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La demoniaca presenza in via Cesare

Posted by on Mag 17, 2017 in Horror, Racconti brevi

La demoniaca presenza in via Cesare

Ad essere sinceri Bernadette non era quello che si potrebbe definire comunemente una ragazza carina o piacente, la natura non era stata del tutto generosa con lei, tuttavia non si poteva nemmeno definire brutta nel senso completo del termine, aveva solo quell’aspetto un po’ scialbo e sciatto che di solito spinge questo tipo di persone a intraprendere percorsi di vita piuttosto alternativi, per esempio andando a fare volontariato in Africa, dove laggiù solitamente nessuno (o quasi) li giudica per l’aspetto, ma al contrario sono ben visti per il loro buon cuore, perpetrando una carriera da infermieri oppure scegliendo di andare a vivere negli istituti religiosi assieme ad altre giovani dai lineamenti poco soavi e aggraziati.

Per riuscire a mescolarsi tra la gente senza essere malvista più del necessario o notata in malo modo, ricorreva ad un uso spropositato di make-up davvero pesante, non solo per la quantità del fondotinta e dei correttori che adoperava per coprire la maggior parte dei suoi difetti e addolcire le proporzioni pronunciate del suo naso, quanto per lo stress di doverlo fare ogni maledetto giorno quando si svegliava e le toccava di guardarsi allo specchio. Malgrado queste premesse superficiali, spietate e condannabili da qualsiasi tribunale del buon senso, c’è da dire che questo era solo uno degli aspetti che faceva di Bernadette, Bernadette. Una ragazza di ventitré anni alta un metro e cinquantanove, con i capelli scuri perennemente arruffati, i quali esigevano di essere piastrati dopo ogni lavaggio, e le gambe lievemente storte in dentro dai polpacci poco slanciati. Stava passando uno dei tanti periodi difficili per il quale qualsiasi altra coetanea può essere costretta ad attraversare, niente, comunque, che un tocco di chirurgia plastica e qualche anno di palestra non sarebbe stato in grado di trasformare un piccolo anatroccolo nero in un grazioso cigno bianco. Lei aveva qualcosa di più, un carattere forte e una spiccata propensione all’avventura. Per questo studiava storia antica ed era appassionata di archeologia: voleva girare il mondo, capire chi e quando si fosse messo a calpestare i sentieri della terra prima di lei, fare scoperte degne di entrare nella storia e riuscire a riscattarsi socialmente in qualche modo. Un’altra ragazza nei suoi panni, avrebbe passato metà della sua esistenza a piangersi addosso, maledicendo Dio e scaricando le sue frustrazioni sui propri genitori, perché l’avevano creata così particolarmente riluttante, a suo dire. Bernadette invece, aveva cose più importanti da fare. Decise di partecipare a una specie di erasmus particolare, dalla fredda e grigia periferia della Francia settentrionale, si convinse di passare almeno un paio d’anni in Italia, visitando le rovine dell’antica Roma, le necropoli di Pompei a Napoli, le catacombe sotterranee di Palermo, i borghi medievali toscani e finendo la sua avventura italiana a Milano, l’ultima città in cui vivere un paio di mesi prima di salutare il bel paese.

Aveva preso in affitto un appartamento grande ben cinquecento metri quadri al quinto e ultimo piano di un vecchio edificio sito in via Cesare, in una zona periferica a nord est non molto distante dal quartiere della città studi; un posto perfetto per una giovane come lei, dove nelle vicinanze avrebbe potuto usufruire di biblioteche, fastfood, internet point e quant’altro. La scelta ricaduta su quella casa fu davvero insolita: uno spazio così enorme che i piani sottostanti erano divisi in tre appartamenti per ogni elevazione. Malgrado lo spirito ingenuo ma avventuroso della ragazza francese, Bernadette non mancò di porsi alcune domande fondamentali: come fa una casa così grande situata in una città cosmopolita, capitale della moda ed epicentro di tante attività mondane, a trovarsi sfitta e resa disponibile a ricevere studenti e affittuari a basso costo? Ogni altro essere umano sano di mente l’avrebbe evitata nel momento in cui, chiedendo in giro, si sarebbe sentito rispondere che quel perimetro, appena al di sotto del tetto, era in realtà oggetto di racconti e leggende che narravano fatti inquietanti di persone che avevano sperimentato orrori indicibili, provato paure inconfessabili e visto con i propri occhi il male assoluto. L’incaricato dell’agenzia immobiliare se ne uscì quasi senza nascondere quelle sinistre indiscrezioni, dichiarando di non aver mai visto niente di strano ogni qualvolta si fosse recato ad aprire la porta di quell’appartamento sito in via Cesare per mostrarlo ai potenziali affittuari. E visto che le sensazioni decisamente negative provocate da chiunque ci mettesse piede (a parte lui, anche se non vi è alcuna certezza) non riuscivano mai a far concludere alcun contratto di locazione, negli ultimi anni. L’agenzia si era detta disposta ad ospitare giovani studenti forestieri proprio per dare a vedere che la casa era serenamente abitabile senza intoppi di strana natura. In effetti gli annunci distribuiti sui siti internet dedicati e sui volantini fatti pervenire tra gli istituti scolastici più importanti, recavano la specifica dicitura: “si offre soggiorno di breve durata a studenti europei a prezzi simbolici”, peccato che tutte le visite effettuate da parte degli studenti finiva sempre con un nulla di fatto. Bernadette invece, non diede troppo peso a quelle dicerie, anzi, attratta dalla curiosità di provare nuove eccitanti avventure sembrava che avesse trovato la dimora giusta per il suo soggiorno temporaneo a Milano. Forse perché era davvero ingenua, forse perché, in cuor suo, si riteneva ella stessa un obbrobrio di femmina. Ma gli orrori hanno tante sfaccettature e possono essere di svariata natura, chiunque decida di sfidare il mondo dell’irreale, dell’occulto e di ciò che scientificamente non può essere spiegato, non è da ritenersi coraggioso, bensì insano di mente o quantomeno incosciente. Chi può saperlo? Magari Bernadette non escludeva del tutto l’ipotesi di imbattersi faccia a faccia con un fantasma e morire a causa di un infarto, magari ci sperava; una soluzione semplice ma efficace, una risposta fatalmente empirica a tutte le sue incognite, una fine che le avrebbe alleviato certe sofferenze di natura psicologica, offrendole un’uscita di scena degna di essere raccontata sulle principali testate nazionali, attraverso articoli di cronaca incentrati sul mondo del paranormale. Un azzardo insomma, una curiosità che avrebbe potuto soddisfare a caro prezzo che più avanti scoprì di dover pagare senza sconti, quasi ci fosse un sistema antitaccheggio ad aspettarla all’uscita.

La casa le apparve per com’era, sempre pronta a ricevere le sue vittime in una maniera banale e insignificante: mobili e suppellettili avvolti da lenzuola bianche a sua volta ricoperti da uno strato considerevole di polvere, persiane sprangate quasi fosse un rifugio antiatomico (in verità l’incaricato aveva paura più delle deiezioni prodotte dai piccioni più che degli spettri che si raccontava aleggiassero lassù), un odore acre di rinchiuso e un buio spettrale vinto soltanto da un ristretto numero di lampadine che si animavano singolarmente, una per ogni lampadario i quali ne potevano ospitare almeno otto ciascuno. Ci sarebbe voluto un lavoro d’inferno per riportare quel posto in uno stato quantomeno vivibile, senza che un taglio accidentale non riuscisse a provocare gravi infezioni a chiunque si fosse intrattenuto per sperimentare brividi orrorifici.

Quel breve soggiorno in via Cesare Bernadette non l’avrebbe mai più dimenticato, tuttavia era ancora a distanza di sicurezza, in un limite spaziotemporale utile a cambiare idea, prima di varcare la soglia del male, prima di non poter tornare più indietro da un viaggio interiore che l’avrebbe segnata per sempre.

Nessuno sa perché gli spiriti si comportino in determinate maniere e in determinate circostanze. É come se stessero quieti ad aspettare l’arrivo di un mortale, pronti a scatenare tutta la loro ira e frustrazione perché niente di quello che avrebbero potuto fare quand’erano in vita è stato fatto, e il tempo che adesso per loro era vitale e necessario gli è stato sottratto, a scapito di una prigionia solitaria circoscritta in uno spazio alieno, lugubre e malinconico.

Bernadette aveva preso a salire e scendere le scale per dare una ripulita e riempire il fondo di un paio di stipetti in cucina con del cibo in scatola, sotto le risate di scherno protratte da altre studentesse, stazionanti sui pianerottoli del terzo e quarto piano con cui si era imbattuta in più di un’occasione. Non aveva ancora fatto conoscenza con nessuna di loro e ogni volta che le incontrava non riusciva a capire se stessero ridendo per il suo aspetto, da sempre oggetto di critiche, o se c’entrassero qualcosa con il fatto che la casa fosse infestata. Probabilmente si aspettavano di vederla scappare da un momento all’altro a causa di una manifestazione paranormale, però tutto ancora sembrava filare liscio come l’olio.

Chi era lo spettro che abitava dentro quelle mura? Era un fantasma? Era un demone? E se vi dimoravano molteplici entità, anziché uno soltanto? Gli spiriti sono esseri strani e indefiniti, possono avere accesso a percezioni che noi mortali non riusciamo a captare, possono serbare nei nostri confronti invidie e bramosie per tutto quanto loro non sono più in grado di provare: i piaceri della carne, la gioia dei sensi, l’allegria della convivialità, il confronto con gli altri, l’amore degli altri; tante sfere dell’animo umano da cui di colpo sono stati preclusi, come vittime di una spietata condanna eterna in una o più dimensioni le quali non fanno altro che flagellarli e attizzarli contro i viventi. E aspettano anni come fossero minuti, secondi, in attesa di esserci ancora, di far vedere che, in qualche maniera, essi esistono e fanno cose, molte delle quali, troppo spiacevoli. Più i vivi  s’intestardiscono a permanere in un luogo infestato, più questi acquisiscono vigore, sottraendo agli sfortunati inquilini le energie per inveirgli contro.

Bernadette fu informata solamente una settimana dopo che in quella casa era morta l’ultima proprietaria e Dio solo sapeva per chissà quali cause. L’appartamento era in attesa che un erede apparisse[i] per reclamarne il diritto di successione, ma questi ancora tardava a palesarsi. Eppure, visto dal di fuori, quello stabile eretto tra la fine dell’ottocento e inizio novecento, sembrava così consueto e perfettamente inglobato in mezzo a tutto il guazzabuglio di edifici che andavano dal barocco al moderno, senza tante accortezze prese da chi da sempre si sarebbe dovuto fare carico di sorvegliare che il piano regolatore milanese fosse rispettato scrupolosamente. Una cosa è certa: ciò che decade dev’essere soppiantato e i palazzi più antichi della città cominciavano a stridere con lo stile architettonico nei nuovi centri urbani e le strutture di moderna concezione che andavano via via mutando la natura stilistica di quell’universo cementificato.

L’amministratore condominiale era una donna attenta e zelante, teneva davvero a mantenere l’anima arcaica della palazzina di via Cesare, se anche un solo citofono o una cassetta delle lettere necessitava di essere sostituita, doveva essere cambiata in una dallo stile congruo a quello generale dello stabile. Scrutandolo da lontano, Bernadette aveva espresso in viso una leggera smorfia, frutto del suo scetticismo interiore riguardo alle dicerie sulle manifestazioni causate da presunti poltergeist, con quelle facciate grigio scuro dalle quali spiccavano vistosi timpani e stucchi bianchi che impreziosivano i robusti balconi, adornati da appariscenti balaustre e il recinto tutto attorno circoscritto dalle inferriate di ferro battuto, così come lo stesso cancelletto che ne limitava gli accessi agli estranei.

Numerosi erano i fregi, in effetti, che ne impreziosivano l’estetica complessiva, sia fuori che dentro. La casa in questione era ancora arredata secondo gusti antichi che rimandavano ai tempi remoti delle sfarzose feste, le quali avevano saputo intrattenere, in più occasioni, numerose famiglie borghesi lombarde.

Della scala interna, invece, non si poteva dire lo stesso: al quanto trascurata dai condomini che sfiancati dai ripetuti sfregi provocati dalla mano degli studenti succedutisi di anno in anno, specie tra il terzo e il quarto piano, avevano deciso di rinunciare all’ennesima tinteggiatura delle pareti.

Una settimana e mezzo dopo, cominciarono le stranezze e gli avvisi; niente male per uno spettro di quella reputazione, che avesse perfino un tocco di magnanimità? Cominciò a farsi avanti lasciando messaggi sul telefono e sul portatile di Bernadette, scrivendo sempre lo stesso messaggio: “vattene via… vattene via da casa mia!” Un’affermazione che non lasciava spazio ad alcun tipo di fraintendimento, peccato che alla ragazza, in prima istanza, parve soltanto un mero scherzo perpetrato da un estraneo qualunque, di quelli in carne e ossa. Proprio in quei giorni si era imbattuta in un barbone che era solito vivacchiare nei pressi del centro studi, e anch’egli era stato piuttosto eloquente nel suggerirle di stare lontano da quella casa. In verità, erano in molti a sapere della maledizione di via Cesare, la stragrande maggioranza dei cittadini milanesi. I ragazzini si aggiravano nei dintorni per riuscire a intravedere ombre aliene a distanza di sicurezza. Più di una volta, sedicenti squadre di cosiddetti “acchiappafantasmi” dall’aspetto più da disoccupati in cerca di ventura che da professionisti, avevano disturbato l’incaricato dell’agenzia immobiliare affinché aprisse loro le porte dell’inferno, riconsegnando il giorno dopo il mazzo di chiavi maledetto, facendolo penzolare dalle mani tremolanti che avevano conosciuto il vero significato della parola orrore. Lei, la casa, poteva essere una porta interdimensionale, e chissà cosa celava da qualche strano pertugio o da dietro un quadro o da un buco creato dai roditori. Non sera possibile escludere che, in realtà, fosse il centro di un fulcro gravitazionale che attraeva gli spiriti maligni di tutto il mondo, oppure l’origine stesso dell’abominio umano e dell’odio che infine si propagava di corpo in corpo in ognuno di quegli uomini, ai quali capitava di commettere efferati omicidi e atti depravati, a scapito di altri simili innocenti; nessuno sapeva la natura intrinseca di ciò che abitava l’interno di quelle stanze grandi e lugubre, come l’abisso stesso dell’inferno che risiede sotto la crosta terrestre e oltre, nel cuore pulsante del pianeta Terra. Sono dimensioni sconosciute ai viventi, a pensarci bene, e fin quando questi orrori non si osservano con i propri occhi, è difficile credere che qualcosa di immateriale e, allo stesso tempo, coesistente giace nei meandri del tessuto spaziotemporale, oltre la materia, oltre la razionalità umana. Bernadette avrebbe presto sperimentato da sola quelle strambe teorie, rischiando la pazzia, rischiando di non essere creduta e finire internata in qualche struttura sanitaria per malati mentali.

Due settimane dopo i messaggi mutarono forma.

Non più di natura digitale, bensì ora apparivano in mezzo alle superfici ancora ricoperte di polvere, come se qualcuno giocasse con le dita, lasciando messaggi inquietanti in giro per la casa, sempre gli stessi: “vattene via… vattene via da casa mia!”, ma la giovane francese irrequieta stentava a recepire il messaggio. Ancora una volta era pronta a scommettere che una spiegazione terrena era possibile, ma più si convinceva di questo, più provocava negativamente lo spirito padrone dell’appartamento.

É necessario precisare che Bernadette iniziò presto ad avere incubi, la notte, il fantasma gli entrava in sogno distorcendo i suoi sogni ricorrenti, insinuandosi nella sua psiche, nei processi sinaptici degli emisferi cerebrali, compromettendone la normale comunicazione e, di conseguenza, provocandole disturbi del sonno, della respirazione, il controllo dei muscoli e degli organi vitali. Quella presenza maligna sapeva come sbarazzarsi in breve tempo degli ospiti indesiderati e ogni mossa, ogni manifestazione sotto forma di ombre, visioni, rumori molesti e mormorii feroci, si svolgevano sempre alle 3.33, nel cuore delle tenebre notturne, sempre più incalzante sempre più asfissiante, fino a quando la giovane studentessa non iniziò a vedere oggetti muoversi da soli, quadri cadere sul pavimento, udire risate diaboliche, proprio quando ogni rumore condominiale sembrava assopirsi e l’intera città, sprofondare nel sonno più intenso.

La terza settimana fu quella decisiva, nessuno sarebbe andato oltre le due settimane. Bernadette era cocciuta e aveva l’insano cruccio di voler vedere con i propri occhi qualcosa più brutta di lei, qualcosa che forse l’avrebbe spinta a cambiare il proprio atteggiamento e la sua visione globale della vita. Aveva finito di fare lo shampoo, quell’ultima traumatica sera passata al quinto piano di via Cesare, e si stava accingendo ad asciugare i suoi capelli ribelli. Pensò bene, quindi, di usare l’asciuga capelli per spannare lo specchio del bagno e quando un grosso cerchio sempre più vasto aveva reso nitida ogni immagine riflettente, vide al suo interno una creatura mostruosa, proprio a un passo dietro le sue spalle. Un essere viscido e scuro molto più alto di lei, dalla corazza luccicante e dura, simile a quella di un gigantesco crostaceo, provvisto di denti aguzzi e zanne pronunciate, dalle quali sgorgava una bava repellente di colore violaceo, un essere abominevole e alieno mai visto in nessuna enciclopedia appartenente alla natura terrestre conosciuta, né mai lontanamente concepita in tutta la storia del vasto immaginario creato dagli artisti dell’horror. E non fu una visione fulminea catturata con la coda dell’occhio, in un istante fugace per il quale Bernadette l’avrebbe potuto scambiare per una allucinazione o un attimo di sbandamento, di manchevolezza. Quel mostro era proprio lì, dietro di lei, che nell’immediato le aveva afferrato il morbido collo glabro con i suoi artigli giganti neri provvisti di chele raccapriccianti, pronti a commettere atti efferati degni dei più singolari racconti delle notti delle streghe. Aveva tre occhi dissimili da qualunque tipo di animale più orripilante e minaccioso che avesse mai solcato le terre emerse, in mezzo alle giungle più fitte o nuotato fra gli abissi più insidiosi e profondi degli oceani; neri, abnormi, pregni di odio viscerale. La ragazza francese svenne pochi istanti dopo essersi dimenata a lungo, a causa di un principio di soffocamento del quale, in seguito, i medici non riuscirono a dare una spiegazione razionale.

Ricorda soltanto di essersi risvegliata ventiquattro ore dopo con tutti gli orifizi grondanti di ogni tipo di liquido fisiologico possibile e immaginabile. Malgrado lo spavento inaudito, aveva tentato coraggiosamente di fare un ultimo bagno, prima di lasciare per sempre quella casa origine di mali ancestrali e presenze demoniache, ma proprio in fondo alla vasca aveva ulteriormente rischiato di morire, stavolta per annegamento.

Il giorno dopo, raccontò ai dottori che per pochi interminabili secondi non era più stata padrona delle sue articolazioni e che le sue stesse braccia avevano tentato, in più occasioni, di soffocarla in qualunque maniera. Fu un miracolo per lei riuscire a lasciare l’appartamento maledetto di via Cesare in piena notte, urlando fino allo sfinimento, fino a sfiorare la pazzia, aspettando che un’ambulanza venisse in suo soccorso, alle 3.33 di notte. Le ragazze che abitavano sotto di lei, le quali in prima istanza l’avevano riempita di risate e commenti indegni, si erano affacciate dai balconi esprimendo sconcerto e sgomento, nel vedere Bernadette attorcigliarsi su se stessa, stesa sull’asfalto in mezzo alla strada, pronta ad essere falciata dal primo veicolo che fosse sopraggiunto sfrecciando ad alta velocità. Per fortuna la signora Badou, un’anziana di colore che occupava uno degli appartamenti del primo piano, si era precipitata per tempo a scansare i veicoli, gesticolando con le braccia alzate e le mani tese. Quella terrificante esperienza contribuì ancor di più ad incrementare le strane leggende che aleggiavano sulla casa sita in via Cesare, a Milano.

Bernadette, dopo la riabilitazione, sotto le appropriate cure psicologiche del caso, decise di dedicare il resto della sua vita dando spazio a una spropositata, quasi abnorme, vocazione per la figura di Dio e suo figlio Gesù; diventò monaca di clausura e passò gran parte del suo tempo pregando con lo sguardo assente, in un monastero francese, lontano dalle tentazioni sociali e dai pericoli del male, insito nei posti apparentemente più banali dell’emisfero di ciò che noi comuni mortali crediamo essere la vera realtà.

I genitori della ragazza maledirono la città italiana, maledirono il giorno che Bernadette fece le valigie per andare a visitarla e l’aereo che l’accompagnò. Maledirono soprattutto quanto di aberrante esistesse in quello specifico perimetro sulla sommità di quel palazzo, per aver sottratto l’ultimo barlume di gioia che alimentava le speranze e l’anima della loro figlia.

All’incaricato della società immobiliare, toccò a malincuore chiudere con svariate mandate la serratura dell’imponente porta di quella casa maledetta. Vi fece ritorno per l’ennesima volta convinto, secondo i tragici accadimenti, di ritenere necessario svolgere una sostanziosa sessione di pulizie aberranti. Stupito, si trovò a sgranare gli occhi, aveva trovato la casa in ordine come al solito, con i mobili coperti dalle lenzuola bianche e con la medesima quantità di polvere di sempre.      

 

                          

[i] Filippo Malandra protagonista del romanzo L’eredità di Malandra opera da cui deriva questo breve spin-off.

Disponibile QUI

 

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IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Posted by on Giu 16, 2016 in Horror, Racconti brevi

IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Uno strano destino e una vita breve, quella della città marinara di Eula. Conquistata al tempo dei greci dall’imperatore Eulampios in persona appositamente per la posizione strategica sita nella costa, vide il primo vero sviluppo nell’era moderna nella seconda metà dell’Ottocento, quando, a poco a poco, sparse sia a est che a ovest, iniziarono a sorgere raffinerie di sale e di zolfo. In seguito, nel secolo a venire, affiorarono anche cementifici e industrie chimiche di vario genere, tra colorifici, stabilimenti atti alla produzione di medicinali, diserbanti e molto altro ancora. Uno strano connubio legava quella cittadina divisa tra le piccole fabbriche, il porto e la zona balneare, ma quasi come un legame perverso, l’uno riusciva ad abbracciare l’altro in una simbiosi che ottemperava a specifiche funzionalità. Fu così che presero il via grandi apparati di collegamento navali e turistico-commerciali, più aumentavano gli sviluppi e i servizi, più la città si espandeva demograficamente, dando anche agli imprenditori la ghiotta possibilità di costruire nuovi edifici.

Da dove è cominciato tutto? Chi ha popolato dapprima quel posto semisconosciuto? La storia di questa città marinara, vuole proprio che siano i pescatori fra i primi a costruire le case a ridosso di una parete rocciosa, sotto il fianco di una collina verdeggiante nella zona nord, seguiti non molto tempo dopo anche dagli instancabili minatori che scavavano a mano il sottosuolo alla ricerca di sale prima del miracoloso avvento delle macchine industriali. Lì s’insediarono le prime famiglie venute dai paesi limitrofi in cerca di lavoro, lì nacquero i primi veri eulesi. Nell’arco dei decenni, privi di qualsivoglia criterio ingegneristico, artistico e, per certi versi anche di rigore logico, nacque l’antica borgata dei pescatori, gente semplice che si fece promotrice di nuove tradizioni locali legate al mondo del mare e ai frutti benedetti che questo riusciva a dare sfamando intere generazioni.

A un certo punto, la stella nascente di quella città cambiò rotta dal cielo verso l’oblio e inesorabilmente tutto cominciò ad andare in malora per colpa della crisi economica e una gestione politico-amministrativa deviata.

È nel vecchio borgo dei pescatori che sono nato, una periferia ormai degradata, lugubre e fatiscente, dove perfino i criminali e la polizia non osavano mettere piede, a causa delle dicerie stravaganti che aleggiavano sopra di essa da oltre mezzo secolo. La mia famiglia aveva una bottega in centro, mio padre stava tutto il giorno a riparare orologi di svariati tipi: a pendolo, da tasca, da polso e molti altri. Mia madre si occupava dei clienti al bancone. Nonostante l’attività commerciale, non si poteva dire che i soldi ci uscissero dalle orecchie e perciò, quando i miei si sposarono, furono costretti a comprare una casa proprio in quella zona cupa e sinistra. Si respirava un’aria pesante in quel quartiere, fatto di minuscole viuzze ed edifici arroccati, uno sopra l’altro che insieme creavano strani effetti di luci e ombre a dir poco inquietanti, almeno per un bambino come lo ero io all’epoca. Nei mesi invernali, bui e freddi, si poteva udire il vento trasportare voci fantasmagoriche di chissà quali oscure entità; più che un borgo, appariva come una landa semi desolata dall’aspetto cimiteriale. Ricordo ancora le tante microscopiche attività locali come quella che portava avanti mio padre: c’erano calzolai, sartorie, panifici, falegnami, ognuno rintanato in un piccolo magazzino a lavorare per conto suo in un contesto caratteristico simile a un presepe vivente a grandezza naturale.

La nostra casa era piccolissima, un cucinino, una camera da letto, un bagno che a stento accoglieva una sola persona, e uno striminzito salottino che di notte si trasformava, diventando la mia cameretta, adiacente alla stanza dove dormivano i miei. Mettevo a riposo le mie gracili ossa su un divano che assomigliava più a un sarcofago egizio, tanto era angusto, a quel tempo non avevano ancora inventato i materassi ortopedici, ma io ci stavo abbastanza bene, in fondo, avevo solo tre anni. 

Nei pochi momenti di ritrovo familiare, ci toccava andare dalla nonna materna vicino al campo sportivo che era solita ospitare nel nuovo appartamento le sue vicine di età avanzata come lei. Ci radunavamo in cerchio, ognuna di loro aveva storielle e aneddoti davvero curiosi da raccontare quando non si giocava a carte. Tra i chiacchiericci da salotto e le barzellette, più di tutti, ascoltavo volentieri i racconti di paura che al calar del sole uscivano fuori direttamente dalle esperienze fatte dai presenti. In tali circostanze, quando ancora nessuno aveva nemmeno immaginato l’avvento di internet o dei documentari scientifici, era facile tramutare un evento fortuito in leggenda metropolitana, nessuno si prendeva la briga di sfatare certi miti e per di più, la maggior parte delle famiglie sembravano affezionarsi alla loro visione ignorante della realtà, spesso tramandando questo pacchetto di concetti retrogradi alla generazione successiva, tanto per cambiare. Le anziane pensionate provenivano tutte dal borgo dei pescatori, la zona vecchia della città per antonomasia, e quando calava il buio, specie nelle serate di pioggia, ne raccontavano di cotte e di crude. C’era chi trovava dei soldi in un cassetto per magia e non si sapeva spiegare il perché, qualcun’altra vedeva grosse mani sbucare dalle pareti per mettere paura ai viventi. Gli uomini che scendevano di notte per andare a lavoro, facevano incontri a dir poco bizzarri tra neonati trovati nei cassonetti con il volto indemoniato o spettri che vagavano tranquilli come se niente fosse. I più “fortunati” venivano cacciati dalle loro abitazioni a suon di calci e pugni da esseri soprannaturali che spesso nemmeno vedevano, ma i lividi del giorno dopo, quelli sì, erano reali!

Si narra in giro che gli unici a poter vedere in faccia i fantasmi sono i fanciulli e gli animali. Speravo che tutto sommato fossero dicerie di quartiere per spaventare noi bimbi irrequieti, abituati a gironzolare curiosi e pronti a cacciarci in qualche guaio improvviso. Molte palazzine di quelle a tre piani si andavano via via svuotando e nessuno osava metterci più piede, chissà perché. A volte, da solo o in compagnia, mi avventuravo per gli androni bui e misteriosi di quei posti fatiscenti e polverosi, ma non mi addentravo mai fino in fondo. I muri presentavano crepe larghe quanto un dito, dentro le quali non era una sorpresa veder sbucare insetti e scarafaggi da dietro le ragnatele. Sopra i gradini ripidi e faticosissimi, se ne stavano i calcinacci caduti e mai raccolti, alla prima finestra di legno sbattuta per volere del vento, scappavamo terrorizzati con la stessa velocità degli atleti che gareggiavano alle Olimpiadi.

Suggestione e nulla più, direbbe qualcuno, lo direi anch’io, se tutto fosse rimasto nei meandri di un condizione fantasiosa e irreale, ma poi anche mio nonno paterno, tornando una sera, salendo le scale e fermandosi a metà strada per riprendere fiato, vide una giovane sposa con tanto di abito bianco e un lungo velo, affacciarsi dallo stabile di fronte per sparire infine nel nulla. Certo, poteva essere soltanto un’allucinazione, magari causata dalla stanchezza, ma non poteva scambiare comunque una persona per un altra, poiché quel piccolo edificio era stato sgomberato proprio in occasione della sua imminente demolizione. Ormai, il borgo dei pescatori era divenuto un posto sempre più abbandonato che necessitava solo di una pesante riqualificazione urbana, ma non so per quale assurdo motivo l’amministrazione comunale sembrava trattare quella specifica area come un personaggio scomodo.

Alla fine, toccò anche a me fare i conti con un’esperienza paranormale. Prima di compiere i quattro anni, cominciai ogni sera a vedere un tizio riflesso sopra l’armadio posto di fronte a me in salotto. Si accendeva come una luce soffusa dentro i miei occhi e a spezzare quel bagliore con i suoi lineamenti da uomo appassito, compariva quel volto stempiato e malefico che voleva a tutti costi tranciarmi il mignolo destro. Non lo so perché bramasse proprio il mio dito, so solo che non voleva saperne di lasciarmi in pace; lo sgomento era tale, che schizzavo a razzo dritto nel letto dei miei genitori. Le braccia di mio padre mi rassicuravano, le carezze di mia madre mi tranquillizzavano. Andò avanti così per circa una settimana, poi più niente. Crebbi tranquillo come ogni altro ragazzo giù a Eula e inesorabilmente, anno dopo anno, assistetti al lento tracollo della cittadina. I negozi chiudevano, le fabbriche diventavano cimiteri industriali abbandonati, dove i giovani della nuova generazione, andavano a cacciarsi nei guai, proprio come facevo io anni prima. L’antica flotta di pescherecci si dimezzò nel giro di cinque anni, finché non rimasero solo che piccole barche da diporto della guardia costiera o di qualche appassionato, così… quasi che la città fosse stata vittima di una strage di guerra, la guerra della crisi economica che stava mietendo le sue vittime in ogni settore. I proprietari delle botteghe sprangavano per sempre le imposte, gli uffici venivano riorganizzati e i dipendenti licenziati. Il popolo di Eula si andò trasformando in una transumanza di gente in cerca di lavoro su al nord.

Alla soglia dei trenta, ebbi come un’illuminazione: avevo trovato impiego come netturbino da dieci anni ormai, ma mi ero stufato di spazzare ogni giorno la via quattro canti, sempre piena di foglie secche sparse dappertutto, era davvero avvilente! Tentai di prendere il treno per andare fuori, vedere il mondo, cercare qualcosa di più che una piccola città fantasma, ma i treni alla vecchia stazione erano fermi da anni ormai, sopra le panchine giacevano solo barboni e clandestini mendicanti. Provai a spostarmi a bordo della mia scassatissima cinquecento, consapevole che dopo un centinaio di chilometri sarei potuto rimanere a piedi, ma per una stramba coincidenza, tutte le uscite e i tunnel erano chiusi per lavori di manutenzione. Provai addirittura a salire sull’unico battello che collegava la terra ferma con le isole minori, ma ogni volta che prendevamo il largo, la nave cambiava rotta e tornava di nuovo in porto per un’avaria oppure per inconvenienti meteorologici. Allora dove erano andati tutti? Come avevano fatto tre quarti di abitanti ad andare via da Eula? In che modo? Osservavo i punti di approdo da un altipiano sulla collina e le uniche imbarcazioni, che vedevo arrivare all’interno del molo, erano vistosi velieri scuri che apparivano e scomparivano nel giro di poche ore, mentre all’orizzonte, quasi ai limiti del mio campo visivo, notavo grosse navi crociera e lunghi mercantili a pieno carico, transitare a largo della costa senza mai fermarsi, nemmeno per far rifornimento.

Cominciai a pormi serie domande che non trovavano alcuna spiegazione logica. Mi prodigai a domandare in giro e, a momenti, la gente mi prendeva per pazzo.

“Uscire? Non si può uscire, nessuno esce mai. Tutte le città sono chiuse, giovanotto, non lo sapevi?” – mi sentivo rispondere dagli anziani, fissandomi straniti, quasi fossi un alieno caduto dal cielo.

Ma come poteva essere possibile? Da dove arrivavano le merci? Dove andava a finire tutta quella gente che non ho più rivisto? Tutti mi allargavano le braccia e non sapevano dare una spiegazione.

Mi rassegnai per un po’ all’idea del viaggio e tornai alla mia solita vita, fino a quando una mattina, Baldassarre, il vecchio tipografo di zona, attaccò il proclama che aveva emanato il municipio per avvisare la cittadinanza che presto avrebbe demolito anche l’ultimo stabile di via Goletta, proprio l’edificio in cui avevo abitato da bambino, situato nella zona vecchia a nord di Eula. Mi faceva strano apprendere quella notizia, qualcosa mi scosse dentro, come se dovessero mandare davanti a un plotone di esecuzione un mio caro amico. Cercai di contattare l’ultimo proprietario di quell’appartamento, recandomi all’ufficio tecnico, ma gli impiegati mi riferirono che, sebbene avessero spedito svariate raccomandate di avviso, nessuno gli aveva mai risposto e quindi la casa andava buttata giù principalmente per ragioni di sicurezza, in quanto ormai troppo decrepita. Prima che la società demolitrice si recasse nel borgo con i mezzi pesanti, decisi di andare a fare un’ultima visita dentro quel covo di blatte. Mi presentai davanti al portone un’ora prima del tramonto, sperando di non attirare troppo l’attenzione di quella manciata di vicini curiosi rimasti ognuno nelle loro tane come spie, avevano l’antipatico vizio di sbirciare da dietro le imposte se un estraneo per errore capitava di metterci piede invadendo, magari per circostanze fortuite, quel territorio abbandonato a se stesso.

La corrente era stata staccata, la scala versava in uno stato pietoso, sentivo di essere ritornato bambino, proprio come in una delle mie vecchie scorribande dentro a uno di quei palazzi a cui fosse toccata una triste sorte, la stessa che adesso incombeva nella dimora che mi aveva visto venire al mondo. Doveva essere rimasta disabitata a lungo dopo il nostro trasloco. Compiuti i dodici anni, ce ne eravamo andati nella zona sud, nel quartiere adiacente al mercato ittico e ortofrutticolo.

Stavolta salii tutte le rampe, guardando bene di non inciampare in qualche piastrella scoppiata a causa dell’umidità e cercando di non affidarmi alla ringhiera arrugginita che in più punti ormai si era staccata dalla parete. Una piccola spallata e la porta d’ingresso cadde impattando sul pavimento, facendo riecheggiare il tonfo fino al piano terra. 

Tutto sembrava minuscolo rispetto a come me lo ricordavo da piccolo, ma davanti a me non risplendeva più il mobilio che mia madre soleva far rispecchiare con il suo olio di gomito. Topi e lucertole si erano appropriati di quel posto ormai vittima dell’incuria totale e della sporcizia più nefasta. Le ante della cucina penzolavano  mezze divelte, un soffio di vento ancora e sarebbero cadute anch’esse, sfracellandosi al suolo. Rimasi attonito nel constatare i vetri delle finestre ancora integri, quel perimetro striminzito di sessanta metri quadri sarebbe diventata una piccionaia piena di melma, proprio come i balconi nell’aria esterna circospetta dall’inferriata marcita e pericolante.

Tornai sui miei passi per dare un’ultima occhiata in camera da letto, d’innanzi alla porta qualcuno aveva tirato fuori l’enorme specchio ovale usato dai miei per specchiarsi, specie quando si vestivano bene la domenica mattina per andare a messa. Malgrado la polvere, vedevo il mio riflesso per intero fissarmi con apprensione, quasi con un atteggiamento di sfida. Provai una paura indicibile, chi aveva preso le mie sembianze in quell’immagine specchiata? Un colpo d’occhio fulmineo attorno a me non riuscì a focalizzare nessun oggetto che potessi usare per rompere quel maledetto oggetto, così presi una leggera rincorsa sopra il pavimento traballante dalla scheletratura fatta di travi di legno corrose dalle tarme e mi ci scaraventai contro, con tutto il peso del mio corpo.

Avvertii un calore che mi pervase dappertutto, temetti davvero di essere zuppo di sangue a causa del vetro infranto scoppiato in mille pezzi per terra assieme a me, poi svenni e restai in ostaggio di quella casa maledetta privo di coscienza fino all’alba del giorno successivo. Grazie alle prime luci del mattino e al rombo delle ruspe in arrivo, mi risvegliai e, con grande stupore, mi resi conto che non ero affatto ricoperto di sangue, non dappertutto almeno, avevo soltanto perso il mignolo destro. In definitiva, qualunque cosa albergasse dentro quella casa, era riuscita nel suo intento: staccarmi di netto un dito. Lo cercai sul pavimento in preda al panico e ai piccoli fiotti si sangue che ancora sgorgavano dalla mia mano, ma quella piccola parte di me se n’era già andata chissà dove, forse qualche ratto aveva rimediato una gustosa cena dopo tanti anni, a me non restava altro che tamponare la ferita, strappando una manica della camicia e avvolgendola attorno all’estremità mozzata.

Mi alzai in piedi e cominciai a scendere le scale, vacillando come un ubriaco, chissà quanto sangue avevo perso mentre ero rimasto svenuto dentro quel posto sinistro e maligno. Aprii il portone con un calcio ben assestato, gli operai mi videro uscire come un superstite sopravvissuto a una lotta senza esclusione di colpi. Immediate furono le telefonate ai soccorsi, Dio benedica chi ha inventato i cellulari! All’uscita della sala operatoria per ricucire quel che rimaneva della mia mano, due signori anziani mi aspettavano in sala degenza, dicevano di essere mia madre e mio padre, chiamati dal responsabile del reparto in caso qualcosa fosse andato storto, ma cosa mai poteva andare storto in una operazione alla mano?

Me lo chiesi molto tempo dopo in effetti perché, a dire il vero, avevo ben altro di cui preoccuparmi, i due signori di fronte a me, non mi avevano affatto riconosciuto, raccontarono di avere avuto sì un figlio circa trent’anni prima, ma che qualcuno gliel’avevano sottratto di notte in quella casa in via Goletta per non restituirglielo mai più. Soltanto più avanti capii realmente cos’era successo, quando riuscii a prendere il primo treno in partenza per fuggire da quel posto tetro e inverosimile. Adesso, era diverso, tutto funzionava come doveva, gli autobus, i collegamenti marittimi, i negozi e tutto il resto! Da bambino ero saltato in un’altra dimensione simile alla realtà che non era affatto la vera realtà, ma solo una sua pessima imitazione. Ancora oggi, mi domando chi diavolo fossero quei due individui che mi abbracciavano di notte, spacciandosi per i miei genitori, che mi avevano allevato  all’interno di una gabbia invisibile sotto forma di città marinara senza alcuna via d’uscita. Quella vecchia casa, probabilmente assieme a tante altre, site nell’antico borgo dei pescatori, fungeva da portale verso altre dimensioni, e se non avessi avuto la caparbietà di farci ritorno un’ultima volta, ancora oggi sarei intrappolato, visto che anche l’ultimo palazzo di quel luogo nefasto è stato raso al suolo proprio quel giorno. Ci è mancato proprio un pelo, anzi… un dito.      

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L’ultimo uomo nato in Sicilia

Posted by on Dic 5, 2015 in Horror, Racconti brevi

L’ultimo uomo nato in Sicilia

Un’altra torrida estate nel duemilanovecentonovantanove era passata, tuttavia, il termometro a mercurio di Rosario segnava ancora trentadue gradi all’ombra e settembre era già passato da un pezzo. Già, perché il surriscaldamento climatico, nella bella stagione, aveva trasformato l’intera isola in una gigantesca brace e con i focolai che, di tanto in tanto s’incendiavano autonomamente sparsi a macchia di leopardo, gli faceva sembrare di essere già arrivato all’Inferno. Quando la primavera cominciava a farsi sentire, con il consueto venticello che trasportava quell’inconfondibile odore di mare, egli sapeva che era ora di andarsi a rifugiare in qualche casolare nei paesini di montagna, anche se la vera montagna era ed è sempre stata solo una e nemmeno tanto affidabile. Il vento però era cambiato, le colline iniziavano finalmente ad attirare nuvole grigie e nebbia evanescente, segno inequivocabile che era venuto il momento di scendere a valle.
Si aggirava tutto solo come un vecchio pazzo, con il suo rozzo e malandato fuoristrada preso in “prestito” dalla caserma della Forestale, a loro non serviva più. Niente di tutto quello che riusciva a trovare serviva più a qualcuno perché da quell’isola maledetta se n’erano andati tutti, proprio tutti. Rosario era rimasto da solo in Sicilia, dopo che anche l’ultimo esodo di massa si era concluso. Aveva trentatré anni quando si era trovato a salutare per sempre i pochi parenti che avevano cercato ostinatamente di convincerlo a fare le valigie e seguirli verso nord, verso la salvezza, ma luì aveva categoricamente rifiutato e adesso, a quarantacinque anni suonati si vedeva scorrazzare come un solitario pastore senza gregge per le ultime strade praticabili ancora non troppo disagiate né completamente logore. Gli affioravano spesso i ricordi di suo nonno che raccontava, in certe occasioni, di come si aspettasse di vedere il futuro, un futuro radioso, scintillante, fatto di auto volanti e di vita semplificata. Non fu così alla fine, anzi, tutto il contrario. Solo il silenzio rimaneva di un popolo che nella storia aveva segnato i libri di testo. Forse fu proprio il caldo rovente a friggergli i pochi neuroni buoni che gli erano rimasti in testa oppure lo shock dei proclami governativi che ne ordinarono lo sgombero definitivo. Viveva da clandestino nella sua stessa terra natia. Non si era arreso, non lo accettava e decise perciò di diventare un re del nulla o per meglio dire, il custode di un enorme, gigantesco cimitero abbandonato.
Era così che passava l’inverno. Scendeva sulla costa e si spostava con mezzi di fortuna di città in città. Gli piaceva fare il turista dentro casa, viaggiare, a volte con la jeep a volte con un camion, altre su una moto o un camper, qualunque cosa avesse trovato che potesse utilizzare con le ultime scorte di benzina raffinata che riusciva a recuperare. Forse giocava semplicemente alla roulette russa, lasciando decidere al fato l’ultimo posto dove scegliere di permanere e, infine, di morire di vecchiaia, di fame o di qualche malanno a lui sconosciuto.
Faceva il giro delle piazze principali delle città più importanti che una volta erano le più affollate e credeva perfino di essere osservato, di addentrarsi al loro interno con appresso i fantasmi che un tempo popolavano quei luoghi e che sentiva quasi come se gli urlassero addosso. Sicuramente era la pazzia che stava prendendo il sopravvento, aveva la sensazione di vedere gente scrutarlo dalle finestre spaccate mentre passava per le vie, vedeva delle sagome di persone dietro le tende mezze strappate e annerite dentro le case, udiva riecheggiare antiche urla laddove un tempo si svolgevano i mercati, colmi di vestiario nuovo e di cibo genuino.
Invece era costretto ad indossare solo abiti di fortuna trovati in qualche magazzino abbandonato o in un centro commerciale desolato pieno di polvere, abitato solamente dai manichini. A volte si fermava qualche minuto a parlarci come se fosse della vera gente, immaginava di sentirsi rispondere; sì, stava proprio uscendo di senno! La vergogna e l’imbarazzo, in ogni caso, non erano più sentimenti che albergavano nel suo animo, sapeva di essere solo, sapeva di essere “autorizzato” a fare ciò che voleva, di usufruire a proprio piacimento delle cose che trovava e di andare dove gli avrebbe fatto più comodo. Quando era in vena di lavorare, si aggirava per gli ospedali o farmacie e faceva scorta di medicine, scartando quelle andate a male e scegliendo quelle cha ancora poteva riuscire ad utilizzare. La stessa cosa faceva con il cibo, andando a rovistare per i supermercati in cerca di scatolame, conserve e roba essiccata. Prendeva un carrello scricchiolante e gironzolava per i reparti cercando di scansare gli escrementi degli animali i quali trovavano ricovero o, come lui, cercavano sostentamento. Ma le colombe, non sapevano aprire i barattoli e nemmeno i cani randagi o i gatti. Lui invece sì, e non era nemmeno egoista quando si ritrovava ad avere compagnia, non disdegnava mai di aprire qualcosa per l’animale di turno nel quale s’imbatteva.
Di giorno si cibava di frutta e verdura raccolta direttamente dalle campagne, gli bastava uno zaino per fare scorta di arance, limoni, mandarini, fichi d’india, grappoli d’uva e ogni ben di Dio fosse riuscito a trovare, anche se perfino Dio sembrava aver abbandonato quei luoghi. La sera si rintanava in qualche appartamento per ripararsi dal freddo e cucinarsi uno stufato aprendo qualche lattina di fagioli tra quelli che ancora non erano esplosi, come quelle delle bibite gasate o di pomodoro che si aprivano di tanto in tanto a causa degli acidi e dei batteri in decomposizione. Viveva così, Rosario, in piena libertà e alla giornata anche se, quando gli toccava mangiare roba sgradita, era solito ripensare agli impareggiabili panini con la Milza se si trovava nelle zone di Palermo o delle fantastiche brioches accompagnate dalla granita al limone, nei pressi di Catania o della tavola calda tra arancine al ragù e panelle che si preparavano ad Agrigento sotto il tempio della Concordia. Ripensava spesso a quelle specialità, a quei sapori mai più gustati, come la ricotta appena fatta, i salumi affettati, il pesce fresco, le focacce calde, le pizze cotte nel forno a legna e, in generale, i mega pranzi e cene delle occasioni speciali quando le famiglie si riunivano attorno a un grosso tavolo.
Girovagava così, sentendosi un fantasma tra i fantasmi, parlando da solo o con gli animali che incontrava lungo il suo cammino. Spesso si ritrovava d’innanzi ad un ponte crollato o una strada invasa da una frana; si arrabbiava e inveiva contro Dio, anche se poi, la domenica andava in chiesa per parlarci a tu per tu.
Perché ci hai abbandonato? Perché te ne sei andato? Hai fatto i bagagli prima di tutti qui e ci hai lasciati soli! – gli diceva dalla prima fila delle innumerevoli panche impolverate.

Tutti erano andati via, perfino la gente cattiva, la criminalità, il malaffare. Rosario era il re indiscusso di una terra lasciata a marcire, fantasmagorica e desolata. Una volta l’anno si recava sulle pendici dell’Etna quasi volesse imitare Mosé quando si recò, al tempo, nel Sinai. Il vulcano tuonava, rombava e scalpitava con la sua solita ira incontrollabile, ma non era quella di Dio, anche se a lui piaceva pensare che lo fosse, specialmente quando si portava dietro una bottiglia di vino trafugata da chissà quale riserva e si ubriacava fino a svenire.
Voleva morire così, senza arrendersi, senza divenire un numero come lo erano diventati tutti gli altri, vittime di un sistema, pedine di una volontà imposta da terzi. Si chiedeva spesso se mai qualcuno avesse agito alla stessa maniera, se fosse rimasto come lui, in quella terra polverosa e secca che oramai offriva nient’altro che ricordi. Ovunque andasse, trovava solo spettri e silenzio. Era diventato così selvaggio che non voleva nemmeno più fare amicizia con un cane e non ci passava assieme più di una manciata di minuti perché non aveva nessuna voglia di prendersene cura che già gli seccava prendersene per se stesso. In cuor suo sperava in una morte improvvisa e inaspettata, come un incidente, qualsiasi cosa che non l’avrebbe fatto soffrire da solo, lentamente e in agonia.
Un giorno però, un dettaglio sembrò segnare finalmente il punto di svolta. Era diretto a Messina, dove sapeva di trovare un ponte fatto saltare in aria per evitare che la malavita ci venisse a portare gli scarti industriali o peggio ancora i rifiuti tossici delle centrali nucleari. Ma nemmeno i mafiosi osavano tornare più in quel posto lugubre e fatiscente, avevano paura. Anche Rosario ne aveva, quando sognava di vedere i morti che uscivano dalle tombe e si mettevano a camminare come zombie in cerca di carne fresca, la sua, l’unica rimasta. Voleva sincerarsi che il ponte fosse stato abbattuto sul serio per come aveva sentito nell’ultimo proclama alla radio. Alla fine arrivò a vederlo, ma non ebbe il tempo che era solito prendersi per ammirare il panorama nel quale si trovava durante i suoi consueti viaggi di esplorazione. Si fermò al centro della carreggiata, proprio sotto il primo pilone che ancora si ergeva imponente, con enorme stupore, aveva intravisto la sagoma di una donna vestita di scuro.
E’ una vedova o un’allucinazione? – si domandò.
Forse era semplicemente la morte e lui non lo capiva. Dietro la donna, il paesaggio era coperto da una fitta nebbia fatta di sfumature grigie e biancastre e benché cercò di avvicinarsi a lei, guidando a velocità sostenuta, questa sembrava correre all’indietro spaventata verso la nebbia.
Era così tanto tempo che non parlava con qualcuno che gli sembrò una festa. Il suo cuore aveva ripreso a battere come non aveva mai fatto da decenni.
Finalmente non sono più solo! Aspettami, aspetta! – gridò con tutta la forza che aveva.
La misteriosa entità femminile si voltava di tanto in tanto, ma non osava arrestare la sua corsa. Chissà, magari aveva paura di lui, di quell’uomo sconosciuto e trasandato, con la barba incolta e con addosso dei vestiti abbinati a casaccio. Forse era una ricercata e il fuoristrada della Forestale le aveva messo paura.
Più veloce, vai più veloce dannata! – inveiva contro al veicolo.
La donna si dileguò nella nebbia e con lei anche Rosario, l’ultimo uomo nato in Sicilia.

                                                                                              Gero Marino.

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Sonno

Posted by on Nov 7, 2015 in Horror

Sonno

Ho sonno, ho sempre tanto sonno, da quando mi sono ritirato dal mio solito tran tran. Non sono più quello di una volta, sveglio, fresco e pimpante… il giovane lattaio del quartiere. Conoscevo tutti nella zona che mi avevano affidato e, come di consuetudine, facendo lo stesso giro, avevo imparato a conoscere tutti, un po’ come fanno i postini. Passavo la mattina presto dai miei clienti, giusto in tempo per dare la colazione ai bambini prima che andassero a scuola e ai grandi che dovevano mettersi in forze per recarsi a lavoro. Non tutti erano cordiali di mattino presto, anzi, diciamo pochi. Io dovevo esserlo per forza, l’azienda per cui lavoravo mi diceva che dovevo sforzarmi di mostrarmi gentile e cortese nei confronti dei clienti, che doveva essere un piacere, per loro, vedermi arrivare, altrimenti avrebbero cambiato fornitore e io avrei perso certamente il posto. A volte, prima dell’alba, mi toccava passare dal vecchio cimitero oppure dalla villa abbandonata dei MCallister, due posti davvero raccapriccianti, per fortuna attraversavo quelle strade a razzo e non c’erano clienti per cui dovessi fermarmi nei paraggi. Però, in giro, si raccontavano storie strane, storie di fantasmi; sapevo di quelle leggende fin da quando con i vecchi amici d’infanzia andavamo in giro a caccia d’avventure. Spesso mi capitava di vedere qualche ombra sfuggente in quei luoghi sinistri, però davo la colpa alla stanchezza, al fatto che mi alzavo presto la mattina per fare il mio turno e che, forse, poteva trattarsi di qualcuno che sfruttava quei luoghi per andare a drogarsi in solitudine o fare altre schifezze simili. Ora ho la certezza che non era proprio nessuno, solo la mia stupida fantasia. Sono vecchio e sempre disteso qui a riposare, non è più come una volta, quando ero sempre in giro per fare le commissioni, andare dal dottore, alle feste e a trovare gli amici. Ora non posso più andare da nessuna parte, sono così stanco e ho sempre tanto sonno! A volte mi sveglio solo per qualche minuto e penso sempre alla mia vecchia vita, quando ero sposato e vivevo allegramente assieme a mia moglie. Ogni tanto mi viene a trovare, anche lei è invecchiata poveretta e nonostante tutto, quando è qui, mi dice che adesso posso riposare senza pensare ad altro. Eppure ne avevo di cose da fare: dovevo falciare il prato, dipingere la casa e quella scassatissima macchina? Perdeva sempre acqua dal radiatore! Chissà chi avrà chiamato Margaret per fare questi lavori? Io non posso più farli, mi hanno detto che devo restare a riposo, tassativamente a riposo!
Mi sto annoiando troppo a stare qui, eppure anche se mi volessi alzare, non credo che avrei la forza necessaria per stare in piedi. Dormo sempre, cosa cambierebbe, dopotutto?
Penso che tornerò a dormire di nuovo, prima che mi assalga la solitudine. Ormai è poca la gente che mi viene a trovare, a domandare come sto, disteso qui, assieme agli altri. C’è tanta gente vicino a me, eppure nessuno ha voglia di parlare, potevano scegliere un posto più allegro dove portarmi, che razza di gusti!
Vorrei vedere di più i miei nipotini, saranno cresciuti parecchio, ormai, forse loro mi vengono a trovare e io sto dormendo? Che peccato, proprio un vero peccato. Spero che stiano bene e che mi pensino. Gli voglio un bene dell’anima, che bambini adorabili!
Ho di nuovo sonno, le palpebre mi si chiudono da sole. Chissà chi rivedrò al mio prossimo risveglio, basta che non mi portino sempre gli stessi fiori, mi mettono l’angoscia. Che stanchezza, tornerò a dormire, non mi resta altro da fare, in fondo, piantato qui, giorno e notte. Dopotutto è buio pesto e adesso ho la certezza che i fantasmi non esistono, nemmeno l’aldilà. E’ sempre stato così, da quando mi hanno seppellito.

                                                                                               Gero Marino.

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Una settimana all’inferno

Posted by on Nov 5, 2015 in Horror

Una settimana all’inferno

Che fastidio infinito, gente che viene, gente che va. In questo modo finirà che schiatto prima di poter terminare questo maledetto manoscritto. E’ difficile concentrarsi a scrivere di giorno, durante le ore di visite, qui all’ospedale, dove mi trovo disteso su un letto fatiscente.
Mi tocca sorbirmi tutte le lagne della folla che viene a trovarmi e ad annuire e fare sì con la testa senza nemmeno badare a ciò che dicono. La mia ultima carriera da politico non ci voleva, troppe persone da salutare, troppa gente da ignorare, perfino ora che scrivo e la sento parlare, nonostante non dimostri per essi, alcun interesse. Sento che questa vita mi sta abbandonando e visto che le mie parole pronunciate al vento, al vento volerebbero, è meglio mettere tutto nero su bianco, così che anche gli altri possano rendersi conto, quando la scintilla della mia anima lascerà questo corpo consumato dalla vecchiaia.
Non sono mai stato una persona esemplare, da ragazzo ho provato ogni tipo di piacere. Provavo godimento in tutto quello che di ripugnante e depravato possiate mai immaginare in una persona.
Ho pestato dei bambini la notte di Halloween, erano così patetici. Ho violentato una ragazza che dopo una settimana di uscite proprio non ne voleva sapere di darmela. Ho scippato una vecchietta alle poste, dopo essermi accorto che la cassiera gli aveva contato lentamente una cospicua somma di bigliettoni. Come rinunciare a tutto ciò? In fondo erano soldi facili e io ero giusto in fila per una maledetta multa che non meritavo affatto di pagare.
Alla tenera età di ventidue anni, una sera m’impasticcai di brutto, di solito ci andavo piano con le droghe, ma all’epoca, negli anni settanta, certe feste sembravano proprio da sballo, il mondo stesso stava cambiando e io volevo partecipare al quel movimento di liberalizzazione sociale così tanto in voga e così tanto acclamato.
Entrai in coma e ci restai per sette fottutissimi giorni. Se vi dicessi che ho passato la settimana più “infernale” della mia vita, lo prendereste probabilmente solo come un modo di dire, invece, voglio proprio raccontarvi di essere stato realmente nella casa del Diavolo.
Mi risvegliai negli inferi, un posto agghiacciante, macabro, peggio di come l’avessi mai sentito raccontare in qualsiasi storia narrata prima. Era come una specie di gigantesco mattatoio, dove da una parte s’intravedevano delle celle, proprio come quelle delle prigioni e al centro i condannati venivano torturati e mutilati vivi. C’era sangue dappertutto e in sottofondo si sentivano le urla dei suppliziati da chissà quale altra parte di quell’ambiente vomitevole e raccapricciante.
Mi accolse un essere dal fisico umano robusto e muscoloso con la testa di alce, ma con delle corna diverse, più corte e aguzze. Mi prese a forza per un braccio domandandogli se fosse lui il Diavolo, ma egli rispose di no, disse che la mia anima era così ignobile e di scarso valore da non meritare nemmeno un’udienza con lui. Forse non doveva essere poi così malvagio come raccontano tutti, forse era solo una specie di giustiziere che infliggeva alle anime dannate la giusta punizione per chi avesse condotto una vita allo sbando, senza principi ne morale. Mi rinchiuse in una cella e lì passai la prima notte all’inferno. Ricordo che non chiusi occhio, i condannati soffrivano e urlavano di continuo, urla insopportabili perfino per me che ero un sadico e a volte godevo nel vedere il tracollo del mio prossimo e nel suo fallimento. Dopo sei o sette ore, lo stesso individuo che mi aveva accolto bruscamente mi fece come da Cicerone in quel posto, mi dicevo “sto sognando, deve essere sicuramente un incubo”, e lui mi rispondeva che era la pura realtà. Mi condusse in una specie di mattatoio e mi mostrò come venivano tagliate le teste delle anime dannate. Due uomini robusti con la testa di cavallo tenevano ferma la vittima che si agitava esasperata sapendo a cosa andava in contro.
“Perché aveva paura di morire? Dopo tutto, siamo già all’inferno no?” Domandai io.
“Qui da noi non si muore una volta sola”, mi sentii rispondere. Poi mi riportò in cella.
Il giorno dopo, venne a riprendermi e mi portò nella camera delle torture, dove altri carnefici sotto forma di mostri si divertivano ad amputare le loro vittime, strappandogli gli occhi dalle orbite, le unghie delle mani e dei piedi o conficcandogli in testa dei chiodi arrugginiti.
Il giorno dopo ancora, la creatura mi condusse a vedere come le anime dei corrotti e dei violenti venivano arse vive su un gigantesco calderone pieno di lava incandescente dove le vittime erano calate poco a poco con estrema freddezza.
E così per tutta la settimana. Penso di aver visto cose di inumana concezione e brutalità, ma la curiosità era più forte di me. “Perché la mia sentenza non è ancora stata emessa? Quale fine farò fra queste che ho visto e perché mi hai mostrato tutto ciò?”, gli chiesi alla creatura.
Lui mi disse che non era ancora venuto il mio tempo, ma che sapeva già di che pasta ero fatto e che certamente sarei finito laggiù presto, e sarebbe stato lui in persona ad infliggermi una di quelle punizioni aberranti per il resto dell’eternità.
Mi svegliai dal coma e quando raccontai il fatto al mio strizza cervelli, lui mi riportò lentamente alla ragione, dopo diverse sedute di terapia, mi disse che probabilmente, tutto era stato frutto della mia mente che nel frattempo era rimasta al minimo delle sue attività, che ero stato sotto anestesia per un lungo periodo di tempo e che fare degli incubi del genere non era poi una novità, proprio come quelli che sognano il tunnel nell’aldilà e riescono a provare una sensazione di pace e di quiete trascendentale. Io sapevo di aver vissuto tutto il contrario, di aver assaggiato l’essenza della paura e del terrore stesso, ma alla fine proseguii per la mia vita e dopo qualche anno mi lasciai tutto alle spalle. Cercai di rigare dritto all’inizio, del resto ero ancora molto spaventato, ma poi gli amici, le uscite, ritornò tutto quasi come prima. Ero tornato alla vita e intendevo godermela più che potevo. Arrivato ai trent’anni, mi feci assumere in una agenzia di assicurazioni, le mie prodezze da squattrinato impenitente continuavano sotto altre forme, non più da ragazzino vandalo e teppista, ma da uomo in carriera che si dava alle notti brave e che truffava gli anziani con le polizze vita taroccate. Non mi ponevo problemi all’epoca, se ce ne fossero mai insorti, avrei lasciato immediatamente la città e via, verso nuove avventure. Poi fui avvicinato da cattive compagnie, losche amicizie che mi consigliarono di buttarmi in politica e fare i soldi facili, quelli veri. Quanta gente ho imbrogliato! Quanta gente ho truffato! Ho ingannato i miei elettori, facevo promesse mai portate a termine praticamente a chiunque, come un vero mastino senza guinzaglio, mi ero scatenato e più male facevo al prossimo più acquisivo popolarità ed ero temuto dai miei avversari. Ricordo che qualcuno che avevo raggirato anni prima quando ero nelle assicurazioni, mi aveva riconosciuto e aveva minacciato di creare scandali contro di me. Diedi l’ordine di farlo sparire dalla circolazione, senza esitare, senza pensare alle conseguenze.
Ho passato il resto della mia vita tra il lusso e il potere, ma adesso… adesso qualcosa m’inquieta. Sento puzza di carne bruciata attorno a me e tanfo di sangue bollente. Sento delle strane voci di notte, quando tutti dormono e sono il solo a sentirle in questa stanza insulsa e anonima.
Ormai l’ho capito, io che non ho mai creduto nell’aldilà, adesso mi vedo costretto a ricredermi. Presto finirò tra le lame di qualche mannaia e dovrò scontare la mia pena giù negli inferi. Forse è tardi per la redenzione, non dovevo drogarmi, non dovevo beffarmi della gente attorno a me. Sento la vita che mi abbandona sempre di più ad ogni ora che passa e prego Dio che mi salvi l’anima come il primo fra i credenti. Dov’è finita la mia spavalderia? Dove sono finiti i miei soldi? Non si può comprare la libertà dell’anima all’inferno, non c’è nessuno che io possa corrompere. E questa gente che parla a vanvera attorno a me, non capisce che sono solo in attesa, in attesa di prendere il treno per gli inferi.

La stanza è vuota adesso, l’ora delle visite è finita, c’è solo un compagno di stanza disteso sul suo letto alla mia destra, è piegato su un fianco e mi dà le spalle, credo si sia messo a dormire. Improvvisamente mi sento colto da u senso di solitudine inaudito. C’è un televisore spento di fronte a me, ma non vedo il mio riflesso sullo schermo, vedo solo una presenza, un essere con la testa di alce!

                                                                                  Gero Marino

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Lo strano caso di Madeline Taylor

Posted by on Mar 9, 2015 in Horror

George Town, isole Cayman.

In una notte tempestosa di un venerdì 17, Madeline Taylor sta per diventare ragazza madre nella sala parto dell’ospedale Cayman Island hospital. In realtà, è una delle ultime piogge della stagione in quanto l’inverno è ormai alle porte per lasciar spazio alla primavera e alle belle serate festose, una di quelle serate allegre, dove Madeline tra un bicchiere e l’altro lascia che un perfetto individuo, nella sala da ballo della disco più “in” dell’isola, la seduca con due parole e la porti nel più vicino cimitero abbandonato, il Dixie Cemetery per potersi approfittare sessualmente di lei. Il cimitero si affaccia sulla costa, la luna piena e il suono delle onde del mare, suggellano tra i due, un patto di sangue dai risvolti inaspettati.
Deve odiare all’infinito quella maledetta notte Madeline, mentre urla e si dimena per dare alla luce la piccola Viola, un nome preso a caso dritta dritta da una lapide su cui lei e il giovane impenitente hanno consumato il loro rito dai gusti a dir poco contestabili. La ragazza ha da poco compiuto ventitré anni e quella gravidanza ha segnato la fine delle sue “notti brave” da fotografa turista, in cerca del suo “io” in giro per il mondo. Così non gli resta che stabilirsi alle Cayman e svolgere il lavoro di cameriera presso un fast food accantonando la possibilità di laurearsi per riuscire ad allevare la piccola Viola, una bambina piuttosto taciturna, a detta della babysitter, con cui trascorre le sue serate tra le merendine e i colori che tiene in mano per disegnare le sue buffe opere d’arte.
All’età di nove anni, però, qualcosa cambia. Negli incubi notturni di Viola, sempre più frequenti, si manifestano dei de ja vous particolari e tuttavia sempre più ben definiti e descritti dalla bambina come ricordi vividi di una vita passata, dettagli che ogni giorno di più affiorano nella sua mente con dovizia di particolari che di tanto in tanto giungono al cospetto di Madeline, che presa dal lavoro e dalle faccende di tutti i giorni relega una superficiale considerazione, data la possibile immaginazione più o meno fervida che una bambina può celare dentro di sé. Sulla questione però non resta indifferente Amanda, anche se pagata pochi spiccioli l’ora, è per Viola l’amica più prossima non ché confidente referenziata. Quando Amanda, un giorno, spulcia gli ultimi disegni, nota l’assidua presenza raffigurante una casa in stile vittoriano di colore chiaro avente una porta d’ingresso di un rosso acceso con in mezzo una maniglia dorata.
<< Dove hai visto questa casa? >> Domanda Amanda alla fanciulla.
<< La vedo nei miei sogni… >> Spiega la piccola Viola << …è lì che abitavo prima! >> Sostiene.
<< Davvero? Ma io ti ho vista crescere qui, questa casa dove si trova? E’ forse la casa dei tuoi nonni, tesoro? >>
<< No no, questa è la mia prima casa, la mia vera casa e io presto ci voglio andare e ci andrò! >> Esclama tutta orgogliosa.
La ragazza, con scrupolo, racconta i dettagli a Madeline che gli confessa di non aver mai visto una casa simile in tutta la sua vita. Così, entrambi interrogano la bambina per scoprire cosa la tormentasse nelle notti insonni e capire se tutto ciò fosse scaturito da un brutto film visto in tv o da qualche altra spiegazione plausibile, ma più si inoltrano nella mente di Viola più questa si sente oppressa e desiderosa di andare in quella casa perché, a suo dire, è lì che abitava prima.
Dopo alcuni giorni, finalmente, Amanda scorge, in un disegno, la mappa di un’isola con dei chiari riferimenti, così accende il suo portatile e si mette a cercare, su internet, nei dintorni, un’isola che combaci con le descrizioni del disegno. Dopo una buona mezz’ora capisce che la località in questione esiste davvero, è Freeport! Una regione situata presso un’isola a nord est di Miami e grazie alle mappe satellitari e alle cartoline turistiche riesce a distinguere perfettamente la casa descritta così morbosamente dalla bambina. E’ una struttura situata a Fortune Beach, in una delle zone più desolate e poco frequentate. Viola smania per poter visitare quella località non appena ascolta Amanda raccontare della scoperta a sua madre, ma il vincolo del lavoro non consente a Madeline di allontanarsi dalla città, così con i pochi soldi che aveva messo da parte per i regali di natale ottenuti con le mance, decide di affidare ad Amanda il compito di soddisfare la curiosità di Viola e concedere ad entrambi, una gita, anche se non programmata.
I due corrono a fare i biglietti. Partenza prevista con il volo di domani.
Amanda porta con sé uno zaino abbastanza capiente per un pick-nick improvvisato costituito da vari snack, una torcia a manovella e un set trucco da viaggio. La bambina, salita in aereo, è a dir poco contenta e festosa e questo mette di buon umore la sua accompagnatrice.
<< Finalmente torno a casa, la mia vera casa! >> Urla felice Viola, che lascia stupita e incuriosita Amanda.
La giornata è perfetta e il comandante della Cayman Airways annuncia previsioni meteo stabili e augura ai suoi passeggeri un volo sereno.
Giunti all’aeroporto lo sportello della guida turistica locale li indirizza sopra l’autobus che li porterà direttamente nei pressi Fortune Beach.
Durante il tragitto Viola termina il suo ultimo disegno raffigurante la casa e l’immagine di lei con un grande sorriso. Il mezzo li lascia sul ciglio della statale, dove a fianco si dirama una strada di campagna che conduce alla loro destinazione. I due s’incamminano lungo il sentiero, ma a poco a poco il cielo si fa, inaspettatamente, sempre più cupo intimando un’incalzante acquazzone che minaccia di rovinare la gita.
Finalmente arrivano alla meta. Di fronte a loro un edificio color chiaro invecchiato, con evidenti segni di abbandono e fatiscenza. La porta d’ingresso è tale e quale al disegno realizzato più e più volte da Viola. Perfino quello appena creato in viaggio tenuto in mano dai due è la foto spiccicata di quella casa.
<< Viola, ora che finalmente siamo qui, vuoi dirmi dove hai visto questa casa? A prima vista sembra abbandonata, guarda quante erbacce ci sono in giro, non è che ti è capitata in mano una foto, una cartolina o una pubblicità di qualche asta di vendita alla tv? >> Le chiede la giovane donna.
<< Questa è casa mia ti dico, vieni entriamo. >> Insiste con decisione la fanciulla che adesso ha assunto il volto curioso e fremente sgranando gli occhietti azzurri.
Amanda bussa inutilmente la maniglia in finto oro laccato, ma non riceve risposta alcuna. Tutt’attorno, un silenzio macabro, una finestra rotta, ma nessun segno di vita, né tanto meno un cartello di avviso, niente. Niente che faccia pensare all’uso costituito da quell’immobile, se fosse appartenuta a una specifica utenza, come a due coniugi anziani o se fosse adibita come centro culturale, un ospizio o addirittura una casa per appuntamenti, niente. D’innanzi all’insistenza di Viola, Amanda gira la maniglia che sorprendentemente fa aprire la porta, ma solo di una decina di centimetri, quel tanto che basta per dare una piccola spallata e riuscire ad addentrarsi all’interno. L’ambiente è buio e fuori inizia a piovere, ma Viola è contenta perché finalmente è a casa! L’elettricità è assente, quindi Amanda posa il suo zaino a terra e si munisce di torcia, ma non fa in tempo a dare una carica che Viola gli sguscia via come un’anguilla dritta nel ventre oscuro della casa. Un passo davvero azzardato. Cosa spinge una bambina di nove anni a fiondarsi all’interno di una dimora sinistra e a lei sconosciuta? La sente urlare felice in corsa lungo i corridoi e le stanze che di certo Amanda non dovrebbe conoscere affatto!
La ragazza si mette immediatamente alla rincorsa di Viola vagando in lungo e in largo sopra i pavimenti di legno scricchiolanti, ma ben presto si ritrova nell’atrio vicino alla porta d’ingresso in piena oscurità dove si accorge che il suo zaino è sparito nel nulla! La babysitter comincia ad avere paura e urla alla bambina nel tentativo di capire dove si sia cacciata. Armata della sola torcia che ogni tanto si spegne e necessita di essere ricaricata a mano, decide di andare a vedere nello scantinato.
Tra un lampo e l’altro si accorge di sporadici disegni fatti lungo le pareti dei corridoi con il suo rossetto trafugato dalla bambina. La voce di Viola si ode sempre più forte man mano che scende le scale che conducono al piano sotterraneo allorquando, finalmente, intravede la sua esile sagoma nella penombra. Amanda gli illumina il volto con la torcia che inizia a lampeggiare, un volto chiaro, divertito, ma dallo sguardo vuoto, perso chissà dove, come quando le persone entrano in uno stato d’ipnosi.

<< Viola? Viola che fai lì al buio tutta sola? Vieni, andiamocene da qui! Questa casa mi dà i brividi! Viola? Non vuoi tornare dalla mamma? >>
<< La mamma non deve preoccuparsi, io ora sono a casa, a casa mia. Visto che non dicevo bugie? >> Risponde la bambina.
<< No tesoro, questa non è casa tua lo sai, perché insisti ancora con questa storia? >> Domanda la ragazza.
<< Perché è qui che sono morta la prima volta… >> si sentì rispondere <<…e adesso tu verrai con me! >>
Sulle guance di Viola compaiono improvvisamente due cicatrici e dalle labbra sgocciolano colate di sangue di un rosso intenso. La bambina trascina Amanda nell’oblio con un abbraccio mortale e di loro non vi rimane più traccia.
Madeline non scoprì mai che fine abbia fatto Amanda. Dopo le indagini della polizia non gli restò altro da fare che seppellire il corpicino ritrovato di sua figlia, a Dixie Cemetery, proprio là, dov’è sepolta un’altra Viola.

                                                                                             Gero Marino

 

 

 

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