastica. Prima che si scatenasse una puzza tremenda, urgeva una pulizia accurata della cucina, e anche in fretta.
Sistemò i due corpi all’interno della cella al piano di sotto, soddisfatto delle sue malefatte, poi si ricordò di aver dimenticato di dire qualcosa…
 
«A proposito, Francois, c’è un altro piccolo dettaglio che è stato omesso sul sito internet: non esiste un bel niente oltre quella montagna.»
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Vecchia bastarda

Posted by on Gen 14, 2019 in Horror, Racconti brevi

Vecchia bastarda

Non sono mai stato un grande appassionato del genere horror. I miei migliori amici mi avevano messo al corrente del fatto che i vari Stephen King, John Carpenter e tanti altri, erano diventati famosi autori grazie a opere che raccontavano storie di macchine indemoniate, assetate di vittime e dotate di vita propria. Purtroppo, solo dopo quanto mi era successo mi sono messo a leggere e a visionare libri e film di questo tipo, quando ormai era troppo tardi. Gli errori di gioventù si pagano e, all’età di diciotto anni, un ragazzo poco più che adolescente cosa ne poteva sapere di auto maledette? Voci, soltanto voci. Cerchiamo di essere chiari: non è che io abbia comprato un’auto assassina che si riaggiustava da sola di notte e poi l’indomani ritornava a sfrecciare sulle strade per ammazzare degli innocenti, ma i fatti in cui mi sono trovato coinvolto tanti anni or sono, ancora oggi mi fanno venire i brividi al solo pensiero.

Come ho poc’anzi accennato, avevo compiuto diciotto anni e, foglio rosa alla mano, già andavo in cerca di un’automobile per imparare a guidare e prendere la patente. A quell’età mi sarei accontentato di uno scassone qualsiasi purché fosse dotato di quattro ruote, un volante e almeno un paio di sedili. Ero affamato di indipendenza con una voglia sconfinata di viaggiare ed esplorare luoghi lontani dalla mia città, vedere posti nuovi, incontrare altri tipi di volti.

Comprai un giornaletto locale interamente dedicato agli annunci di compravendita di mobili e immobili di tutti i tipi. Ad onor del vero, ora che ci penso bene, era già il sesto, i primi due li acquistai ancor prima di diventare maggiorenne. Mi dedicai alla ricerca di una macchina dal basso budget iniziale, non importavano i chilometri già percorsi o lo stato generale in cui versava, m’importava solo che costasse poco. In tutti e sei i volumi che uscivano in edicola mensilmente, trovavo sempre il curioso annuncio di una signora intenzionata a sbarazzarsi di una Volkswagen degli anni ottanta per la modica cifra di cinquecento euro. “Sarà un ferro vecchio mezzo scassato” – pensai, ma l’idea di poterci mettere mano per un eventuale restauro mi allettava. Sin da bambino mi capitava di gironzolare nei dintorni di certi quartieri dove i carrozzieri mandavano avanti il proprio lavoro con dedizione e spirito di sacrificio, oggi molti di loro sono in pensione oppure sono passati a miglior vita.

E quell’annuncio? Oh, sì, sempre presente su quel piccolo mensile con le scritte microscopiche chissà da quanto, come se qualcuno mi implorasse di andare a vedere. Allora non c’erano siti internet dedicati agli affari dei privati, anzi, non mi ricordo proprio di aver avuto un computer a quei tempi.

E così chiamai, in un pomeriggio di primavera. Rispose una gentile signora, si chiamava Katia, mi disse che potevo andarci anche subito purché fossi arrivato prima del tramonto. Si trovava in un paese vicino al mio, sarebbero bastati al massimo quindici minuti. Avrei potuto chiedere un passaggio a Felix, il mio migliore amico, in realtà si chiamava Felice anche se a stento sapesse cosa fosse un sorriso. Proprio in quel periodo la sua squadra del cuore aveva perso il campionato e per tre mesi di seguito dovette evitare di frequentare i bar per paura degli sfottò. Intenzionato a curiosare, infine optai per andarci da solo, vado sempre solo quando devo acquistare qualcosa, il giudizio degli altri finisce sempre per influire malamente sulle mie decisioni, specie all’epoca che ero molto più insicuro di oggi. Così presi un bus e arrivai per le diciassette meno un quarto davanti a una specie di fattoria un po’ fuori mano.

Katia si rivelò una graziosa donna di quarantanove anni che mi invitò subito a prendere una tazza di caffè spiegandomi nel frattempo (e ripetutamente) le ragioni del suo divorzio. Viveva sola in compagnia del figlio di dodici anni, piuttosto intimidito dalla mia presenza, e di un brutto cane di piccola taglia, che al contrario mi parve fastidiosamente indispettito, ringhiante e a dir poco patetico.

Dopo uno noioso sproloquio fatto di assurdi convenevoli, la gentilissima donna mi accompagnò in quella che una volta era una rimessa per i trattori e gli attrezzi agricoli. Il suolo era cosparso di paglia e gli angoli colmi di ragnatele di tutti i tipi, seguirono commenti sprezzanti sulla fatiscenza di quel posto sia miei che della donna intenta a scusarsi.

In un angolo piuttosto buio e polveroso giaceva una vecchia Golf che poco ci mancava e si sarebbe mimetizzata con tutto l’ambiente circostante, costituito da un mucchio di oggetti all’apparenza privi di senso e soprattutto inutilizzati da chissà quanti secoli.

Era rivolta con il muso in direzione della grande porta di ferro dalla quale entrava l’unico punto di luce, pronta a sgommare via, se almeno avesse avuto tutte e quattro le ruote debitamente gonfie, il primo delle innumerevoli delusioni che mi caddero all’occhio che mi fece storcere il naso. L’aspetto della carrozzeria ricordava un colore chiaro, ma era puntellata e solcata verso il basso da lunghi ed evidentissimi rigagnoli di ruggine, oltre a presentarsi decisamente opaca e smorta. La calandra anteriore in plastica penzolava divelta e da nera l’ossidazione la trasformò in  grigio topo, così come entrambi i paraurti e gli specchietti laterali degli sportelli; quello del lato guida era spaccato, l’altro situato dal lato passeggero era penzolante. Aprii lo sportello sinistro e gli interni mi apparvero come un gigantesco posacenere pieno di sporcizia e tele tessute da chissà quanti tipi di ragni già sicuramente morti alla vista di quella triste situazione. Katia mi guardava con un sorriso di circostanza, superficiale e melodrammatico, consapevole di avere più una specie di relitto che un’auto in quella specie di fienile. Tentai di aprire il cofano posteriore ma non ci riuscii perché la macchina si trovava troppo vicina alla parete appena a due o tre palmi di mano, ma la cosa che mi incuriosì molto fu che era agganciata al muro per mezzo di una catena passata attraverso il paraurti posteriore e un imponente occhiello di ferro saldamente conficcato al muro.

“Che ci fa questa catena avvinghiata alla macchina? Avete paura che ve la rubino o che vada via da sola?” – dissi per sdrammatizzare alla donna di mezza età.

“La macchina apparteneva a mio zio. Sinceramente non so perché l’abbia legata così, mi ricordo solo che prima di morire, l’anno scorso, disse a mio figlio che serviva a non combinare guai. Sicuramente si stava prendendo gioco di lui.” – spiegò.

Una condizione davvero insolita almeno quanto le affermazioni che aveva reso il vecchio. A quali tipi di guai si fosse riferito non era dato sapere. Magari ingenuamente serviva come ammonimento per evitare che il nipote si mettesse a curiosare o a premere bottoni a casaccio.

La gentile signora concluse che doveva liberarsi di quel rottame perché sulla testa le pendevano già parecchi bolli arretrati da pagare e non voleva ritrovarsi spiacevoli visite da parte del fisco. La somma che chiedeva bastava a malapena per estinguere gli arretrati e pagare qualcuno che rimettesse ordine dentro la sua proprietà. Domandai se altri prima di me ebbero la spiacevole idea di rispondere a quell’annuncio, ma mi sentii dire che ero stato l’unico, dopo mesi e mesi della messa in pubblicazione. Feci un rapido calcolo a mente e, volendo ostentare un atteggiamento positivo, ne dedussi che con un paio di migliaia di euro avrei potuto fare di quel mucchio di ferraglia una macchina per imparare a guidare e uscire nei fine settimana, giusto il tempo di trovare una vera occupazione, al di là dei soliti piccoli lavoretti occasionali, e mettere da parte una somma adatta a comprare un’auto migliore. Perciò ero conscio che se avessi proceduto all’acquisto, avrei dovuto tenermela per almeno quattro o cinque anni, sempre se i miei piani fossero andati a segno. Immaginavo già i miei genitori strillare per l’acquisto di quel catorcio e gli amici frignare e sfottere fino allo sfinimento, ma le mie tasche erano quasi vuote e più avrei girato per sondare il mercato, più si sarebbero svuotate. Diedi a quella Volkswagen imbalsamata e orripilante un’unica chance, se il motore avesse dato forfait ai primi quattro o cinque tentativi di messa in moto, me ne sarei andato e tanti saluti alla signora Katia e rispettiva prole, con cane a seguito.

La signora colse la palla al balzo e si offrì di collegare la batteria della sua auto con quella tumefatta che teneva in magazzino usando dei cavi. Il vano motore era l’unica parte decente di tutta la macchina. Sebbene qualche componente implorasse aiuto da parte di un bravo meccanico, nel complesso mostrava ancora il potenziale in grado di farle macinare almeno altri cinquantamila chilometri alla buona. Infatti, dopo un paio di giri di chiave, gli ingranaggi tornarono a lavoro, facendo borbottare il motore con la cinghia di trasmissione che strideva come se un antico mammut si fosse svegliato da un profondo e perpetuo letargo.

Un leggero ticchettio batteva sulle valvole e una grossa folata di fumo uscì dal tubo di scappamento. L’aria diventò talmente asfissiante da costringerci tutti e tre a scappare all’aria aperta per riprendere fiato. Avevamo appena risvegliato una belva o forse scatenato una vera e propria maledizione, degna del più noto tra i faraoni dell’antico Egitto.

La storia sulla maledizione non era del tutto inadatta a quella circostanza. Solo dopo aver firmato i documenti per il passaggio di proprietà, la pragmatica Katia mi rivelò ulteriori dettagli alquanto ambigui, circa la storia di quell’assurda macchina. Non è inverosimile porsi delle domande sul passato di un’auto usata, ossia contemplare fantastichevoli ipotesi su chi l’abbia guidata anni prima, chi poté sfruttare per primo la possibilità di comprarla dal concessionario quando ancora profumava di nuovo, quanti uomini e donne si fossero cimentati all’abbandono di fluidi corporei durante innumerevoli notti di fugace passione, se per caso delle fragorose botte da marciapiede avessero intaccato i cerchioni o, peggio ancora, compromesso l’avantreno, o se addirittura fosse stata resa testimone di spaventosi incidenti . La donna, davanti all’ultimo caffè offerto, mi disse che lo zio aveva comprato la Golf da un tizio che, a sua volta, la vinse ad un’asta, dopo che fu rinvenuta nella stiva di una nave che era andata alla deriva per mesi e di cui non si seppe mai nulla sul resto dell’equipaggio scomparso. Una storia degna dei più classici e famigerati romanzi di paura che suscitava altri mille e più interrogativi, ma che in quel momento non avevo affatto voglia di pormi.

Tre giorni dopo ritornai alla fattoria con quattro ruote comprate da uno sfasciacarrozze al modico presso di cento euro, complete di gomme ancora buone per il settanta percento. Dopo avergli dato la notizia, Felix si era offerto di darmi una mano, non esimendosi di offrire numerosi e sfiancanti commenti e pareri negativi. Portammo con noi anche una mastodontica cesoia per troncare il catenaccio che teneva la macchina fissata al muro, Katia del resto, non sapeva nemmeno dove si trovasse la chiave. La accendemmo come l’ultima volta, usando dei cavi, la seconda cosa che avrei comprato quel giorno sarebbe stata una batteria nuova di zecca.

Mentre ero intento a pulire i vetri con uno straccio, notai alzarsi uno strano vento polveroso  proveniente da ovest e da quel giorno in poi non ricordo che cessò mai veramente di soffiare del tutto, fastidioso… insolente!

Salutai per l’ultima volta quella donna e mi misi in marcia in direzione della mia città. Passai da un negozio di ricambi e comprai, oltre alla batteria, un paio di spazzole nuove per i tergicristalli e un alberello profumato di quelli che si appendono nello specchietto retrovisore per rendere l’ambiente più gradevole. Ce ne sarebbe stato di lavoro da fare prima di poterlo utilizzare, l’abitacolo puzzava di capra morta e fieno, non osavo immaginare quale genere di pattume schifoso si nascondesse nelle viscere del cruscotto, appena dietro il cassetto portaoggetti o nelle cavità del condotto di ventilazione. Non l’avessi mai acceso! Uscirono tante minuscole pagliuzze gialle quanti capelli avrebbe tagliato un barbiere in una settimana. Il tanfo che ne scaturì quasi fece vomitare me e il mio migliore amico. Scoprimmo in tal maniera che il riscaldamento non funzionava, assieme a un faro, le luci posteriori, una freccia e il clacson. Tutto questo andava sommato ai lavori di verniciatura e di meccanica. Così, dopo ripetuti e assillanti consigli da parte delle persone che mi orbitavano intorno, presi la saggia decisione di affidare gran parte del progetto a un professionista.

Fu l’inizio di una serie di circostanze a dir poco sinistre che davvero mi portarono a pensare che quella specie di macchina fosse fonte inesauribile di disgrazie e pericolose calamità di ogni tipo. Al meccanico a cui l’affidai, gli si tranciò di netto un cavo d’acciaio posto all’interno degli ingranaggi del ponte che serviva a tenere sollevata la mia macchina. Quel pover’uomo non era riuscito nemmeno a svitare il perno della coppa dell’olio per effettuare il primo tagliando, dopo anni e anni di immobilità e per poco non ci lasciava le penne. L’auto precipitò al suolo ad una altezza di due metri in meno di un secondo, se qualcuno si fosse trovato sotto, non ne sarebbe uscito vivo per raccontarlo. Sono cose che possono capitare una volta su centomila, in una vecchia officina, il destino volle che capitasse proprio in quelle disgraziate circostanze.

Inorridito e scaramantico, l’uomo mi suggerì di condurre la mia Volkswagen lontano dalla sua attività. La portai in un’altra officina e proprio quando il garzone aprì il cofano motore per iniziare a metterci le mani, un corto circuito fece saltare ogni maledettissima valvolina che era rimasta ancora intatta. In poche parole riuscirono a mala pena a cambiare la cinghia della distribuzione poi, il giorno dopo, il proprietario che gestiva l’attività aprì il cancello e trovò il cane da guardia morto. Ben presto si sparse la voce e dovetti continuare i lavori di restauro da solo. Non riuscirò mai a dimenticare le settimane di intenso lavoro per cablare l’intero impianto elettrico, smerigliare la vernice andata in malora, tagliare via pezzi arrugginiti e rattoppare i buchi con decine di saldature. Quella bastarda era messa proprio male e non voleva saperne di rimettersi in piedi. Non tenevo più conto delle ore passate in garage, a rimuovere i sedili logorati dal tempo e dai topi, la tappezzeria inzuppata di fango, lo sporco ostinato sopra il pavimento della scocca e nel bagagliaio. A volte la voglia di mollare tutto mi assaliva e di portare le parti  smontate dritti dal demolitore, ma ormai ero a metà strada e i soldi iniziavano a scarseggiare. Feci in tempo a comprare a malapena la vernice e la maggior parte dei ricambi trovati a buon mercato qui e là dai demolitori, dopo tutto si trattava di un modello vecchio e questo non facilitava certo le cose. Non c’era giorno che non mi capitava di urlare, per una martellata su una mano, per un taglio su un braccio o una gamba. Tiravo ogni volta il freno a mano con tutte e due le mani e puntualmente lo ritrovavo abbassato con il rischio di morire schiacciato sotto l’auto. Non avevo mai passato un periodo tanto sfortunato come quello, un’altra persona al mio posto l’avrebbe sistemata in un grande piazzale isolato e poi si sarebbe tolto lo sfizio di incendiarla con la stessa benzina contenuta nel serbatoio.

La verniciai di un bianco brillante e da lontano sembrava quasi nuova, il bianco d’altronde era tornato di moda e almeno questo dettaglio contribuiva a non farla apparire del tutto un trabiccolo semovente di cui vergognarsi. Forse nei suoi trascorsi giorni di gloria aveva ottemperato ai doveri per cui era stata progettata: trasportare paglie di fieno o un paio di pecore da un punto all’altro, per questo motivo nel retro non avevo trovato i divani posteriori. Tuttavia, quando ogni componente rigenerato tornò al suo  posto, quel collage di pezzi scovati dal rottamaio culminò in  un discreto puzzle metallico dallo stile vintage, arrivò quindi il momento di portarla su strada.  

Non posso negarlo, quegli ottanta cavalli nascosti sotto il cofano non erano poi invecchiati così male e più la guidavo più ogni spregevole rumore andava affievolendosi. Magari era rimasta ferma troppo a lungo e macinare di nuovo chilometri le stava facendo bene. Preso dall’ottimismo sprecai anche mezzo barattolo di nero opaco che mio padre usava per dipingere i passamano del balcone di casa, spennellato sui paraurti e sugli specchietti laterali le donavano un discreto  contrasto. Anche le targhe e il libretto nuovo le diedero un’aurea di ringiovanimento, finalmente su quel foglio verde si leggeva chiaramente il mio nome, Claudio La Corte.

Quando superai gli esami di guida mi dedicai corpo e anima ai lunghi viaggi intrapresi sulla statale. Spingevo l’acceleratore e mi sentivo tutta un’altra persona, più libero, più vivo. Portavo con me una macchina fotografica e mi fermavo spesso ad immortalare tramonti o spettacolari panorami fatti di colline verdeggianti o lungomari fotografati dall’alto dei costoni quasi a strapiombo, con le onde che s’infrangevano schiumanti sugli scogli o si arrendevano dinanzi alla pendenza della battigia.

Qualcosa però seguiva i miei passi, me lo sentivo dentro e non mi abbandonava mai. Accendevo il motore all’interno del garage e subito quell’odioso vento si precipitava in città come se il rombo del motore scatenasse l’ira degli Dei. Nessuna ragazza, nemmeno la più brutta, osava gettare lo sguardo sulla mia Volkswagen, eppure all’apparenza era solo una macchina. Non pretendevo di ritrovarmi orde di ragazze in delirio e vestite in maniera provocante sotto casa, ovviamente, ma per lo meno un minimo di interesse avrebbe dovuto suscitarlo per un giovane maggiorenne incline a proiettarsi verso nuove avventure. Mi aggiravo per le università, fuori dai collegi, dalle accademie, dai licei e perfino dalle scuole paritarie, sembravo un fantasma, completamente invisibile.

La prese un giorno mio padre e la ritrovò al parcheggio un’ora dopo con tutte e quattro le gomme a terra, lacerate come se fossero esplose. Un dettaglio talmente sinistro che a momenti ci faceva litigare attraverso discussioni sempre più accese e io non ci avevo mai litigato con lui in tutta la mia vita.

La prestai a mia madre per andare al mercato e un tizio in motocicletta gli tagliò la strada spingendola a controsterzare, finendo rovinosamente dentro una cunetta.

Convinto anche lui che lo spettro di una certa maledizione cominciasse ad aleggiare su quell’aggeggio, dopo appena un anno, mio fratello ebbe l’intuizione di portarla dallo sfasciacarrozze per far sì che nessun altro potesse farsi male. E così provò, senza nemmeno chiedermi il consenso. Il titolare gli promise che, non appena se ne fosse andato, ogni pezzo di quel veicolo sarebbe stato smontato e la carcassa ridotta a un cubo metallico, ma il giorno dopo ricevetti una telefona che mi intimava di correre a riprendermelo il prima possibile. Litigai come mai prima avevo osato fare prima con mio fratello e lo obbligai ad accompagnarmi sul luogo del misfatto. Trovammo tre robusti uomini con la tuta e i volti spiritati sporchi di grasso, accerchiati attorno alla bastarda proprio davanti all’ingresso.

«E tuo questa trappola?» mi chiesero.

«Sì, è la mia.» risposi.

«Questa figlia di puttana ha mandato all’ospedale Alessandro, il nostro collega. Stava rimuovendo il parabrezza quando all’improvviso il clacson ha cominciato a suonare come se qualcuno c’avesse messo sopra una pietra! Abbiamo dovuto staccare la batteria ma Alessandro è caduto dal ponte per lo spavento e ha sbattuto la testa!» raccontò uno di loro, con aria minacciosa.

«Scusate» dissi tentando di stemperare gli animi «un vostro collega si spaventa per un corto circuito e voi date la colpa a me o alla macchina?»

Mi spiegarono che quello non era in realtà l’unico fatto strano che accadde nell’arco di meno di ventiquattrore. Nel pomeriggio del giorno prima, quando l’auto aveva messo piede lì dentro, in tutto l’impianto era venuta meno la corrente per ben tre ore consecutive. Un cliente che si aggirava tra i rottami in cerca di pezzi di ricambio si era sfracellato al suolo dopo che si era arrampicato sopra una pila di carcasse di auto che per un soffio le stavano per crollare addosso. Un gatto nero morì misteriosamente stremato davanti alla porta dell’ufficio sotto gli occhi increduli di un dipendente e il più fortunato tra i feriti se ne uscì con la puntura in via precauzionale di un’antitetanica. 

«Roba da non crederci.» tentai di sviare in qualche modo assurdo. Assurdo infatti era la parola più adatta.

«Portati via quella merda e non tornare mai più!» è tutto quello che mi dissero prima di sbattere fuori me e mio fratello Flavio. Davanti a noi, la vecchia baldracca di lamiera sostava pericolosamente sul ciglio della strada.

Collegammo di nuovo la batteria, con i nervi a fior di pelle e la paura che un corto potesse scatenare un pericoloso incendio, ma una volta collegati i poli non accadde proprio nulla. Io e Flavio ci dirigemmo dritti nel primo bar nelle vicinanze e ci scolammo quanto più alcol possibile; eravamo increduli al punto da cercare lo stordimento.

“Sbarazzati di quell’auto maledetta” – mi suggerì. “prima che qualcuno della famiglia o chiunque altro ci rimetta la pelle!”

Più facile a dirsi che a farsi.

Per un po’ di tempo, decisi di tenerla ferma in garage, proprio come aveva fatto lo zio di Katia, la donna che me la vendette. Fu in quel periodo che conobbi Sara, la mia fidanzata. Ormai erano passati due anni e mezzo che ne ero il legittimo proprietario e, per fortuna, Sara guidava  una Lancia con cui, da sei mesi, veniva a prendermi per uscire la sera. Ci intendemmo subito io e lei e cercavo in tutti i modi di tenerla lontano da quel garage. Sara era la ragazza più bella a cui io potessi aspirare a quei tempi, di fatti divenne mia moglie, diversi anni dopo; grazie a Dio lo è ancora oggi.

Sapevo che prima o poi mi avrebbe chiesto di quella macchina, era una dolcissima diciannovenne, molto sveglia e altrettanto curiosa, ma se le avessi spiegato che quell’auto in realtà rappresentava l’origine terrena della sfortuna, di sicuro mi avrebbe preso per matto.

Le dissi che se voleva vederla le si sarebbero scompigliati i capelli, lei scoppiò a ridere. Ma non rise un’ora dopo, quando l’accompagnai sotto casa nel magazzino. Non appena aprii la porta si scatenò una specie di tormenta: “è solo una coincidenza” – se ne uscì. 

Ci volle entrare dentro, il mio cuore batteva all’impazzata, temevo il peggio. Aprì il cassetto portaoggetti e curiosò divertita tra i documenti. Amava leggere di tutto, anche uno stupido libretto della motorizzazione. Qualcosa, però, la spaventò improvvisamente.

Ancora oggi mia moglie adora leggere, libri, romanzi e perfino i fumetti di mio figlio. Ma quando ripensa a ciò che vide quel giorno impresso sul libretto della mia vecchia macchina, le sale l’angoscia e si avvinghia a me forte, molto forte. Mi racconta sempre di aver visto apparire tanti nomi negli spazi vuoti di quel documento, come tanti loculi cimiteriali, come tante anime spedite nel calderone dell’inferno da quell’odioso marchingegno dalle sembianze di auto.

A quel punto le raccontai tutto, sì… nel giorno dell’improvvisa tormenta.

Stentava a crederci, nonostante la sua demoniaca visione, perciò le proposi di andare a fare un giro. Sulle strade non c’era nessuno, nemmeno un’anima, un vagabondo, un corriere sfrecciante   nel frenetico svolgimento del suo dovere, nessuno. Già questo mi proiettava l’immaginazione verso oscuri presagi.

Ci fermammo a chiacchierare nel bel mezzo di un litorale attendendo il tramonto. Di colpo il vento cessò la sua furia molesta. Decidemmo di scendere fuori per stare più vicini ed abbracciarci. Sotto la carreggiata sopraelevata c’era una scogliera artificiale, costruita per riparare la strada asfaltata dalla furia del mare. Sebbene il vento parve intento a dare tregua, la marea sembrò salire rapidamente e la corrente iniziò ad infuriare contro gli scogli. Mi ricordai della macchina fotografica che tenevo sempre nel baule, fulminea mi assalì l’idea di prenderla per fotografare Sara, in quel particolare e suggestivo momento.

Mentre rovistavo all’interno del cofano, quasi senza accorgermene, scivolai in avanti e per poco non rischiai di cadere con la faccia spiaccicata sull’asfalto ruvido e cosparso di minuscolo pietrisco acuminato. Avevo ben inteso cosa stesse succedendo, quel figlio di puttana di freno a mano si era abbassato da solo, un’altra volta! La mia paura più grande si rivolse verso Sara che mi stava aspettando seduta sul cofano motore. Se istintivamente avesse preso la decisione di scendere giù, sarebbe finita sotto le ruote della macchina e se questa si fosse arrestata bruscamente, la mia ragazza si sarebbe sfracellata tra gli scogli dopo aver balzato sotto la scogliera a causa del contraccolpo.

In una frazione di secondo, afferrai il bordo del cofano con tutte e due le mani e con il peso del mio corpo cercai con tutte le mie forze di frenare l’auto che si apprestava a guadagnare velocità. Urlai a squarciagola e Sara ebbe il tempo di mettersi in salvo. Entrò in macchina e tirò il freno a mano e non lo lasciò nemmeno per un istante, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Quella fottuta automobile doveva sparire per sempre!

Calcolai con assoluta freddezza ogni ipotetica, assurda evenienza. Sapevo che ogni soluzione logica mi sarebbe stata di impedimento: i meccanici la odiavano, gli sfasciacarrozze la evitavano, gli elettrauto la maledirono ma non c’era prete che potesse scacciare con un esorcismo qualunque maleficio permeasse il metallo della Volkswagen.

Mi venne in mente l’origine della storia raccontata da Katia: il ritrovamento della maledetta nella stiva di una nave fantasma. E così, se dal mare era comparsa, nel mare doveva ritornare. Aspettai che fosse calata la notte, dopodiché mi diressi al vecchio faro vicino al porto. Il posto era deserto e perfino la luna mancava all’appello, il momento ideale per porre fine alla mia maledizione.

Il braccio che dava riparo ai natanti ormeggiati in porto era lungo centinaia di metri e stretto, poi curvava ad angolo retto a sinistra per arrivare infine sotto il faro. Un trampolino perfetto per gettare il veicolo nelle viscere delle nere e torbide acque portuali. Fissai il piantone dello sterzo con un lungo braccio d’acciaio, quello usato normalmente come antifurto. Innestai la prima marcia e appoggiai un grosso mattone sopra l’acceleratore. Non appena liberai la gamba dalla frizione, la macchina prese il via per la sua ultima e folle corsa. Il motore ruggiva a gran voce e lo sportello del guidatore si chiuse da solo causato dalla forte spinta in avanti. In quella fredda notte di tenebre sembrò che un demone folle si fosse messo al volante. Se qualcun altro per l’ennesima volta si sarebbe fatto male per colpa sua, non me lo sarei mai perdonato. Rimasi immobile a fissare le luci rosse posteriori diventare sempre più piccole, finché non udii un grosso boato squarciare il lungo passamano arrugginito dalla salsedine e non vidi con i miei occhi l’auto compiere un grande salto, prima in cielo e poi in acqua. Solo dopo aver udito il tonfo corsi a passo svelto fino alla fine della strada diritta, per sincerarmi che niente potesse riaffiorare in qualche maniera da quelle tetre acque gelide. Affacciai in tempo per assistere ad una sempre più piccola sagoma bianca che lentamente spariva nel mondo sommerso, accompagnata da numerose bolle d’aria sparate in superficie e fiotti di schiuma argentea. 

Era la fine, finalmente, la sua fine. Assaporai a lungo quel silenzio notturno e macabro, nonostante l’evidenza, in certi momenti mi assaliva l’assurdo pensiero che quel mostro potesse uscire di nuovo dalle acque salate, perciò mi voltai e lentamente m’incamminai a piedi per tornare a casa.

Il giorno dopo mi recai in caserma dai carabinieri e procedetti a sporgere denuncia di furto. In questo modo riuscii a dichiarare ufficialmente la morte burocratica di quell’arnese venuto dagli inferi. Nessuno, ancora oggi, sa dove si trovi o che fine abbia fatto. Mi capita spesso di sognarla, anzi, ad essere sincero, non c’è mese che almeno un paio di volte non torni a tormentare le mie notti. Non ho degli incubi particolari, non sogno che mi investa o che uccida qualcuno di preciso o in una determinata maniera. La sogno e basta, so che lei c’è, che vive ancora, in un modo o nell’altro e nemmeno uno psicologo pagato a fior di quattrini e riuscito a scacciarla via dalla mia testa.

Spero che nessuno osi mai dragare il porto, spero che nessuno la risvegli più dal suo sonno.     

FINE

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Il commissario Zanka

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