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La demoniaca presenza in via Cesare

Posted by on Mag 17, 2017 in Horror, Racconti brevi

La demoniaca presenza in via Cesare

Ad essere sinceri Bernadette non era quello che si potrebbe definire comunemente una ragazza carina o piacente, la natura non era stata del tutto generosa con lei, tuttavia non si poteva nemmeno definire brutta nel senso completo del termine, aveva solo quell’aspetto un po’ scialbo e sciatto che di solito spinge questo tipo di persone a intraprendere percorsi di vita piuttosto alternativi, per esempio andando a fare volontariato in Africa, dove laggiù solitamente nessuno (o quasi) li giudica per l’aspetto, ma al contrario sono ben visti per il loro buon cuore, perpetrando una carriera da infermieri oppure scegliendo di andare a vivere negli istituti religiosi assieme ad altre giovani dai lineamenti poco soavi e aggraziati.

Per riuscire a mescolarsi tra la gente senza essere malvista più del necessario o notata in malo modo, ricorreva ad un uso spropositato di make-up davvero pesante, non solo per la quantità del fondotinta e dei correttori che adoperava per coprire la maggior parte dei suoi difetti e addolcire le proporzioni pronunciate del suo naso, quanto per lo stress di doverlo fare ogni maledetto giorno quando si svegliava e le toccava di guardarsi allo specchio. Malgrado queste premesse superficiali, spietate e condannabili da qualsiasi tribunale del buon senso, c’è da dire che questo era solo uno degli aspetti che faceva di Bernadette, Bernadette. Una ragazza di ventitré anni alta un metro e cinquantanove, con i capelli scuri perennemente arruffati, i quali esigevano di essere piastrati dopo ogni lavaggio, e le gambe lievemente storte in dentro dai polpacci poco slanciati. Stava passando uno dei tanti periodi difficili per il quale qualsiasi altra coetanea può essere costretta ad attraversare, niente, comunque, che un tocco di chirurgia plastica e qualche anno di palestra non sarebbe stato in grado di trasformare un piccolo anatroccolo nero in un grazioso cigno bianco. Lei aveva qualcosa di più, un carattere forte e una spiccata propensione all’avventura. Per questo studiava storia antica ed era appassionata di archeologia: voleva girare il mondo, capire chi e quando si fosse messo a calpestare i sentieri della terra prima di lei, fare scoperte degne di entrare nella storia e riuscire a riscattarsi socialmente in qualche modo. Un’altra ragazza nei suoi panni, avrebbe passato metà della sua esistenza a piangersi addosso, maledicendo Dio e scaricando le sue frustrazioni sui propri genitori, perché l’avevano creata così particolarmente riluttante, a suo dire. Bernadette invece, aveva cose più importanti da fare. Decise di partecipare a una specie di erasmus particolare, dalla fredda e grigia periferia della Francia settentrionale, si convinse di passare almeno un paio d’anni in Italia, visitando le rovine dell’antica Roma, le necropoli di Pompei a Napoli, le catacombe sotterranee di Palermo, i borghi medievali toscani e finendo la sua avventura italiana a Milano, l’ultima città in cui vivere un paio di mesi prima di salutare il bel paese.

Aveva preso in affitto un appartamento grande ben cinquecento metri quadri al quinto e ultimo piano di un vecchio edificio sito in via Cesare, in una zona periferica a nord est non molto distante dal quartiere della città studi; un posto perfetto per una giovane come lei, dove nelle vicinanze avrebbe potuto usufruire di biblioteche, fastfood, internet point e quant’altro. La scelta ricaduta su quella casa fu davvero insolita: uno spazio così enorme che i piani sottostanti erano divisi in tre appartamenti per ogni elevazione. Malgrado lo spirito ingenuo ma avventuroso della ragazza francese, Bernadette non mancò di porsi alcune domande fondamentali: come fa una casa così grande situata in una città cosmopolita, capitale della moda ed epicentro di tante attività mondane, a trovarsi sfitta e resa disponibile a ricevere studenti e affittuari a basso costo? Ogni altro essere umano sano di mente l’avrebbe evitata nel momento in cui, chiedendo in giro, si sarebbe sentito rispondere che quel perimetro, appena al di sotto del tetto, era in realtà oggetto di racconti e leggende che narravano fatti inquietanti di persone che avevano sperimentato orrori indicibili, provato paure inconfessabili e visto con i propri occhi il male assoluto. L’incaricato dell’agenzia immobiliare se ne uscì quasi senza nascondere quelle sinistre indiscrezioni, dichiarando di non aver mai visto niente di strano ogni qualvolta si fosse recato ad aprire la porta di quell’appartamento sito in via Cesare per mostrarlo ai potenziali affittuari. E visto che le sensazioni decisamente negative provocate da chiunque ci mettesse piede (a parte lui, anche se non vi è alcuna certezza) non riuscivano mai a far concludere alcun contratto di locazione, negli ultimi anni. L’agenzia si era detta disposta ad ospitare giovani studenti forestieri proprio per dare a vedere che la casa era serenamente abitabile senza intoppi di strana natura. In effetti gli annunci distribuiti sui siti internet dedicati e sui volantini fatti pervenire tra gli istituti scolastici più importanti, recavano la specifica dicitura: “si offre soggiorno di breve durata a studenti europei a prezzi simbolici”, peccato che tutte le visite effettuate da parte degli studenti finiva sempre con un nulla di fatto. Bernadette invece, non diede troppo peso a quelle dicerie, anzi, attratta dalla curiosità di provare nuove eccitanti avventure sembrava che avesse trovato la dimora giusta per il suo soggiorno temporaneo a Milano. Forse perché era davvero ingenua, forse perché, in cuor suo, si riteneva ella stessa un obbrobrio di femmina. Ma gli orrori hanno tante sfaccettature e possono essere di svariata natura, chiunque decida di sfidare il mondo dell’irreale, dell’occulto e di ciò che scientificamente non può essere spiegato, non è da ritenersi coraggioso, bensì insano di mente o quantomeno incosciente. Chi può saperlo? Magari Bernadette non escludeva del tutto l’ipotesi di imbattersi faccia a faccia con un fantasma e morire a causa di un infarto, magari ci sperava; una soluzione semplice ma efficace, una risposta fatalmente empirica a tutte le sue incognite, una fine che le avrebbe alleviato certe sofferenze di natura psicologica, offrendole un’uscita di scena degna di essere raccontata sulle principali testate nazionali, attraverso articoli di cronaca incentrati sul mondo del paranormale. Un azzardo insomma, una curiosità che avrebbe potuto soddisfare a caro prezzo che più avanti scoprì di dover pagare senza sconti, quasi ci fosse un sistema antitaccheggio ad aspettarla all’uscita.

La casa le apparve per com’era, sempre pronta a ricevere le sue vittime in una maniera banale e insignificante: mobili e suppellettili avvolti da lenzuola bianche a sua volta ricoperti da uno strato considerevole di polvere, persiane sprangate quasi fosse un rifugio antiatomico (in verità l’incaricato aveva paura più delle deiezioni prodotte dai piccioni più che degli spettri che si raccontava aleggiassero lassù), un odore acre di rinchiuso e un buio spettrale vinto soltanto da un ristretto numero di lampadine che si animavano singolarmente, una per ogni lampadario i quali ne potevano ospitare almeno otto ciascuno. Ci sarebbe voluto un lavoro d’inferno per riportare quel posto in uno stato quantomeno vivibile, senza che un taglio accidentale non riuscisse a provocare gravi infezioni a chiunque si fosse intrattenuto per sperimentare brividi orrorifici.

Quel breve soggiorno in via Cesare Bernadette non l’avrebbe mai più dimenticato, tuttavia era ancora a distanza di sicurezza, in un limite spaziotemporale utile a cambiare idea, prima di varcare la soglia del male, prima di non poter tornare più indietro da un viaggio interiore che l’avrebbe segnata per sempre.

Nessuno sa perché gli spiriti si comportino in determinate maniere e in determinate circostanze. É come se stessero quieti ad aspettare l’arrivo di un mortale, pronti a scatenare tutta la loro ira e frustrazione perché niente di quello che avrebbero potuto fare quand’erano in vita è stato fatto, e il tempo che adesso per loro era vitale e necessario gli è stato sottratto, a scapito di una prigionia solitaria circoscritta in uno spazio alieno, lugubre e malinconico.

Bernadette aveva preso a salire e scendere le scale per dare una ripulita e riempire il fondo di un paio di stipetti in cucina con del cibo in scatola, sotto le risate di scherno protratte da altre studentesse, stazionanti sui pianerottoli del terzo e quarto piano con cui si era imbattuta in più di un’occasione. Non aveva ancora fatto conoscenza con nessuna di loro e ogni volta che le incontrava non riusciva a capire se stessero ridendo per il suo aspetto, da sempre oggetto di critiche, o se c’entrassero qualcosa con il fatto che la casa fosse infestata. Probabilmente si aspettavano di vederla scappare da un momento all’altro a causa di una manifestazione paranormale, però tutto ancora sembrava filare liscio come l’olio.

Chi era lo spettro che abitava dentro quelle mura? Era un fantasma? Era un demone? E se vi dimoravano molteplici entità, anziché uno soltanto? Gli spiriti sono esseri strani e indefiniti, possono avere accesso a percezioni che noi mortali non riusciamo a captare, possono serbare nei nostri confronti invidie e bramosie per tutto quanto loro non sono più in grado di provare: i piaceri della carne, la gioia dei sensi, l’allegria della convivialità, il confronto con gli altri, l’amore degli altri; tante sfere dell’animo umano da cui di colpo sono stati preclusi, come vittime di una spietata condanna eterna in una o più dimensioni le quali non fanno altro che flagellarli e attizzarli contro i viventi. E aspettano anni come fossero minuti, secondi, in attesa di esserci ancora, di far vedere che, in qualche maniera, essi esistono e fanno cose, molte delle quali, troppo spiacevoli. Più i vivi  s’intestardiscono a permanere in un luogo infestato, più questi acquisiscono vigore, sottraendo agli sfortunati inquilini le energie per inveirgli contro.

Bernadette fu informata solamente una settimana dopo che in quella casa era morta l’ultima proprietaria e Dio solo sapeva per chissà quali cause. L’appartamento era in attesa che un erede apparisse[i] per reclamarne il diritto di successione, ma questi ancora tardava a palesarsi. Eppure, visto dal di fuori, quello stabile eretto tra la fine dell’ottocento e inizio novecento, sembrava così consueto e perfettamente inglobato in mezzo a tutto il guazzabuglio di edifici che andavano dal barocco al moderno, senza tante accortezze prese da chi da sempre si sarebbe dovuto fare carico di sorvegliare che il piano regolatore milanese fosse rispettato scrupolosamente. Una cosa è certa: ciò che decade dev’essere soppiantato e i palazzi più antichi della città cominciavano a stridere con lo stile architettonico nei nuovi centri urbani e le strutture di moderna concezione che andavano via via mutando la natura stilistica di quell’universo cementificato.

L’amministratore condominiale era una donna attenta e zelante, teneva davvero a mantenere l’anima arcaica della palazzina di via Cesare, se anche un solo citofono o una cassetta delle lettere necessitava di essere sostituita, doveva essere cambiata in una dallo stile congruo a quello generale dello stabile. Scrutandolo da lontano, Bernadette aveva espresso in viso una leggera smorfia, frutto del suo scetticismo interiore riguardo alle dicerie sulle manifestazioni causate da presunti poltergeist, con quelle facciate grigio scuro dalle quali spiccavano vistosi timpani e stucchi bianchi che impreziosivano i robusti balconi, adornati da appariscenti balaustre e il recinto tutto attorno circoscritto dalle inferriate di ferro battuto, così come lo stesso cancelletto che ne limitava gli accessi agli estranei.

Numerosi erano i fregi, in effetti, che ne impreziosivano l’estetica complessiva, sia fuori che dentro. La casa in questione era ancora arredata secondo gusti antichi che rimandavano ai tempi remoti delle sfarzose feste, le quali avevano saputo intrattenere, in più occasioni, numerose famiglie borghesi lombarde.

Della scala interna, invece, non si poteva dire lo stesso: al quanto trascurata dai condomini che sfiancati dai ripetuti sfregi provocati dalla mano degli studenti succedutisi di anno in anno, specie tra il terzo e il quarto piano, avevano deciso di rinunciare all’ennesima tinteggiatura delle pareti.

Una settimana e mezzo dopo, cominciarono le stranezze e gli avvisi; niente male per uno spettro di quella reputazione, che avesse perfino un tocco di magnanimità? Cominciò a farsi avanti lasciando messaggi sul telefono e sul portatile di Bernadette, scrivendo sempre lo stesso messaggio: “vattene via… vattene via da casa mia!” Un’affermazione che non lasciava spazio ad alcun tipo di fraintendimento, peccato che alla ragazza, in prima istanza, parve soltanto un mero scherzo perpetrato da un estraneo qualunque, di quelli in carne e ossa. Proprio in quei giorni si era imbattuta in un barbone che era solito vivacchiare nei pressi del centro studi, e anch’egli era stato piuttosto eloquente nel suggerirle di stare lontano da quella casa. In verità, erano in molti a sapere della maledizione di via Cesare, la stragrande maggioranza dei cittadini milanesi. I ragazzini si aggiravano nei dintorni per riuscire a intravedere ombre aliene a distanza di sicurezza. Più di una volta, sedicenti squadre di cosiddetti “acchiappafantasmi” dall’aspetto più da disoccupati in cerca di ventura che da professionisti, avevano disturbato l’incaricato dell’agenzia immobiliare affinché aprisse loro le porte dell’inferno, riconsegnando il giorno dopo il mazzo di chiavi maledetto, facendolo penzolare dalle mani tremolanti che avevano conosciuto il vero significato della parola orrore. Lei, la casa, poteva essere una porta interdimensionale, e chissà cosa celava da qualche strano pertugio o da dietro un quadro o da un buco creato dai roditori. Non sera possibile escludere che, in realtà, fosse il centro di un fulcro gravitazionale che attraeva gli spiriti maligni di tutto il mondo, oppure l’origine stesso dell’abominio umano e dell’odio che infine si propagava di corpo in corpo in ognuno di quegli uomini, ai quali capitava di commettere efferati omicidi e atti depravati, a scapito di altri simili innocenti; nessuno sapeva la natura intrinseca di ciò che abitava l’interno di quelle stanze grandi e lugubre, come l’abisso stesso dell’inferno che risiede sotto la crosta terrestre e oltre, nel cuore pulsante del pianeta Terra. Sono dimensioni sconosciute ai viventi, a pensarci bene, e fin quando questi orrori non si osservano con i propri occhi, è difficile credere che qualcosa di immateriale e, allo stesso tempo, coesistente giace nei meandri del tessuto spaziotemporale, oltre la materia, oltre la razionalità umana. Bernadette avrebbe presto sperimentato da sola quelle strambe teorie, rischiando la pazzia, rischiando di non essere creduta e finire internata in qualche struttura sanitaria per malati mentali.

Due settimane dopo i messaggi mutarono forma.

Non più di natura digitale, bensì ora apparivano in mezzo alle superfici ancora ricoperte di polvere, come se qualcuno giocasse con le dita, lasciando messaggi inquietanti in giro per la casa, sempre gli stessi: “vattene via… vattene via da casa mia!”, ma la giovane francese irrequieta stentava a recepire il messaggio. Ancora una volta era pronta a scommettere che una spiegazione terrena era possibile, ma più si convinceva di questo, più provocava negativamente lo spirito padrone dell’appartamento.

É necessario precisare che Bernadette iniziò presto ad avere incubi, la notte, il fantasma gli entrava in sogno distorcendo i suoi sogni ricorrenti, insinuandosi nella sua psiche, nei processi sinaptici degli emisferi cerebrali, compromettendone la normale comunicazione e, di conseguenza, provocandole disturbi del sonno, della respirazione, il controllo dei muscoli e degli organi vitali. Quella presenza maligna sapeva come sbarazzarsi in breve tempo degli ospiti indesiderati e ogni mossa, ogni manifestazione sotto forma di ombre, visioni, rumori molesti e mormorii feroci, si svolgevano sempre alle 3.33, nel cuore delle tenebre notturne, sempre più incalzante sempre più asfissiante, fino a quando la giovane studentessa non iniziò a vedere oggetti muoversi da soli, quadri cadere sul pavimento, udire risate diaboliche, proprio quando ogni rumore condominiale sembrava assopirsi e l’intera città, sprofondare nel sonno più intenso.

La terza settimana fu quella decisiva, nessuno sarebbe andato oltre le due settimane. Bernadette era cocciuta e aveva l’insano cruccio di voler vedere con i propri occhi qualcosa più brutta di lei, qualcosa che forse l’avrebbe spinta a cambiare il proprio atteggiamento e la sua visione globale della vita. Aveva finito di fare lo shampoo, quell’ultima traumatica sera passata al quinto piano di via Cesare, e si stava accingendo ad asciugare i suoi capelli ribelli. Pensò bene, quindi, di usare l’asciuga capelli per spannare lo specchio del bagno e quando un grosso cerchio sempre più vasto aveva reso nitida ogni immagine riflettente, vide al suo interno una creatura mostruosa, proprio a un passo dietro le sue spalle. Un essere viscido e scuro molto più alto di lei, dalla corazza luccicante e dura, simile a quella di un gigantesco crostaceo, provvisto di denti aguzzi e zanne pronunciate, dalle quali sgorgava una bava repellente di colore violaceo, un essere abominevole e alieno mai visto in nessuna enciclopedia appartenente alla natura terrestre conosciuta, né mai lontanamente concepita in tutta la storia del vasto immaginario creato dagli artisti dell’horror. E non fu una visione fulminea catturata con la coda dell’occhio, in un istante fugace per il quale Bernadette l’avrebbe potuto scambiare per una allucinazione o un attimo di sbandamento, di manchevolezza. Quel mostro era proprio lì, dietro di lei, che nell’immediato le aveva afferrato il morbido collo glabro con i suoi artigli giganti neri provvisti di chele raccapriccianti, pronti a commettere atti efferati degni dei più singolari racconti delle notti delle streghe. Aveva tre occhi dissimili da qualunque tipo di animale più orripilante e minaccioso che avesse mai solcato le terre emerse, in mezzo alle giungle più fitte o nuotato fra gli abissi più insidiosi e profondi degli oceani; neri, abnormi, pregni di odio viscerale. La ragazza francese svenne pochi istanti dopo essersi dimenata a lungo, a causa di un principio di soffocamento del quale, in seguito, i medici non riuscirono a dare una spiegazione razionale.

Ricorda soltanto di essersi risvegliata ventiquattro ore dopo con tutti gli orifizi grondanti di ogni tipo di liquido fisiologico possibile e immaginabile. Malgrado lo spavento inaudito, aveva tentato coraggiosamente di fare un ultimo bagno, prima di lasciare per sempre quella casa origine di mali ancestrali e presenze demoniache, ma proprio in fondo alla vasca aveva ulteriormente rischiato di morire, stavolta per annegamento.

Il giorno dopo, raccontò ai dottori che per pochi interminabili secondi non era più stata padrona delle sue articolazioni e che le sue stesse braccia avevano tentato, in più occasioni, di soffocarla in qualunque maniera. Fu un miracolo per lei riuscire a lasciare l’appartamento maledetto di via Cesare in piena notte, urlando fino allo sfinimento, fino a sfiorare la pazzia, aspettando che un’ambulanza venisse in suo soccorso, alle 3.33 di notte. Le ragazze che abitavano sotto di lei, le quali in prima istanza l’avevano riempita di risate e commenti indegni, si erano affacciate dai balconi esprimendo sconcerto e sgomento, nel vedere Bernadette attorcigliarsi su se stessa, stesa sull’asfalto in mezzo alla strada, pronta ad essere falciata dal primo veicolo che fosse sopraggiunto sfrecciando ad alta velocità. Per fortuna la signora Badou, un’anziana di colore che occupava uno degli appartamenti del primo piano, si era precipitata per tempo a scansare i veicoli, gesticolando con le braccia alzate e le mani tese. Quella terrificante esperienza contribuì ancor di più ad incrementare le strane leggende che aleggiavano sulla casa sita in via Cesare, a Milano.

Bernadette, dopo la riabilitazione, sotto le appropriate cure psicologiche del caso, decise di dedicare il resto della sua vita dando spazio a una spropositata, quasi abnorme, vocazione per la figura di Dio e suo figlio Gesù; diventò monaca di clausura e passò gran parte del suo tempo pregando con lo sguardo assente, in un monastero francese, lontano dalle tentazioni sociali e dai pericoli del male, insito nei posti apparentemente più banali dell’emisfero di ciò che noi comuni mortali crediamo essere la vera realtà.

I genitori della ragazza maledirono la città italiana, maledirono il giorno che Bernadette fece le valigie per andare a visitarla e l’aereo che l’accompagnò. Maledirono soprattutto quanto di aberrante esistesse in quello specifico perimetro sulla sommità di quel palazzo, per aver sottratto l’ultimo barlume di gioia che alimentava le speranze e l’anima della loro figlia.

All’incaricato della società immobiliare, toccò a malincuore chiudere con svariate mandate la serratura dell’imponente porta di quella casa maledetta. Vi fece ritorno per l’ennesima volta convinto, secondo i tragici accadimenti, di ritenere necessario svolgere una sostanziosa sessione di pulizie aberranti. Stupito, si trovò a sgranare gli occhi, aveva trovato la casa in ordine come al solito, con i mobili coperti dalle lenzuola bianche e con la medesima quantità di polvere di sempre.      

 

                          

[i] Filippo Malandra protagonista del romanzo L’eredità di Malandra opera da cui deriva questo breve spin-off.

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