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Le vie del mare sono infinite

Posted by on Ott 1, 2017 in Racconti brevi

Le vie del mare sono infinite

La storia dei coniugi Gallagher è così travagliata che meriterebbe di essere scritta in un libro, di quelli che raccontano incredibili intrecci di vite e situazioni, una storia per la quale solo il destino sembrava avere chiare le idee.

Entrambi provenienti da famiglie fervidamente cattoliche, Marcus e Melina sono cresciuti insieme, sin dal loro primo incontro nella parrocchia di Saint Mary, situata nella città di Trenton; come amici prima, scoprendo di essere innamorati l’uno dell’altra poi, fino a che le loro strade si sono divise per un certo periodo, durante gli anni trascorsi all’università.

Due anime affini benché diverse: lui dal carattere passionale, esigente e ambizioso, lei con l’indole dell’avventuriera dalla sete insaziabile di scoperta, ma anche compassionevole e mite. Col tempo scoprirono di avere tante cose in comune: l’incanto per il mare, lo studio di nuove culture e usanze in giro per il mondo, il senso dello stile e un certo dono per l’architettura.

Affascinato dagli imponenti grattacieli newyorkesi, Marcus maturò dedicandosi all’ingegneria, la sua fidanzata, invece, un paio d’anni più tardi scelse di studiare medicina, specializzandosi in ginecologia. Malgrado il lieve distacco di età di pochi anni, le differenze di carattere e un numero sempre crescente di amici, la loro fede, unita ai sentimenti sinceri, li teneva saldamente legati. Durante la consueta vita nella Grande Mela, il ragazzo coltivava il collezionismo e il baseball, la sua amata, al contrario, prediligeva le uscite con le amiche e il volontariato. Cavalcando quegli anni tranquilli, tutto sembrava andare secondo i loro progetti, che prevedevano, come tappa finale, la celebrazione di un matrimonio tra le mura di una chiesa cattolica.

Per chiunque potrebbe rivelarsi semplice perdere la via della ragione in qualsiasi momento, ma sono i giovani i bersagli più fragili, coloro i quali abboccano facilmente alle tentazioni da cui i peccatori sono soliti farsi ammaliare. Per questo motivo ci fu anche un tempo in cui Marcus non si negò qualche bottiglia di troppo, quando alla sua carriera da studente capitò di vacillare, e uno durante il quale Melina non seppe dire di no a uno dei suoi “migliori amici”, nel corso di una festa. Niente di irreparabile, tutto sommato, nessun vuoto che la lettura di un passo della Bibbia non potesse colmare, nessuno a parte uno: la perdita di un bambino. Avevano poco più di vent’anni, quando per sbaglio il giovane Gallagher mise incinta, per la prima e unica volta, la sua ragazza. Ma un aborto spontaneo, al secondo mese di gravidanza, fece luce su una grave malformazione che la ragazza accusava alle ovaie, un problema che in futuro si sarebbe rivelato la conseguenza di danni sia fisici che psicologici.

Dopo il matrimonio, poco più che trentenni e con i curriculum in continuo sviluppo, in molti si chiedevano perché la coppia non portasse a termine il passo più significativo di tutti: il concepimento della prole. La signora Gallagher, divenuta dottoressa e impiegata a tempo pieno presso il reparto di ginecologia e ostetricia al New York Hospital, aveva tenuto per sé, con un eccessivo senso di pudore, le problematiche condizioni del suo apparato riproduttivo, a parte il consulto chiesto a George Randall, primario della struttura, il quale, non solo non seppe trovare  alcuna soluzione per agevolare la fertilità della donna, ma ne segnalò oltremodo le pericolose ripercussioni che tale circostanza avrebbe potuto scatenare in futuro con l’avanzamento dell’età.

Melina ripose la sua salute nelle mani di Dio e optò per lasciare tutto così come la natura aveva deciso che fosse. Agli occhi di Randall, apparve come una contraddizione bella e buona, per una che aveva studiato medicina, e le sue scelte cominciavano a travalicare ogni logica.

Nel frattempo, Marcus aveva fatto carriera come capo ingegnere all’interno della Transet Corporation, una società di costruzioni che operava in tutto il mondo, dedita alla realizzazione di edifici e infrastrutture di ogni tipo, sia pubbliche che private.

Un giorno, al termine di una sfarzosa festa di matrimonio, amici e parenti si strinsero attorno alla coppia, nel tentativo di convincerli a tutti i costi ad affrontare una lunga vacanza, in cui impegnarsi a fabbricare un nuovo nascituro; molti dei presenti erano all’oscuro dei problemi della signora Gallagher, e le dicerie, i pettegolezzi, il passaparola sottovoce alle spalle della coppia, avevano fomentato inutili ipotesi di infertilità che infine sfociarono all’assurda colpevolezza imputabile a dei banali fattori di stress. Marcus e Melina si guardarono imbarazzati, sotto le incessanti proposte avanzate perfino dai loro diretti superiori. Nonostante la consapevolezza dei reali ostacoli, però, decisero in ultima istanza di prendersi addirittura un anno sabbatico, per girare in lungo e in largo il Mediterraneo. Gallagher tirò fuori anche la scusa di una finta crisi psicologica della moglie, una giustificazione che non si rivelò del tutto priva di fondamento. A volte, celati segni di depressione si palesavano sul volto rammaricato di Melina, un volto che non aveva mai incontrato la carezza di una piccola manina pallida e morbida nelle tenere fattezze di un pargolo tutto suo. Ma il destino aveva in serbo qualcosa che le avrebbe cambiato per sempre il corso della vita.

All’età di trentotto anni lui e trentacinque lei, i coniugi Gallagher si imbarcarono su un aereo diretto in Francia dove, al porto di Tolone, avrebbero noleggiato un’imponente barca a vela da usare per girare gran parte del Mediterraneo. La vela era una delle grandi passioni che più di tutte li accomunava; di norma, erano soliti noleggiare imbarcazioni solo nei week-end o al massimo per una settimana, da trascorrere alle porte dell’Atlantico, vicino alle coste statunitensi. Stavolta, avevano tutte le intenzioni di superare ogni limite e immaginazione, armati di macchina fotografica e una buona scorta alimentare. Volevano dimenticare per un bel po’ di tempo il traffico cittadino, lo smog, i taxi presi di corsa, i progetti da consegnare entro le date di scadenza dei contratti e le corsie degli ospedali colmi di barelle, neonati strillanti e mamme in preda al delirio, nel momento del parto.

Lasciandosi la primavera alle spalle, Marcus e Melina a solcarono i mari limpidi della Sardegna, scendendo sempre più a sud, nel basso ventre del vecchio continente. Gli scatti della loro reflex catturavano egregiamente le bellezze delle spiagge di Lampedusa colme di turisti, il fascino archeologico di Malta e il richiamo ai tempi mitologici dell’isola di Creta, collezionando, oltretutto, centinaia di tramonti che dipingevano il cielo di rosso e riflettevano i raggi del sole morente sugli enormi specchi d’acqua, tutti intorno all’imbarcazione. Le cornici mozzafiato offerte da quei luoghi intrisi di storia e misticismo, li spingevano sempre di più verso est, dove nel Pireo avrebbero calato gli ormeggi per la  destinazione finale: Atene.

La Grecia si rivelò un toccasana per lo stress che avevano accumulato marito e moglie. Le giornate passate a camminare per l’acropoli, le serate trascorse nelle vesti di turisti, vagando in mezzo ai negozi di souvenir, e le cene intime, al chiaro di luna, li aiutarono a fare il sunto delle loro vite, i traguardi raggiunti, i successi dovuti alle carriere, gli ostacoli, i buoni propositi e gli imprevisti.

Negli occhi di Melina, Marcus leggeva l’incolmabile vuoto che celava dentro il suo spirito di mamma mai affermata; negli sguardi incantati nel nulla, nel timbro della voce, durante la lettura di un passo del Vecchio Testamento, nel fissare imperterrita l’orizzonte del mare e poi di colpo il cielo, come una preghiera silenziosa recitata nella solitudine di donna, privata di un diritto sacro e legittimo. L’ingegnere aveva perfino avanzato l’ipotesi di un’adozione o di qualsiasi altra strada percorribile, affinché un giorno un piccolo cucciolo d’uomo arrivasse tra le braccia della donna che aveva sposato.

«Se Dio esiste, sarà Lui a mandarci un segno» gli rispondeva sempre, la sua consorte. «Sarà Lui a guidarci nella giusta direzione, come ha sempre fatto».

E le preghiere, che ogni notte recitava la donna tra le lenzuola, prima di addormentarsi, sembravano quasi trovare accoglimento in quello che i comuni fedeli sono soliti chiamare “la gloria del Signore”.

Era appena terminato settembre, quando i due irriducibili vacanzieri decisero di invertire la rotta e fare marcia indietro verso la Francia. Presero la saggia decisione di posticipare di una settimana il giorno in cui avrebbero ripreso la via del mare, poiché impetuose raffiche di vento spingevano verso di loro una consistente perturbazione che minacciava l’arrivo di pericolosi temporali.

Prima di prendere il largo verso sud, la barca a vela dei Gallagher fece un giro in mezzo all’arcipelago delle isole Egee, per permettere ai coniugi di fare altri fenomenali scatti da custodire come ricordi. All’improvviso, guardando in direzione nord, verso Mykonos, l’obiettivo della fotocamera di Melina scorse la sagoma di un’imbarcazione alla deriva, in balia delle correnti.

In un primo momento, il marito tentò di farla desistere dal voler prestare soccorso, sostenendo che probabilmente si trattava di un abbaglio creato dai giochi di luce nell’acqua, ma il sesto senso della dottoressa le suggerì, anzi, le impose di cambiare rotta e dirigersi in quella direzione.

La caparbietà della donna si rivelò propiziatoria, quasi come se una voce dentro di lei indicasse dove trovare il suo destino. A poche miglia nautiche di distanza, un gommone in pessimo stato galleggiava a malapena sopra il livello del mare. A bordo del relitto, c’erano solo un paio di cadaveri, tra cui una donna che teneva in grembo un bambino ancora in fasce.

L’immagine appariva sconcertante e drammatica, di fronte allo sguardo attonito dei Gallagher. Le condizioni in cui versava il natante portavano a credere che il gommone doveva trasportare, in realtà, molte altre persone, sicuramente profughi siriani, che dalla Turchia si erano avventurati per mare, nel tentativo di sfuggire alla guerra e cercare asilo politico in Europa. Tutte vittime che non sarebbero mai arrivate a vedere la terra ferma, a parte un bambino, poco più che neonato, che Melina aveva strappato dalle mani della donna priva di vita, assieme a un ciondolo rettangolare, dove erano incise alcune citazioni del Corano.

«Cosa diavolo credi di fare, Melina?» tuonò con voce autoritaria, il marito.

«L’ho visto muoversi!» gli rispose la moglie, intenta a praticare al bambino un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Pochi attimi dopo, la piccola creatura iniziò a respirare e a piangere con le poche forze che gli erano rimaste. Fu grande lo stupore da parte di entrambi che, senza esitare, si apprestarono immediatamente a somministrargli acqua dolce e, in seguito, latte e della frutta ridotta in purea.

Come per miracolo, il bambino si riprese, tornando cosciente quasi alla stessa maniera di un risveglio dopo un lungo sonno, offrendo alla vista della donna due grossi occhioni neri spalancati, in cerca di amorevole dolcezza. Peccato che a stringerlo non c’era la propria madre, ma una perfetta sconosciuta… una sconosciuta la quale non aspettava altro che un segno da parte di Dio e adesso aveva tutta l’aria di essere stata accontentata.

Il viso di lei era come avvolto da un’aurea colma di gloria e gioia incondizionata, di pace e di amore, di umana carità e profondo istinto di conservazione.

«Questo bambino è un dono del Signore!» esclamò Melina, mentre cullava affettuosamente il pargolo che aveva deciso di tenere per sé.

«Sei matta? Non possiamo tenerlo! Non sappiamo a chi appartiene, da dove viene!» continuava a blaterare il marito, confuso e impaurito dalle possibili conseguenze.

La coppia consumò diversi minuti a contemplare il destino che avrebbe dovuto sortire il piccolo orfano. Marcus era un tipo ragionevole e, nella sua logica razionale, propendeva per consegnare il piccolo alle autorità greche. La moglie, al contrario, desiderosa di colmare il proprio vuoto interiore, aveva già fatto la sua scelta, nel momento in cui i suoi occhi si erano posati sul piccolo superstite.

«Ho un amico in Turchia. Ti dico io cosa facciamo adesso» disse Melina con tono deciso, al suo compagno.

Marcus recepì il messaggio della moglie quasi senza opporre resistenza. In poche occasioni la signora Gallagher si era pronunciata con tale determinazione, e ogni sua decisione si era sempre rivelata la scelta più azzeccata in ambiti più disparati. Il profondo amore che provava nei confronti della sua sposa, infine, lo fece desistere da ogni contrarietà.

La verità era che lei aveva troppa sete di maternità e il suo cuore era colmo di speranze a tal punto, da provare a mettere il mondo sottosopra, pur di riuscire nel suo intento. Convinse il marito a fare rotta in Turchia, dove un collega conosciuto precedentemente in America, durante la specializzazione, le avrebbe offerto di sicuro il suo aiuto.

E così fecero. Sottoposero il bambino alle prime visite di rito, scoprendo che quello che stava per diventare a tutti gli effetti loro figlio, non soffriva di disturbi particolari. Solo il peso era da considerarsi fuori norma a causa della traversata e di chissà quali mancanze causate dalla guerra, ma il processo di reidratazione prestatogli in tempo, aveva già innescato dei miglioramenti al quadro generale dell’infante. Restava solo da risolvere il problema della burocrazia.

Dopo un paio di giorni di ricovero, il collega turco di Melina fece apparire, come per magia, un documento di nascita che attestava la genitorialità dei coniugi Gallagher e trasformava il bambino da profugo senza nome in primogenito prediletto, Jordan Gallagher.

Grazie alla pelle ambrata di Marcus e gli occhi scuri di Melina, nessuno avrebbe notato particolari differenze di etnia, inoltre, sia la coppia che il responsabile del reparto di ginecologia turco, promisero solennemente di non rivelare a nessuno il loro piccolo grande segreto.

Al ritorno in patria, organizzarono una allegra festa di ringraziamento, per mostrare tutta la loro gratitudine a quanti li avevano invogliati ad affrontare la vacanza nei mari del vecchio continente che, a parer loro, sarebbe stato di aiuto per il concepimento del nascituro. In questo modo, i Gallagher si ritrovarono tra le mani un ottimo pretesto che contribuì a fare la quadra del cerchio per tutta quella incredibile situazione, giustificando una lunga assenza e al tempo stesso, una gravidanza che, in realtà, non c’era mai stata.       

Col passare del tempo, Jordan cresceva e i due coniugi erano soliti inventare fantomatiche storie sui rispettivi alberi genealogici, come quando nelle feste di compleanno, Marcus raccontava delle probabili origini messicane dei suoi bisnonni e degli umili natali di Melina e dei suoi avi filippini, emigrati negli Stati Uniti un secolo prima. Tutte leggende che facevano sorridere gli invitati e distoglievano, per un attimo, l’attenzione dal colorito sempre più ambrato dell’erede dei Gallagher, diretto come una locomotiva veloce verso l’adolescenza.

Quando Jordan crebbe e terminò gli studi di ingegneria, seguendo le orme del proprio padre, ormai le dicerie e i sospetti a proposito delle sue origini erano acqua passata. Grazie al carattere intraprendente trasmessogli da Marcus e l’indulgenza infusagli da Melina, Jordan era al cento per cento il figlio indiscusso di una fra le tante famiglie bene di New York. Ma ciò che più contava era che il ragazzo aveva un futuro promettente all’interno della Transet Corporation e, sebbene si fosse fidanzato con una bellissima newyorkese, Linda, doveva accettare l’idea di sottrarre del tempo alla loro relazione per recarsi in giro per il mondo a supervisionare personalmente i progetti a cui dava vita tra le mura del suo ufficio.

Aveva conosciuto Linda in un giorno qualsiasi all’interno di una caffetteria. La sbadataggine della ragazza fu molto di aiuto per Jordan che, senza volerlo, se la ritrovò tra le braccia, prossima a una caduta accidentale e con la camicia sporca di caffè. Il giovane Gallagher l’aveva salvata da una pessima figura che l’avrebbe vista senz’altro con il volto spiaccicato sul pavimento, nel bel mezzo di un locale affollatissimo all’ora di pranzo, i ringraziamenti, i sorrisi spontanei e la buona educazione fecero il resto.

Linda era una fashion blogger impegnata a studiare recitazione. Sognava di arrivare in alto e di camminare, un giorno, sulla Walk of Fame di Hollywood, magari andando addirittura a vivere a Los Angeles, sotto il sole della California.

Malgrado quei discorsi così lontani dalla realtà rispetto al carattere pragmatico di Jordan, il ragazzo fu conquistato dai suoi grandi occhi celesti e dai lunghi capelli lisci biondo scuro, nei quali adorava perdersi durante gli abbracci e i momenti d’amore.

Da pochi anni, in Siria la guerra era cessata, come se decenni interminabili di preghiere fossero arrivati finalmente al destinatario supremo. Un’intera nazione necessitava della ricostruzione di infrastrutture pubbliche e private, una ghiotta occasione che la Transit non poteva certo farsi sfuggire.

Frotte di ingegneri, geometri, operai edili, gruisti e capicantiere, dovettero fare le valigie e trasferirsi in loco, dopo aver firmato contratti remunerativi, nell’impegno per il ripristino di ponti, autostrade, edifici governativi e ospedali.

Divenuto un pezzo grosso della multinazionale, ormai sulla soglia dei settant’anni, Marcus Gallagher incaricò suo figlio di dirigere i lavori di un nuovo resort, che stava sorgendo proprio alle porte di Damasco. Il progetto comprendeva alberghi a quattro stelle, una spa, un campo sportivo, una palestra, un paio di piscine, più altri ambienti dediti al relax e alla ristorazione.

Per Jordan, significava essere a capo di una delle più importanti opere in cantiere della sua carriera, dopo essersi fatto le ossa in India, Brasile, Australia, e aspettando di dare il meglio negli Emirati Arabi, in cui scorrevano fiumi di denaro e i progetti si preannunciavano più che ambiziosi.

Ad accoglierlo all’aeroporto, Amid Madani, un maturo imprenditore dall’aria vissuta ma dai modi gentili, impaziente di andare in pensione e ritirarsi a vita privata.

Nonostante il primo impatto, di fronte a un inglese parlato in modo incerto, i due strinsero ben presto un rapporto di fiducia e collaborazione, a tal punto che Amid gli raccontò a lungo perfino dei suoi affari personali e di altri argomenti intimi. Narrò della guerra, degli anni passati a patire la fame, sperando in un futuro di pace. Gli parlò a lungo della giovane moglie dispersa e mai più ritrovata, che aveva dato alla luce il suo primogenito, anch’egli perduto a causa degli orrori delle bombe sganciate sul suo paese e dei proiettili vaganti a ogni ora del giorno e della notte, per le vie della città. Ma la vita continuava e confessò di essere riuscito a sopravvivere grazie ad Allah, che gli aveva donato l’arrivo di una nuova famiglia, verso la fine del conflitto, e quindi l’unione con la  seconda moglie, che aveva concepito due meravigliose figlie femmine. D’altro canto, Jordan scoprì di provare una certa empatia nei confronti del suo cliente. I pranzi e le cene di lavoro si aprivano formalmente con i progetti srotolati su un tavolo e finivano sempre con chiacchierate amichevoli e un paio di drink.

L’avanzamento dei lavori a Damasco imponeva la permanenza del giovane Gallagher per almeno un paio d’anni, con in mezzo le dovute pause per il ritorno negli Stati Uniti, sotto l’ansia legittima di Melina, sempre più in là con gli anni e piena di acciacchi, e le continue videochiamate di Linda, la ragazza per la quale provava un amore indescrivibile e che non vedeva l’ora di sposare.

Un caldo giorno di fine giugno, mentre Jordan e Amid assistevano alla posa del pavimento da un ponteggio, all’altezza del secondo piano, un cedimento causò il crollo della struttura tubolare ed entrambi finirono ricoverati in ospedale. Gallagher si ruppe una spalla e una gamba, Madani, invece, rischiò di rimanere sulla sedia a rotelle a tempo indeterminato, per colpa di una lesione alla spina dorsale. La pericolosa condizione, dovuta anche all’aggravio dell’anemia plastica di cui soffriva l’imprenditore siriano, esigeva al più presto un trapianto di midollo osseo. Straordinariamente, dai risultati delle analisi si evinse che i due condividevano lo stesso gruppo sanguigno e il medesimo marchio genetico HLA. I donatori più prossimi di Amid erano per natura le sue figlie, che trovandosi all’estero per motivi di studio proprio in quella occasione, non avrebbero fatto in tempo a raggiungerlo per aiutarlo.

Jordan non esitò un istante a offrirsi volontario, sebbene conoscesse l’uomo soltanto da pochi mesi.

In quel clima di drammatica emergenza, alcune curiose coincidenze apparivano sempre più evidenti quanto incredibili, specie quando Jordan, durante la convalescenza, si ritrovò a frugare tra i documenti di Amid, attirato dalle fotografie delle sue due figlie. Tra le fototessere delle ragazze e della moglie ne spiccava una in bianco e nero che ritraeva il siriano in giovane età. Nel ritratto, l’uomo gli somigliava parecchio, sembrava avere i suoi stessi connotati, e quella voglia alla base del collo identica alla sua, anche se collocata sul lato opposto e intravista grazie ai due letti affiancati nella stessa camera, gli fece sorgere dei seri dubbi.

Possibile che avesse così tanti elementi in comune con quell’uomo che, prima di allora, non aveva mai visto né conosciuto in vita sua? Da quale terribile segreto lo avevano tenuto all’oscuro i suoi genitori?

Dopo la convalescenza all’ospedale di Damasco, Jordan dovette rientrare in patria per salutare la madre in punto di morte. Negli ultimi anni, il suo stato di salute si era aggravato sempre di più. Il problema inizialmente scaturito dalle ovaie si era ormai diffuso, sotto forma di tumore, in tutto il  resto dell’addome di Melina, la quale, prima di chiudere gli occhi per sempre, aveva preso il coraggio a due mani, decidendo di rivelare tutta la verità sulle origini di suo figlio Jordan.

«Devi sapere che tu non sei veramente nostro figlio, Jordan» disse la donna indebolita, d’innanzi alla presenza di Marcus che, vicino a una finestra, teneva il viso rivolto a terra, quasi a voler nascondere un senso di imbarazzo, che rasentava perfino la vergogna. «Ti abbiamo aiutato a scampare da una morte certa, la stessa che adesso reclama la mia vita, ma non potevo attraversare i cancelli del paradiso con il rimorso di questa menzogna, che ho perpetrato ormai per più di trent’anni» disse Melina, con una voce flebile, adagiata sul suo letto, aspettando l’ora in cui sarebbe spirata.

«Sì, mamma» rispose Jordan, «ho scoperto da poco che qualcosa non quadrava. Ho incontrato un uomo che potrebbe avere all’incirca l’età del mio vero padre. Tu… ne sai qualcosa? Lo conosci?» le chiese, spalancando gli occhi.

La madre gli rivelò soltanto che, al momento del suo ritrovamento, la donna che lo teneva in braccio stringeva quel particolare ciondolo di manifattura araba, adesso custodito gelosamente tra i preziosi, in un cassetto della camera da letto. Jordan lo recuperò e lo ripose in tasca, conscio che in qualche modo gli sarebbe tornato utile.

Rimase a New York circa un mese, il tempo necessario per assistere ai funerali di Melina ed elaborare il lutto. Il padre adottivo gli raccontò ogni particolare di quel viaggio nel Mediterraneo, della sterilità della moglie, del certificato falso e tutto il resto. Il ragazzo si sentì smarrito nell’apprendere quelle cronache; ma non portava rancore, non provava una plausibile rabbia dovuta alla menzogna. Era chiaro che la coppia non aveva fatto altro che strapparlo alla morte, assicurandogli un invidiabile futuro, e per questo Jordan era consapevole di non poterli ringraziare abbastanza.

Ben presto arrivò il momento di rimettersi a lavoro e riprendere in mano la propria carriera. Questo significava, soprattutto, avere la possibilità di fare luce sulle proprie origini.

Quando la notizia arrivò alle orecchie di Linda, la ragazza scoppiò in lacrime. Non voleva assolutamente che il suo promesso sposo partisse nuovamente per la Siria, temeva che scoprire la verità sul suo passato lo avrebbe allontanato da lei in maniera irreversibile. Tuttavia, il suo amato non poteva sottrarsi ai suoi doveri, non poteva porre fine ai giochi che il destino aveva orchestrato per lui, anche se le rivelazioni sarebbero state sconvolgenti, sentiva che quella era la strada che doveva assolutamente seguire, incoraggiato dalla voce della madre che gli rimbombava in testa: “Segui il tuo cuore, Dio ti darà la risposta”.

 

Giunto a Damasco, mostrò il ciondolo di Melina a colui che era quasi certo fosse suo padre biologico. Alla vista di quell’oggetto, l’uomo ebbe un mancamento, poi scoppiò a piangere. Quel cimelio apparteneva a Raya, la sua prima giovane moglie, colei che aveva dato Jordan alla luce. Il giovane ingegnere lo aiutò a riprendersi, chiedendo quale fosse in realtà la sua vera identità.

Yamir era il nome che avevano scelto per lui, Amid gli raccontò che avevano aspettato invano la fine della guerra. Pregarono a lungo e con vigore Allah ogni sera, finché scappare non si rivelò l’unica via di salvezza. All’epoca, l’imprenditore siriano non aveva abbastanza soldi per fuggire, così prese l’amara decisione di mettere in salvo solo il resto della sua famiglia. Quando Jordan gli confidò di essere stato trovato in un gommone, in mezzo ai cadaveri, Amid capì con certezza che non avrebbe più rivisto la donna di cui si era originariamente innamorato, ma in compenso il fato gli aveva restituito il figlio che ormai era diventato un uomo.

Per fugare ogni dubbio, ricorsero al test del DNA, che mise definitivamente la parola fine a quell’incredibile scherzo del destino. I due si abbracciarono forte e si raccontarono, a cuore aperto, ogni dettaglio delle proprie vite, attraverso fiumi di parole, bruciando il tempo di interi pomeriggi passati insieme.

Amid, infine, propose al figlio ritrovato, che gli aveva salvato la vita, di entrare a far parte della sua attività imprenditoriale, date le indiscusse qualità organizzative di ingegnere e per il fatto che le sorellastre non avrebbero mai calcato le sue orme come affariste. Jordan rispose che la sua vita era in America, ma che di tanto in tanto sarebbe tornato a Damasco per stare con la nuova famiglia.

La guerra aveva separato il piccolo Yamir da suo padre, la pace e la ricostruzione glielo avevano fatto ritrovare.

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La demoniaca presenza in via Cesare

Posted by on Mag 17, 2017 in Horror, Racconti brevi

La demoniaca presenza in via Cesare

Ad essere sinceri Bernadette non era quello che si potrebbe definire comunemente una ragazza carina o piacente, la natura non era stata del tutto generosa con lei, tuttavia non si poteva nemmeno definire brutta nel senso completo del termine, aveva solo quell’aspetto un po’ scialbo e sciatto che di solito spinge questo tipo di persone a intraprendere percorsi di vita piuttosto alternativi, per esempio andando a fare volontariato in Africa, dove laggiù solitamente nessuno (o quasi) li giudica per l’aspetto, ma al contrario sono ben visti per il loro buon cuore, perpetrando una carriera da infermieri oppure scegliendo di andare a vivere negli istituti religiosi assieme ad altre giovani dai lineamenti poco soavi e aggraziati.

Per riuscire a mescolarsi tra la gente senza essere malvista più del necessario o notata in malo modo, ricorreva ad un uso spropositato di make-up davvero pesante, non solo per la quantità del fondotinta e dei correttori che adoperava per coprire la maggior parte dei suoi difetti e addolcire le proporzioni pronunciate del suo naso, quanto per lo stress di doverlo fare ogni maledetto giorno quando si svegliava e le toccava di guardarsi allo specchio. Malgrado queste premesse superficiali, spietate e condannabili da qualsiasi tribunale del buon senso, c’è da dire che questo era solo uno degli aspetti che faceva di Bernadette, Bernadette. Una ragazza di ventitré anni alta un metro e cinquantanove, con i capelli scuri perennemente arruffati, i quali esigevano di essere piastrati dopo ogni lavaggio, e le gambe lievemente storte in dentro dai polpacci poco slanciati. Stava passando uno dei tanti periodi difficili per il quale qualsiasi altra coetanea può essere costretta ad attraversare, niente, comunque, che un tocco di chirurgia plastica e qualche anno di palestra non sarebbe stato in grado di trasformare un piccolo anatroccolo nero in un grazioso cigno bianco. Lei aveva qualcosa di più, un carattere forte e una spiccata propensione all’avventura. Per questo studiava storia antica ed era appassionata di archeologia: voleva girare il mondo, capire chi e quando si fosse messo a calpestare i sentieri della terra prima di lei, fare scoperte degne di entrare nella storia e riuscire a riscattarsi socialmente in qualche modo. Un’altra ragazza nei suoi panni, avrebbe passato metà della sua esistenza a piangersi addosso, maledicendo Dio e scaricando le sue frustrazioni sui propri genitori, perché l’avevano creata così particolarmente riluttante, a suo dire. Bernadette invece, aveva cose più importanti da fare. Decise di partecipare a una specie di erasmus particolare, dalla fredda e grigia periferia della Francia settentrionale, si convinse di passare almeno un paio d’anni in Italia, visitando le rovine dell’antica Roma, le necropoli di Pompei a Napoli, le catacombe sotterranee di Palermo, i borghi medievali toscani e finendo la sua avventura italiana a Milano, l’ultima città in cui vivere un paio di mesi prima di salutare il bel paese.

Aveva preso in affitto un appartamento grande ben cinquecento metri quadri al quinto e ultimo piano di un vecchio edificio sito in via Cesare, in una zona periferica a nord est non molto distante dal quartiere della città studi; un posto perfetto per una giovane come lei, dove nelle vicinanze avrebbe potuto usufruire di biblioteche, fastfood, internet point e quant’altro. La scelta ricaduta su quella casa fu davvero insolita: uno spazio così enorme che i piani sottostanti erano divisi in tre appartamenti per ogni elevazione. Malgrado lo spirito ingenuo ma avventuroso della ragazza francese, Bernadette non mancò di porsi alcune domande fondamentali: come fa una casa così grande situata in una città cosmopolita, capitale della moda ed epicentro di tante attività mondane, a trovarsi sfitta e resa disponibile a ricevere studenti e affittuari a basso costo? Ogni altro essere umano sano di mente l’avrebbe evitata nel momento in cui, chiedendo in giro, si sarebbe sentito rispondere che quel perimetro, appena al di sotto del tetto, era in realtà oggetto di racconti e leggende che narravano fatti inquietanti di persone che avevano sperimentato orrori indicibili, provato paure inconfessabili e visto con i propri occhi il male assoluto. L’incaricato dell’agenzia immobiliare se ne uscì quasi senza nascondere quelle sinistre indiscrezioni, dichiarando di non aver mai visto niente di strano ogni qualvolta si fosse recato ad aprire la porta di quell’appartamento sito in via Cesare per mostrarlo ai potenziali affittuari. E visto che le sensazioni decisamente negative provocate da chiunque ci mettesse piede (a parte lui, anche se non vi è alcuna certezza) non riuscivano mai a far concludere alcun contratto di locazione, negli ultimi anni. L’agenzia si era detta disposta ad ospitare giovani studenti forestieri proprio per dare a vedere che la casa era serenamente abitabile senza intoppi di strana natura. In effetti gli annunci distribuiti sui siti internet dedicati e sui volantini fatti pervenire tra gli istituti scolastici più importanti, recavano la specifica dicitura: “si offre soggiorno di breve durata a studenti europei a prezzi simbolici”, peccato che tutte le visite effettuate da parte degli studenti finiva sempre con un nulla di fatto. Bernadette invece, non diede troppo peso a quelle dicerie, anzi, attratta dalla curiosità di provare nuove eccitanti avventure sembrava che avesse trovato la dimora giusta per il suo soggiorno temporaneo a Milano. Forse perché era davvero ingenua, forse perché, in cuor suo, si riteneva ella stessa un obbrobrio di femmina. Ma gli orrori hanno tante sfaccettature e possono essere di svariata natura, chiunque decida di sfidare il mondo dell’irreale, dell’occulto e di ciò che scientificamente non può essere spiegato, non è da ritenersi coraggioso, bensì insano di mente o quantomeno incosciente. Chi può saperlo? Magari Bernadette non escludeva del tutto l’ipotesi di imbattersi faccia a faccia con un fantasma e morire a causa di un infarto, magari ci sperava; una soluzione semplice ma efficace, una risposta fatalmente empirica a tutte le sue incognite, una fine che le avrebbe alleviato certe sofferenze di natura psicologica, offrendole un’uscita di scena degna di essere raccontata sulle principali testate nazionali, attraverso articoli di cronaca incentrati sul mondo del paranormale. Un azzardo insomma, una curiosità che avrebbe potuto soddisfare a caro prezzo che più avanti scoprì di dover pagare senza sconti, quasi ci fosse un sistema antitaccheggio ad aspettarla all’uscita.

La casa le apparve per com’era, sempre pronta a ricevere le sue vittime in una maniera banale e insignificante: mobili e suppellettili avvolti da lenzuola bianche a sua volta ricoperti da uno strato considerevole di polvere, persiane sprangate quasi fosse un rifugio antiatomico (in verità l’incaricato aveva paura più delle deiezioni prodotte dai piccioni più che degli spettri che si raccontava aleggiassero lassù), un odore acre di rinchiuso e un buio spettrale vinto soltanto da un ristretto numero di lampadine che si animavano singolarmente, una per ogni lampadario i quali ne potevano ospitare almeno otto ciascuno. Ci sarebbe voluto un lavoro d’inferno per riportare quel posto in uno stato quantomeno vivibile, senza che un taglio accidentale non riuscisse a provocare gravi infezioni a chiunque si fosse intrattenuto per sperimentare brividi orrorifici.

Quel breve soggiorno in via Cesare Bernadette non l’avrebbe mai più dimenticato, tuttavia era ancora a distanza di sicurezza, in un limite spaziotemporale utile a cambiare idea, prima di varcare la soglia del male, prima di non poter tornare più indietro da un viaggio interiore che l’avrebbe segnata per sempre.

Nessuno sa perché gli spiriti si comportino in determinate maniere e in determinate circostanze. É come se stessero quieti ad aspettare l’arrivo di un mortale, pronti a scatenare tutta la loro ira e frustrazione perché niente di quello che avrebbero potuto fare quand’erano in vita è stato fatto, e il tempo che adesso per loro era vitale e necessario gli è stato sottratto, a scapito di una prigionia solitaria circoscritta in uno spazio alieno, lugubre e malinconico.

Bernadette aveva preso a salire e scendere le scale per dare una ripulita e riempire il fondo di un paio di stipetti in cucina con del cibo in scatola, sotto le risate di scherno protratte da altre studentesse, stazionanti sui pianerottoli del terzo e quarto piano con cui si era imbattuta in più di un’occasione. Non aveva ancora fatto conoscenza con nessuna di loro e ogni volta che le incontrava non riusciva a capire se stessero ridendo per il suo aspetto, da sempre oggetto di critiche, o se c’entrassero qualcosa con il fatto che la casa fosse infestata. Probabilmente si aspettavano di vederla scappare da un momento all’altro a causa di una manifestazione paranormale, però tutto ancora sembrava filare liscio come l’olio.

Chi era lo spettro che abitava dentro quelle mura? Era un fantasma? Era un demone? E se vi dimoravano molteplici entità, anziché uno soltanto? Gli spiriti sono esseri strani e indefiniti, possono avere accesso a percezioni che noi mortali non riusciamo a captare, possono serbare nei nostri confronti invidie e bramosie per tutto quanto loro non sono più in grado di provare: i piaceri della carne, la gioia dei sensi, l’allegria della convivialità, il confronto con gli altri, l’amore degli altri; tante sfere dell’animo umano da cui di colpo sono stati preclusi, come vittime di una spietata condanna eterna in una o più dimensioni le quali non fanno altro che flagellarli e attizzarli contro i viventi. E aspettano anni come fossero minuti, secondi, in attesa di esserci ancora, di far vedere che, in qualche maniera, essi esistono e fanno cose, molte delle quali, troppo spiacevoli. Più i vivi  s’intestardiscono a permanere in un luogo infestato, più questi acquisiscono vigore, sottraendo agli sfortunati inquilini le energie per inveirgli contro.

Bernadette fu informata solamente una settimana dopo che in quella casa era morta l’ultima proprietaria e Dio solo sapeva per chissà quali cause. L’appartamento era in attesa che un erede apparisse[i] per reclamarne il diritto di successione, ma questi ancora tardava a palesarsi. Eppure, visto dal di fuori, quello stabile eretto tra la fine dell’ottocento e inizio novecento, sembrava così consueto e perfettamente inglobato in mezzo a tutto il guazzabuglio di edifici che andavano dal barocco al moderno, senza tante accortezze prese da chi da sempre si sarebbe dovuto fare carico di sorvegliare che il piano regolatore milanese fosse rispettato scrupolosamente. Una cosa è certa: ciò che decade dev’essere soppiantato e i palazzi più antichi della città cominciavano a stridere con lo stile architettonico nei nuovi centri urbani e le strutture di moderna concezione che andavano via via mutando la natura stilistica di quell’universo cementificato.

L’amministratore condominiale era una donna attenta e zelante, teneva davvero a mantenere l’anima arcaica della palazzina di via Cesare, se anche un solo citofono o una cassetta delle lettere necessitava di essere sostituita, doveva essere cambiata in una dallo stile congruo a quello generale dello stabile. Scrutandolo da lontano, Bernadette aveva espresso in viso una leggera smorfia, frutto del suo scetticismo interiore riguardo alle dicerie sulle manifestazioni causate da presunti poltergeist, con quelle facciate grigio scuro dalle quali spiccavano vistosi timpani e stucchi bianchi che impreziosivano i robusti balconi, adornati da appariscenti balaustre e il recinto tutto attorno circoscritto dalle inferriate di ferro battuto, così come lo stesso cancelletto che ne limitava gli accessi agli estranei.

Numerosi erano i fregi, in effetti, che ne impreziosivano l’estetica complessiva, sia fuori che dentro. La casa in questione era ancora arredata secondo gusti antichi che rimandavano ai tempi remoti delle sfarzose feste, le quali avevano saputo intrattenere, in più occasioni, numerose famiglie borghesi lombarde.

Della scala interna, invece, non si poteva dire lo stesso: al quanto trascurata dai condomini che sfiancati dai ripetuti sfregi provocati dalla mano degli studenti succedutisi di anno in anno, specie tra il terzo e il quarto piano, avevano deciso di rinunciare all’ennesima tinteggiatura delle pareti.

Una settimana e mezzo dopo, cominciarono le stranezze e gli avvisi; niente male per uno spettro di quella reputazione, che avesse perfino un tocco di magnanimità? Cominciò a farsi avanti lasciando messaggi sul telefono e sul portatile di Bernadette, scrivendo sempre lo stesso messaggio: “vattene via… vattene via da casa mia!” Un’affermazione che non lasciava spazio ad alcun tipo di fraintendimento, peccato che alla ragazza, in prima istanza, parve soltanto un mero scherzo perpetrato da un estraneo qualunque, di quelli in carne e ossa. Proprio in quei giorni si era imbattuta in un barbone che era solito vivacchiare nei pressi del centro studi, e anch’egli era stato piuttosto eloquente nel suggerirle di stare lontano da quella casa. In verità, erano in molti a sapere della maledizione di via Cesare, la stragrande maggioranza dei cittadini milanesi. I ragazzini si aggiravano nei dintorni per riuscire a intravedere ombre aliene a distanza di sicurezza. Più di una volta, sedicenti squadre di cosiddetti “acchiappafantasmi” dall’aspetto più da disoccupati in cerca di ventura che da professionisti, avevano disturbato l’incaricato dell’agenzia immobiliare affinché aprisse loro le porte dell’inferno, riconsegnando il giorno dopo il mazzo di chiavi maledetto, facendolo penzolare dalle mani tremolanti che avevano conosciuto il vero significato della parola orrore. Lei, la casa, poteva essere una porta interdimensionale, e chissà cosa celava da qualche strano pertugio o da dietro un quadro o da un buco creato dai roditori. Non sera possibile escludere che, in realtà, fosse il centro di un fulcro gravitazionale che attraeva gli spiriti maligni di tutto il mondo, oppure l’origine stesso dell’abominio umano e dell’odio che infine si propagava di corpo in corpo in ognuno di quegli uomini, ai quali capitava di commettere efferati omicidi e atti depravati, a scapito di altri simili innocenti; nessuno sapeva la natura intrinseca di ciò che abitava l’interno di quelle stanze grandi e lugubre, come l’abisso stesso dell’inferno che risiede sotto la crosta terrestre e oltre, nel cuore pulsante del pianeta Terra. Sono dimensioni sconosciute ai viventi, a pensarci bene, e fin quando questi orrori non si osservano con i propri occhi, è difficile credere che qualcosa di immateriale e, allo stesso tempo, coesistente giace nei meandri del tessuto spaziotemporale, oltre la materia, oltre la razionalità umana. Bernadette avrebbe presto sperimentato da sola quelle strambe teorie, rischiando la pazzia, rischiando di non essere creduta e finire internata in qualche struttura sanitaria per malati mentali.

Due settimane dopo i messaggi mutarono forma.

Non più di natura digitale, bensì ora apparivano in mezzo alle superfici ancora ricoperte di polvere, come se qualcuno giocasse con le dita, lasciando messaggi inquietanti in giro per la casa, sempre gli stessi: “vattene via… vattene via da casa mia!”, ma la giovane francese irrequieta stentava a recepire il messaggio. Ancora una volta era pronta a scommettere che una spiegazione terrena era possibile, ma più si convinceva di questo, più provocava negativamente lo spirito padrone dell’appartamento.

É necessario precisare che Bernadette iniziò presto ad avere incubi, la notte, il fantasma gli entrava in sogno distorcendo i suoi sogni ricorrenti, insinuandosi nella sua psiche, nei processi sinaptici degli emisferi cerebrali, compromettendone la normale comunicazione e, di conseguenza, provocandole disturbi del sonno, della respirazione, il controllo dei muscoli e degli organi vitali. Quella presenza maligna sapeva come sbarazzarsi in breve tempo degli ospiti indesiderati e ogni mossa, ogni manifestazione sotto forma di ombre, visioni, rumori molesti e mormorii feroci, si svolgevano sempre alle 3.33, nel cuore delle tenebre notturne, sempre più incalzante sempre più asfissiante, fino a quando la giovane studentessa non iniziò a vedere oggetti muoversi da soli, quadri cadere sul pavimento, udire risate diaboliche, proprio quando ogni rumore condominiale sembrava assopirsi e l’intera città, sprofondare nel sonno più intenso.

La terza settimana fu quella decisiva, nessuno sarebbe andato oltre le due settimane. Bernadette era cocciuta e aveva l’insano cruccio di voler vedere con i propri occhi qualcosa più brutta di lei, qualcosa che forse l’avrebbe spinta a cambiare il proprio atteggiamento e la sua visione globale della vita. Aveva finito di fare lo shampoo, quell’ultima traumatica sera passata al quinto piano di via Cesare, e si stava accingendo ad asciugare i suoi capelli ribelli. Pensò bene, quindi, di usare l’asciuga capelli per spannare lo specchio del bagno e quando un grosso cerchio sempre più vasto aveva reso nitida ogni immagine riflettente, vide al suo interno una creatura mostruosa, proprio a un passo dietro le sue spalle. Un essere viscido e scuro molto più alto di lei, dalla corazza luccicante e dura, simile a quella di un gigantesco crostaceo, provvisto di denti aguzzi e zanne pronunciate, dalle quali sgorgava una bava repellente di colore violaceo, un essere abominevole e alieno mai visto in nessuna enciclopedia appartenente alla natura terrestre conosciuta, né mai lontanamente concepita in tutta la storia del vasto immaginario creato dagli artisti dell’horror. E non fu una visione fulminea catturata con la coda dell’occhio, in un istante fugace per il quale Bernadette l’avrebbe potuto scambiare per una allucinazione o un attimo di sbandamento, di manchevolezza. Quel mostro era proprio lì, dietro di lei, che nell’immediato le aveva afferrato il morbido collo glabro con i suoi artigli giganti neri provvisti di chele raccapriccianti, pronti a commettere atti efferati degni dei più singolari racconti delle notti delle streghe. Aveva tre occhi dissimili da qualunque tipo di animale più orripilante e minaccioso che avesse mai solcato le terre emerse, in mezzo alle giungle più fitte o nuotato fra gli abissi più insidiosi e profondi degli oceani; neri, abnormi, pregni di odio viscerale. La ragazza francese svenne pochi istanti dopo essersi dimenata a lungo, a causa di un principio di soffocamento del quale, in seguito, i medici non riuscirono a dare una spiegazione razionale.

Ricorda soltanto di essersi risvegliata ventiquattro ore dopo con tutti gli orifizi grondanti di ogni tipo di liquido fisiologico possibile e immaginabile. Malgrado lo spavento inaudito, aveva tentato coraggiosamente di fare un ultimo bagno, prima di lasciare per sempre quella casa origine di mali ancestrali e presenze demoniache, ma proprio in fondo alla vasca aveva ulteriormente rischiato di morire, stavolta per annegamento.

Il giorno dopo, raccontò ai dottori che per pochi interminabili secondi non era più stata padrona delle sue articolazioni e che le sue stesse braccia avevano tentato, in più occasioni, di soffocarla in qualunque maniera. Fu un miracolo per lei riuscire a lasciare l’appartamento maledetto di via Cesare in piena notte, urlando fino allo sfinimento, fino a sfiorare la pazzia, aspettando che un’ambulanza venisse in suo soccorso, alle 3.33 di notte. Le ragazze che abitavano sotto di lei, le quali in prima istanza l’avevano riempita di risate e commenti indegni, si erano affacciate dai balconi esprimendo sconcerto e sgomento, nel vedere Bernadette attorcigliarsi su se stessa, stesa sull’asfalto in mezzo alla strada, pronta ad essere falciata dal primo veicolo che fosse sopraggiunto sfrecciando ad alta velocità. Per fortuna la signora Badou, un’anziana di colore che occupava uno degli appartamenti del primo piano, si era precipitata per tempo a scansare i veicoli, gesticolando con le braccia alzate e le mani tese. Quella terrificante esperienza contribuì ancor di più ad incrementare le strane leggende che aleggiavano sulla casa sita in via Cesare, a Milano.

Bernadette, dopo la riabilitazione, sotto le appropriate cure psicologiche del caso, decise di dedicare il resto della sua vita dando spazio a una spropositata, quasi abnorme, vocazione per la figura di Dio e suo figlio Gesù; diventò monaca di clausura e passò gran parte del suo tempo pregando con lo sguardo assente, in un monastero francese, lontano dalle tentazioni sociali e dai pericoli del male, insito nei posti apparentemente più banali dell’emisfero di ciò che noi comuni mortali crediamo essere la vera realtà.

I genitori della ragazza maledirono la città italiana, maledirono il giorno che Bernadette fece le valigie per andare a visitarla e l’aereo che l’accompagnò. Maledirono soprattutto quanto di aberrante esistesse in quello specifico perimetro sulla sommità di quel palazzo, per aver sottratto l’ultimo barlume di gioia che alimentava le speranze e l’anima della loro figlia.

All’incaricato della società immobiliare, toccò a malincuore chiudere con svariate mandate la serratura dell’imponente porta di quella casa maledetta. Vi fece ritorno per l’ennesima volta convinto, secondo i tragici accadimenti, di ritenere necessario svolgere una sostanziosa sessione di pulizie aberranti. Stupito, si trovò a sgranare gli occhi, aveva trovato la casa in ordine come al solito, con i mobili coperti dalle lenzuola bianche e con la medesima quantità di polvere di sempre.      

 

                          

[i] Filippo Malandra protagonista del romanzo L’eredità di Malandra opera da cui deriva questo breve spin-off.

Disponibile QUI

 

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L’IMPERMEABILE

Posted by on Feb 16, 2017 in Racconti brevi

L’IMPERMEABILE

La certezza è una cosa che lascio agli ignoranti, ossia la maggior parte degli uomini e delle donne che popolano quest’angolo di pianeta. Non lo so se li incontro tutti io, se ho una calamita che li attira o se è solo una coincidenza, so soltanto che chi ha un briciolo di intelletto normalmente è pieno di dubbi e non di certezze. Di una cosa, però, sono sicuro: essere ricchi alla fine stanca. Incredibile, vero? Non è una stanchezza fisica, quello di cui sto parlando, tipo qualcosa che non puoi sostenere e che ti spinge a mollare tutto, ormai senza i miei soldi non saprei più vivere. Diciamo che è più una stanchezza fatta di routine, di cose già viste, posti frequentati, gente avvilente. Così, di punto in bianco, decido di mollare tutto e uscire dal mio solito giro. Non è una cosa semplice da fare, specie se abiti a New York, ti chiami Peter Kowalski e sei milionario da far schifo. Prima di tutto è bene fare alcune premesse: io ricco non ci sono nato, ci sono diventato e se devo dire grazie a qualcuno, lo devo solo a me stesso e alla mia testardaggine. Non sono come uno di quei fighetti che se ne vanno in giro a bordo di una Porsche, indossando abiti di Armani grazie alla carta di credito riempita di continuo da genitori facoltosi. Nossignore, mio padre era un povero alcolizzato fallito a cui piaceva piangersi addosso, tornare a casa ubriaco e lamentarsi per non aver trovato la cena in tavola a causa di mia madre che, ben presto, capì di doversi arrotolare le maniche e farsi carico di mantenerci tutti, compreso mio fratello e mia sorella più piccoli. Era sempre di cattivo umore, uno scansafatiche di prima categoria; più lo guardavo, più mi facevo convinto che non volevo diventare come lui.

Ho sgobbato anni e anni lavorando e studiando, prima di arrivare dove sono ora. Oggi ho quarant’anni e alle mie spalle c’è una fiorente azienda che produce dispositivi multimediali, soprattutto smartphone e applicazioni, la Peko Enterprise. È un lavoro stimolante che mi ha tenuto sempre sugli attenti, su come e dove investire i miei capitali sempre più ingenti, ma già da un paio di anni ho lasciato dirigere quasi tutto il mio impero a un bravo manager, in maniera tale che potessi riprendere un po’ di fiato e ridurre lo stress, una cosa da non sottovalutare, se si vuole tenere a bada la vecchiaia, specie quando hai così tanto da perdere, tipo una villa super tecnologica nella Silicon Valley e l’appartamento di lusso a Tokyo, anche se, a onor del vero, è nelle immediate vicinanze di Wall Street che passo la maggior parte del mio tempo, non resisto alla tentazione di tenere sott’occhio gli andamenti in borsa delle mie quotazioni azionarie, investite in decine di tutt’altri settori. Mi piace rischiare tuffandomi nei progetti più ambiziosi: farmaci sperimentali, nuove tecnologie, ricerche scientifiche utili al progresso dell’umanità. Non vinco sempre, ma almeno, nel mio cuore, so di aver dato un piccolo contributo verso il futuro, inoltre è una di quelle poche cose che mi fanno sentire ancora vivo.

Come dicevo, ho lasciato gran parte del peso a un’altra persona: Adam Norton, un tipo sveglio e affidabile, che si impegna quotidianamente affinché eviti i pericolosi rischi a cui potrebbe incorrere  la mia azienda, primo fra tutti, il fallimento. Mi conforta sapere che ogni scelta cruciale passa sempre al vaglio della mia scrivania, sotto la mia personale firma di approvazione. Senza di quella, ogni intenzione, ogni tipo di manovra, è solo carta straccia. Dentro l’armadio posso sfoggiare un’enorme quantità di vestiti firmati, accessori costosi, orologi preziosi. Tra le foto e i numeri di telefono, invece, ci sono centinaia di amici più o meno sinceri e dozzine di donne che mensilmente si avvicendano dentro la mia camera da letto.

So cosa starete pensando: “ma l’idea di sposarti non ti convince?” – no, non ancora, almeno. Perché sposarmi così giovane e vivere nell’ansia di cadere nella trappola del divorzio e rischiare di donare inutilmente metà dei miei averi a una persona che mi amerà per un po’ e, in ultima istanza, scoprirà magari di non avermi mai amato? Non sono così idiota da farmi abbindolare dalla prima pseudo aristocratica che sculetta nei ristretti circoli dell’alta borghesia. Meglio essere onesti con se stessi e anche con le donne, se ne cambi una ogni tanto, non avranno pretese e non si riempiranno la testa di inutili false speranze. A sessant’anni o al massimo sessantacinque, quella è l’età giusta per un passo del genere, possibilmente con una che abbia venticinque anni di meno, bella fresca e pimpante! Le conosco tutte le vicende squallide perpetrate dalle coppie giovani e ricche. Alla maggior parte di loro piace far ingrassare i conti bancari dei giornali scandalistici, con tutti i tradimenti, le litigate, colpi di scena, figli illegittimi e, infine, la capitolazione del rapporto. Immaginate per un attimo le infinite telefonate degli avvocati divorzisti, dei via vai dagli studi legali, delle visite in tribunale per l’affidamento della prole, uh… mi sale il nervoso solo a pensarci!

Malgrado tutte queste cose, non nascondo che tutto appare superficiale, scontato, ripetitivo e questo mi porta ad evadere verso nuove situazioni completamente fuori da ogni mio programma.

Da un paio di settimane ho meditato sull’idea di una gita fuori porta, ma non posso andare in giro come faccio di solito, vestito elegante e aspetto curato, perciò, ho provveduto a farmi crescere adeguatamente barba e capelli, così da sembrare un po’ più malconcio. Per ottimizzare la mia mimetizzazione tra la gente comune, ho rispolverato un vecchio impermeabile fuori moda e un borsalino in feltro, dovrebbe bastare a non attirare troppo sguardi indiscreti. I paparazzi sono ovunque a New York, quindi ho provveduto anche a noleggiare una comunissima berlina alle porte della città. Immaginate cosa potrebbe accadere se andassi in giro con la mia Aston Martin? Certo, andrebbe bene nelle mie abituali serate stravaganti in dolce compagnia, ma stavolta voglio qualcosa di più. Voglio ricordarmi come ci si sente a essere uno qualunque tra la folla, uno a cui esistereste prima di offrire una sigaretta o uno spicciolo per fare una telefonata.

E così faccio. In pieno clima autunnale, al crepuscolo, sfreccio a tutto gas fuori città facendo svolazzare le foglie secche ai bordi della strada. In un garage privato, in periferia, mi aspetta la mia berlina scura. Effettuo il cambio auto, a bordo di una banalissima Chrysler, mi sembra già di essere qualcun altro. Affondo il pedale, ma non avverto granché come risposta, da un motore così piccolo, ma mi diverto ugualmente, come un bambino su un triciclo.

Trecento chilometri dopo, mi ritrovo nel cuore della notte alle porte di Rocked City, una città che non ha tutta l’aria di offrire granché, come svaghi. Grattacieli enormi, alberghi a quattro stelle, taxi che corrono avanti e indietro per le vie principali, e un ampio parco ricoperto di verde sulla fifty avenue a ricordare che la natura esiste ancora da qualche parte. A spezzare le luci sullo sfondo, c’è una gigantesca fontana circolare, situata al centro di un piccolo pendio, da cui sgorgano vistosi getti d’acqua, visibili anche dall’esterno dell’inferriata nera che ne costituisce il recinto. Sembra piuttosto frequentato, nonostante la tarda ora. Accosto in doppia fila per un secondo, il tempo necessario per affiancarmi a uno dei tanti taxi gialli intenti a far accomodare dei clienti. Domando al volo dove sia possibile bere qualcosa in un posto carino e ben frequentato, dal mezzo finestrino aperto, la lunga barba del tassista si muove un paio di volte per pronunciare poche parole, tra cui Rollaways, un locale notturno qualche chilometro più a sud. A giudicare da come mi scrutano gli occhi dello sconosciuto da sotto il suo cappello, noto soddisfatto che il mio passare inosservato funziona a dovere. La coppia che siede dietro al taxi inizia a fare cenni, è ora di premere sull’acceleratore e lasciare che il buon uomo si guadagni da vivere.

Qualche minuto più tardi e con cinque dollari in meno per la mancia, mi ritrovo davanti al Rollaways. La gigantesca insegna illuminata dai neon blu e viola, si riflette sui miei piccoli occhi infossati e stanchi, non per il viaggio, ma per tutto quello che hanno visto fino al quel momento nell’arco di tutta una vita. Mi decido ad entrare. L’ambiente è affollatissimo, rumoroso e pieno di luci colorate, offuscate dal fumo che aleggia in ogni dove per merito di decine e decine di sigarette accese sulla bocca di gran parte dei presenti, forti bevitori al bancone e gruppi di donne seduti ai tavoli. Mi sarei prodigato volentieri nell’andare a protestare immediatamente dal barman, ma con piacevole stupore, mi accorgo che a servire whisky e bourbon ci sono un paio di giovanissime donzelle. Comincio a dubitare che il Rollaways sia un locale decente, specialmente quando mi accorgo che le cameriere indossano mini shorts attillati e canottiere strettissime che strizzano i seni all’inverosimile. Povere ragazze, il loro disagio si avverte lontano mille miglia, mentre si coprono il petto con l’ausilio dei vassoi colmi di boccali di birra spumeggiante. Si destreggiano tra la ressa con affanno, per riuscire a soddisfare le incessanti ordinazioni provenienti dai tavoli posti in fondo al locale, dove gruppi, in prevalenza di giovani trentenni, si lasciano andare quasi in preda al delirio. Che visione squallida! Sto quasi per cambiare idea, quando all’improvviso mi volto e m’imbatto in una splendida ragazza dai capelli colmi di riccioli biondi, leggermente ambrati da qualche particolare tintura. Quasi la prendo in pieno con il mio petto, dove lei affonda accidentalmente le sue mani per evitare di cadere rovinosamente a terra, a causa dei suoi ripidi tacchi. Ci scusiamo entrambi per lo spiacevole incidente, io la sorreggo dalle braccia. L’aiuto a rimettersi in piedi, sottolineandole che il pavimento liscio e lucido non avrebbe dato scampo a nessuno, specialmente a una donna che indossa scarpe nere sotto a un paio di gambe notevoli come le sue. Lei mi ringrazia per il complimento, “mi chiamo Francesca” – grida subito dopo, ha un’aria da attrice al suo primo provino, ma la cosa non mi desta tanto sospetto, “sarà l’imbarazzo” – suppongo sul momento.

Come risarcimento per l’inconveniente, la invito al bancone per offrirle un drink e nell’attesa che la barista compia il suo “miracolo”, ne approfitto per scrutarla in tutta la sua avvenenza. Non sono il tipo che si sbalordisce davanti a un bel soggetto, il mio letto potrebbe anche testimoniarlo, se solo avesse il dono della parola; né sono uno che s’innamora a prima vista, anzi, in tutta la mia vita non credo proprio di essermi mai innamorato davvero. Ho provato dell’affetto sincero per una donna, questo sì, ma mai fino al punto estremo di fare sciocchezze romantiche come, ad esempio, comprare anelli di fidanzamento. Nella condizione in cui mi trovo, da uomo ricco, ho sempre saputo che ci sarebbe stata una data di scadenza, una cosa che non riesco proprio a sopportare.

Francesca veste un abito a due pezzi abbastanza provocante che le lascia il ventre scoperto. Il minuscolo ombelico quasi scompare per via di piccoli tasselli color finto oro che, scintillando, le compongono addosso una specie di mosaico. Quel nome sa di italiano, ma ben presto il suo accento mi fa dubitare delle sue origini. I suoi piccoli occhi azzurri, le labbra sottili, il naso sottilissimo, la sua mascella squadrata e l’insieme dei suoi lineamenti, mi fanno pensare che arrivi da ancora più lontano, probabilmente dall’Albania o Romania. É risaputo, infatti, che tra le lingue scolastiche, laggiù è compreso anche l’italiano. Per un uomo d’affari come me, non è insolito avere la testa piena di queste nozioni, alcuni miei amici me l’avevano fatto presente molti anni prima, dato che hanno aperto svariate fabbriche, cogliendo l’opportunità di una manodopera a basso costo.

Comincio a flirtare con lei, sembra piacevolmente coinvolta, mi sorride, sta al gioco e io al suo. Mi convinco ancora di più che mescolarmi in mezzo alla gente semplice può essere avvincente, il fatto di spolverare antichi metodi di abbordaggio, quando ancora il nome di Peter Kowalski poteva benissimo appartenere a un camionista o uno scaricatore di porto. Le dico di chiamarmi Norman, senza riferire necessariamente un cognome, tanto so già che non la rivedrò più, dopo questa bizzarra serata. Mi invento un passato fasullo e un mestiere non troppo da sfigato, né troppo altolocato: il proprietario di una agenzia di viaggi, giusto per spiazzarla quanto basta e condurre i nostri discorsi verso mete che, quasi certamente, lei non avrà mai visto (ma io sì). Lei mi parla della Toscana da cui dice di provenire, dei suoi studi in psicologia ancora da terminare e della sua attività provvisoria di segretaria in un rozzo studio fotografico. Inevitabilmente, l’argomento mi porta a domandarle se abbia alcune foto da mostrarmi. Inorgoglita, sblocca il suo telefono e mi fa vedere una raccolta infinita di pose sexy dagli sguardi ammiccanti. “Scommetto che hai migliaia di followers sui social!” – le grido in mezzo a tutto al chiasso e la musica alta che mi violenta i timpani. Scopro con piacere che le mie doti da oratore cominciano a fare presa su Francesca e, dopo aver consumato un paio di bicchieri al bancone, è lei stessa che mi prega di uscire fuori per sfuggire a tutto l’insopportabile  rumore che ci circonda.

“Andiamo in un posto più tranquillo.” – suggerisce lei, ma io non ne conosco nessuno, ovviamente. Le consegno le chiavi della Chrysler, i suoi occhi si accendono luccicanti e sorpresi, non mi curo nemmeno di chiederle se ha la patente, anche se si vede benissimo che ha meno di trent’anni, domandare l’età a una donna è un gesto inopportuno, specie in una situazione come questa.

Sebbene ci abbia messo impegno per apparire trasandato, davanti allo specchio, continuo a dimostrare molto meno dei miei anni e anche se me lo chiedesse, le mentirei spudoratamente; devo ricordarmi di ringraziare Pier, il mio barbiere di fiducia, per la tinta ai capelli.

Ci mettiamo in cammino per le strade di Rocked City nel cuore della notte. Il sorriso instancabile che Francesca ha stampato sul volto, mi dice che si sta divertendo un mondo. I riflessi oscillanti provenienti dall’illuminazione stradale creano, sulle sue guance, dei giochi di luce che implementano ancor di più il fascino emanato dal suo sguardo, già di per sé ricco di sublime magnetismo. Con inaspettata fortuna, riesco a sintonizzarmi su una stazione radio che trasmette solo buona musica, e sulle meravigliose note di Wicked Game di Chris Isaak, lasciamo che i nostri sguardi si incrocino maliziosamente. Mi abbandono all’idea di Francesca nelle vesti di Cicerone, consapevole che, prima o poi, questa gita notturna dovrà terminare da qualche parte, nel frattempo, l’abitacolo dell’auto si satura di musica stuzzicante e le mie orecchie si riempiono della sua voce, sempre più lenta e suadente.

Finiamo col prendere una piccola camera al Green Hotel, alle tre di notte. Il posto non mi fa impazzire, un timido broncio si palesa sulla mia faccia schifata, ma d’altro canto, scegliere una suite sarebbe stato decisamente fuori luogo e constatato l’aspetto generale della struttura ricettiva, non penso che avrebbe fatto molta differenza, a parte un letto ancor più grande e un mini bar meglio rifornito.

La stanza è così buia che non riesco nemmeno a distinguere l’arredamento, ma sono io che rifiuto di accendere le luci. Per tutto il tempo, non ho fatto altro che ripararmi il volto per evitare di offrire troppi dettagli. Mi libero del cappello e dell’impermeabile e così passo all’attacco. Un paio di delicate carezze sulle guance, piccoli baci mirati sul collo e un abbraccio vigoroso, la fanno arrendere alle mie mani che si muovono senza ostacoli su di lei e sprofondano tra i capelli profumati. Sento il suo respiro affannato implorare la mia virilità, ormai sono conscio di muoverla come una marionetta a mio piacimento. Le scopro le spalle con delicatezza, avvertendo in lei un leggero tremolio, l’atmosfera si sta appena scaldando; le mie pupille si riempiono del suo reggiseno in pizzo giallo, un colore così inusuale che ci regala reciproci sorrisi. Mi appresto a sganciarlo, ormai anch’io sto per perdere il controllo. Da dietro, intravedo già i suoi capezzoli tondi e aguzzi, perfettamente disegnati dalla mano ferma di madre natura. Le sue braccia incrociate ostacolano ancora la mia visuale, piena dei suoi seni piacevolmente abbondanti, quando dal riflesso di uno specchio posto vicino alla porta intravedo il suo sguardo arricchito da un ghigno fiero e compiaciuto. In quel preciso momento, una scintilla si accende dentro la mia testa, un campanello di allarme che però non riesco a decifrare. Cosa c’è di sbagliato? Cosa mi sta dicendo l’istinto? “È tutto troppo facile!” – mi urla dalle viscere del mio animo. Di colpo, il dubbio si tramuta in deduzione: tra le mani sto stringendo una escort.

Le riaggancio il reggiseno con il dovuto rispetto, poi rimango immobile a fissare lo stupore che si fa strada sul mio volto.

Si volta stranita, iniziando a domandare cosa c’è che non va. Cosa le dovrei dire? Che non ho mai pagato nessuno per fare sesso in vita mia? Che sono abituato alle conquiste vere e poi all’abbandono? Rivelare la mia vera identità sarebbe ancora peggio. Mi rattrista imbattermi in una tempesta di domande, anziché dolci parole sussurrate con passione; mi avvicino all’impermeabile che pochi secondi prima avevo appoggiato sopra una sedia. Prima di sparire nel nulla, le domando con quanti uomini fosse andata a letto prima di me. Lei mi risponde dicendomi che è una debuttante nel mondo dell’amore a pagamento. Estraggo cinque banconote da cento e li porgo sopra il piccolo tavolo di fronte al letto, sotto i suoi occhi infuocati… non so se per rabbia o vergogna, forse entrambi le cose. A voce bassa, le suggerisco di cambiare vita, la metto di fronte all’evidenza: la sua giovinezza e tutto il tempo che ha davanti per rimettersi sulla strada giusta, Francesca non osa voltarsi.

La guardo un’ultima volta, durante la sua vestizione, piena di orgoglio e amarezza, “prendi un taxi e torna a casa, non ci rivedremo mai più al Rollaways” – le dico, porgendole il mio addio.

Nessuno, al mio posto, rinuncerebbe a un bocconcino come quello, ma l’idea di andare con una prostituta mi disgusta. È così tardi che non mi va nemmeno di farle la predica, di domandarle il perché di quella vita, tanto le risposte le conosco già: soldi facili, il lavoro che non si trova, la possibilità di uscire dal giro quando vuole e altre cose del genere. Anche per questo non mi sento ancora pronto a diventare padre. Non voglio ritrovarmi a fare questi e altri migliaia di discorsi a una adolescente o alle sue compagne di scuola, meglio rimandare al più tardi possibile. Me ne vado amareggiato da quell’hotel da quattro soldi, lontano da quella squallida città che non sa di niente. Avrei voluto che Francesca fosse stata una donna vera e che mi avesse portato in un posto più chic, mi sarei perfino accontentato di quel grande parco con la fontana in mezzo, ma pazienza. Penso che mi spunterà un sorriso quando mi capiterà di pensare a lei in questa pazza nottata esplorativa. I miei doveri, la mia vita, la mia Aston Martin, mi aspettano tutti a New York. Ci arriverò dopo l’alba, farò una doccia, la barba, una buona colazione e sarò di nuovo  Peter Kowalski.

Una settimana dopo, sono nel pieno dei miei impegni, quando ricevo una strana busta con dentro cinquecento dollari e un biglietto, c’è scritto: “Una barba trasandata non basta a nascondere un ricco milionario e un impermeabile sciupato non mette al riparo da una pioggia di sentimenti. É stato bello conoscerti, anche se quella somma non sarebbe bastata nemmeno per una cena. Baci, Francesca”.


Questo racconto fa parte della raccolta “Gocce di parole” disponibile qui  

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Razzismo 3.0

Posted by on Dic 13, 2016 in Racconti brevi

Razzismo 3.0

Brandon Miller era un avido magnate del tabacco, fisicamente piacente, ricco e circondato quasi sempre da belle donne di alto rango. Sprezzante del pericolo e amante delle forti emozioni, Brandon sapeva come riempirsi il palato saziandolo con ogni piacere che la vita aveva da offrirgli. Guidava auto costose che cambiava ogni quattro anni, così come gli arredamenti della villa sita a Beverly Hills, le compagnie che frequentava, i menù dei suoi pranzi e le prenotazioni degli alberghi quando decideva di andare in vacanza. Adorava mettersi in mostra durante i suoi party serali suonando il pianoforte; raccontare barzellette scontate per vedere gli invitati sorridere a denti stretti sotto un’aurea di ignobile incoerenza; mettere alla prova gli amici per quantificare il loro grado di accondiscendenza. Si svegliava al mattino presto per consumare abbondanti colazioni in giardino beandosi dell’aria fresca emanata dagli enormi pini di cui era circondato dopo essersi tuffato in piscina dotata di temperatura controllata dell’acqua a tutte le ore. Miller rappresentava l’archetipo esempio dell’uomo che si era fatto da solo, offrendo al prossimo un futuro fatto di sofferenza e morte a causa delle sigarette che vendeva in tutto il mondo, egli aveva capito l’importanza del subdolo marketing per mezzo degli spot televisivi, nel ventunesimo secolo non eri nessuno se non avevi in bocca una Miller fumante, e il messaggio veniva recepito dai consumatori proprio come un pesce che abboccava all’amo.

Ma il tempo scade per tutti prima o poi e, proprio come la gente rovinata da quel fumo di nicotina che gli aveva garantito una vita agiata e un conto in banca da capogiro, anche per lui venne il giorno di un’amara sorpresa. Le stesse sigarette che produceva e fumava gli provocarono l’insorgere di un cancro ai polmoni inoperabile, il responso: tre mesi di vita o poco più.

Attaccato alla vita com’era, Brandon Miller non ne voleva affatto sapere di crepare e lasciare le sue ossa a marcire sotto terra. Contattò un’azienda specializzata in ibernazione umana, firmò il suo “patto col Diavolo” dell’era moderna e affidò i suoi averi all’azienda che s’impegnava di tenerlo congelato fino a quando la scienza non avrebbe trovato un modo per curarlo dal suo male.

E così, alla giovane età di cinquantatre anni, salutò parenti e amici e si abbandonò ad un lungo sonno criogenico.

Pesantemente sedato e immerso in una soluzione liquida specifica, in pochi minuti il suo corpo raggiunse l’agghiacciante  temperatura di duecento gradi sotto zero. Il sangue, la coscienza, i sogni e le speranze di Miller si arrestarono tutti alle venti e dieci di una fredda sera di dicembre.

Un millennio dopo, nel tremilaventinove, finalmente i suoi occhi si riaprirono, il cuore tornò lentamente a battere a ritmi lenti e affaticati, la pelle a sentir freddo. Si risvegliò nella stessa capsula criogenica in cui era stato rinchiuso circondato da un miscuglio di ghiaccio semisciolto. Agitato e confuso, l’uomo riuscì a muoversi grazie all’apertura automatica del portellone che non lo teneva più prigioniero finendo rovinosamente sul pavimento che secoli prima aveva calpestato. Vomitò copiosamente i reflussi gastrici che gli attanagliavano le budella come fossero veleno, non riusciva a reggersi in piedi, le gambe stentavano a recepire gli impulsi del cervello e nei muscoli ancora intorpiditi provava strani formicolii convulsi.

Nudo e infreddolito, ben presto si rese conto che attorno a lui non c’era traccia né di medici né di scienziati per il quale normalmente dovevano assistere al suo risveglio. Ci vollero diversi minuti per capire che qualcosa era andato storto che le sue volontà non erano state calcate fino in fondo.

Le apparecchiature che circondavano la macchina criogenica erano state sostituite con altre molto più sofisticate nel susseguirsi del tempo, ma un blackout improvviso del sistema centrale aveva innescato autonomamente il processo di scongelamento che infine lo riportò accidentalmente nel regno dei vivi. Dietro di sé, altre quattro capsule avevano subito la stessa sorte, ma al loro interno giacevano solo cadaveri prossimi alla putrefazione.

Raccolse i primi stracci di stoffa trovati vagabondando in giro per lo stabile e ne fece un abito di fortuna, quel tanto che gli bastò per non morire di freddo e di vergogna, tuttavia, ben presto si sarebbe accorto che poteva anche farne a meno.

Trovò una delle uscite di sicurezza e si scaraventò fuori alla luce del sole, un sole che scottava non poco. Lo shock termico fu tale che Miller appariva come protagonista di un’allucinazione in un mondo completamente sconosciuto.

Si guardò indietro e vide che il palazzo dove si era protratto il suo lungo letargo si ergeva decadente e pericolante sopra una collina artificiale fatta di cavi interrati e cemento. Il cielo gli apparve cupo, di un insolito grigio mai visto prima, faticava a respirare ma non sapeva ancora per quale motivo. Forse in quel panorama distopico dagli orizzonti quasi marziani, costituito da una metropoli zeppa di smog, dalle sfumature di metallo e ruggine colante, gli ambientalisti dovevano essere una razza estinta, oppure il buco dell’ozono si era allargato drasticamente, o forse il cancro gli bussava in petto per ricordargli che era ancora lì e non aveva proprio voglia di andarsene. Non ne era ancora cosciente, sperava che il suo stato di salute vacillante fosse frutto del suo scongelamento repentino privo di debita assistenza.

Affrontò il promontorio in discesa e raggiunse l’ambiente urbano. Strani veicoli a motore elettrico creavano un ricco traffico confusionario completamente sincronizzato. Creature robotiche con sembianze umane e di animali imitavano quella che un tempo era la vecchia vita del ventunesimo secolo, anche se adire il vero per Miller, sarebbe stato consolatorio sapere che si trattasse soltanto di un incubo auspicabilmente mentre si trovava ancora sotto ghiaccio. Purtroppo per lui non fu così.

Grandi schermi tappezzavano le facciate dei grattacieli invasi da velivoli a due e quattro posti che scorrazzavano sopra la sua testa confusa, all’orizzonte, gigantesche ciminiere installate a fianco di enormi centrali, espellevano quantità industriali di fumo nero che contribuivano a donare quella tonalità nefasta di grigio sopra la sua testa che si riversavano prepotentemente sulle pareti dei palazzi e dovunque riuscisse a posarsi come cenere di un vulcano durante un’eruzione.

Andò in giro respirando aria tossica in cerca di aiuto, di un volto umano, uno qualunque: una donna, un bambino, un barbone che fosse in grado di spiegargli dove si trovasse  e quando, ma niente, solo oggetti animati e androidi che vagavano indaffarati.

Si fiondò in un bar del centro, un piccolo monitor recava la data undici ottobre tremilaventinove. Doveva trattarsi proprio di un incubo, di uno scherzo fatto dai suoi amici più cari, quelli che era solito prendere in giro perché meno fortunati di lui, peccato che proprio la fortuna fosse diventata una merce più unica che rara. Aveva fame e sete, il fisico che lo reggeva ancora in piedi era assai provato da secoli e secoli di inerzia, sebbene quell’aria che sapeva di uova marce avrebbe tolto l’appetito perfino a un cane randagio. Fu grande il suo stupore notando che nel locale si serviva solo lubrificante, schede di silicio e microprocessori; sulle pareti erano messi a disposizione decine di cavi per la connessione dati e la ricarica di batterie. Nessun droide lo degnava di uno sguardo, non un saluto, un qualsiasi accenno della sua presenza, sembrava fosse un fantasma che non aveva nessuno da spaventare a parte se stesso. Provò a scaraventare a terra qualche tavolo con il solo risultato di ottenere l’attenzione di un cameriere robotizzato. Lo strattonò, gli gridò in faccia la sua condizione ma tutto quello che ottenne fu di capire che la razza umana era passata a uno stadio evolutivo superiore, quello della coscienza impiantata nel corpo di una macchina artificiale che offriva il dono di un’esistenza quasi eterna. Nessuno era più costretto a lavorare o provare fatiche, nessuno provava più fame o sofferenze, tutti erano interconnessi a una rete digitale condivisa interfacciati con un sapere globale fruibile in tempo reale, assorti in un’utopistica condizione globalizzata e universale uguale per tutti. Per Brandon Miller significava un tipo di razzismo versione 3.0, a nessuno importava di lui, dei suoi bisogni umani impellenti, del suo stato di salute o del grado sociale a cui apparteneva un tempo. I soldi non contavano più niente, nessuno coltivava più i terreni per sfamarsi, a nessuno premeva più di proteggere l’ambiente, l’ossigeno, al contrario, contribuiva solo a deteriorare prima i corpi di metallo in cui i nuovi esseri senzienti popolavano la Terra. Non c’era posto per Brandon Miller nel tremilaventinove, se c’era qualcosa di superfluo e surclassato era proprio lui e non esistevano più entità a cui egli si potesse rivolgere, degli amici e dei parenti non rimanevano nemmeno i loculi, nel perimetro che un tempo ospitava il cimitero, ora sorgeva un mega centro di assistenza diretto da un’intelligenza artificiale servito da macchine.

All’improvviso, un allarme sonoro partì assordante attraverso delle membrane installate per le strade tenendogli i timpani in ostaggio per diversi interminabili secondi, una pioggia minacciava di piombare al suolo corrodendo il popolo metallico della megalopoli. Tutti si misero a riparo mentre Miller aspettò di essere finalmente bagnato dall’acqua che lo avrebbe dissetato, una speranza vanificata da una pericolosissima pioggia acida che rese i suoi stracci fumanti non appena le prime gocce cominciarono a cadere al suolo. Si tolse di mezzo anche lui e si rifugiò un’altra volta all’interno del bar, dove grandi e piccoli robot umanoidi gli offrivano risate di scherno simulate misti a sguardi vaneggianti privi di vita allo stato semplice. Solo, in mezzo a un fiume di latta, circuiti stampati e microchip, si sedette a terra e si lasciò prendere da una risata isterica mista a un pianto quasi infantile.

“Forse è un sogno o forse è solo in questa città che tutti sono diventati dei burattini di latta, da qualche parte deve esserci un residuo di umanità, deve esserci!” – gridò con le poche forze rimaste.

Purtroppo si sbagliava enormemente. Brandon Miller, eccentrico egoista, aveva riposto nel prossimo le speranze di poter battere la morte che invece lo aspettò inesorabile, per ironia della sorte, ripagato con la stessa moneta come conseguenza di un karma crudele e beffardo, ormai non vedeva via di uscita se non quella promessa dall’ultimo amico rimastogli, il suo cancro.

 

Potete trovare questo e altri favolosi racconti all’interno della raccolta “Gocce di parole” pubblicata qui

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IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Posted by on Giu 16, 2016 in Horror, Racconti brevi

IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Uno strano destino e una vita breve, quella della città marinara di Eula. Conquistata al tempo dei greci dall’imperatore Eulampios in persona appositamente per la posizione strategica sita nella costa, vide il primo vero sviluppo nell’era moderna nella seconda metà dell’Ottocento, quando, a poco a poco, sparse sia a est che a ovest, iniziarono a sorgere raffinerie di sale e di zolfo. In seguito, nel secolo a venire, affiorarono anche cementifici e industrie chimiche di vario genere, tra colorifici, stabilimenti atti alla produzione di medicinali, diserbanti e molto altro ancora. Uno strano connubio legava quella cittadina divisa tra le piccole fabbriche, il porto e la zona balneare, ma quasi come un legame perverso, l’uno riusciva ad abbracciare l’altro in una simbiosi che ottemperava a specifiche funzionalità. Fu così che presero il via grandi apparati di collegamento navali e turistico-commerciali, più aumentavano gli sviluppi e i servizi, più la città si espandeva demograficamente, dando anche agli imprenditori la ghiotta possibilità di costruire nuovi edifici.

Da dove è cominciato tutto? Chi ha popolato dapprima quel posto semisconosciuto? La storia di questa città marinara, vuole proprio che siano i pescatori fra i primi a costruire le case a ridosso di una parete rocciosa, sotto il fianco di una collina verdeggiante nella zona nord, seguiti non molto tempo dopo anche dagli instancabili minatori che scavavano a mano il sottosuolo alla ricerca di sale prima del miracoloso avvento delle macchine industriali. Lì s’insediarono le prime famiglie venute dai paesi limitrofi in cerca di lavoro, lì nacquero i primi veri eulesi. Nell’arco dei decenni, privi di qualsivoglia criterio ingegneristico, artistico e, per certi versi anche di rigore logico, nacque l’antica borgata dei pescatori, gente semplice che si fece promotrice di nuove tradizioni locali legate al mondo del mare e ai frutti benedetti che questo riusciva a dare sfamando intere generazioni.

A un certo punto, la stella nascente di quella città cambiò rotta dal cielo verso l’oblio e inesorabilmente tutto cominciò ad andare in malora per colpa della crisi economica e una gestione politico-amministrativa deviata.

È nel vecchio borgo dei pescatori che sono nato, una periferia ormai degradata, lugubre e fatiscente, dove perfino i criminali e la polizia non osavano mettere piede, a causa delle dicerie stravaganti che aleggiavano sopra di essa da oltre mezzo secolo. La mia famiglia aveva una bottega in centro, mio padre stava tutto il giorno a riparare orologi di svariati tipi: a pendolo, da tasca, da polso e molti altri. Mia madre si occupava dei clienti al bancone. Nonostante l’attività commerciale, non si poteva dire che i soldi ci uscissero dalle orecchie e perciò, quando i miei si sposarono, furono costretti a comprare una casa proprio in quella zona cupa e sinistra. Si respirava un’aria pesante in quel quartiere, fatto di minuscole viuzze ed edifici arroccati, uno sopra l’altro che insieme creavano strani effetti di luci e ombre a dir poco inquietanti, almeno per un bambino come lo ero io all’epoca. Nei mesi invernali, bui e freddi, si poteva udire il vento trasportare voci fantasmagoriche di chissà quali oscure entità; più che un borgo, appariva come una landa semi desolata dall’aspetto cimiteriale. Ricordo ancora le tante microscopiche attività locali come quella che portava avanti mio padre: c’erano calzolai, sartorie, panifici, falegnami, ognuno rintanato in un piccolo magazzino a lavorare per conto suo in un contesto caratteristico simile a un presepe vivente a grandezza naturale.

La nostra casa era piccolissima, un cucinino, una camera da letto, un bagno che a stento accoglieva una sola persona, e uno striminzito salottino che di notte si trasformava, diventando la mia cameretta, adiacente alla stanza dove dormivano i miei. Mettevo a riposo le mie gracili ossa su un divano che assomigliava più a un sarcofago egizio, tanto era angusto, a quel tempo non avevano ancora inventato i materassi ortopedici, ma io ci stavo abbastanza bene, in fondo, avevo solo tre anni. 

Nei pochi momenti di ritrovo familiare, ci toccava andare dalla nonna materna vicino al campo sportivo che era solita ospitare nel nuovo appartamento le sue vicine di età avanzata come lei. Ci radunavamo in cerchio, ognuna di loro aveva storielle e aneddoti davvero curiosi da raccontare quando non si giocava a carte. Tra i chiacchiericci da salotto e le barzellette, più di tutti, ascoltavo volentieri i racconti di paura che al calar del sole uscivano fuori direttamente dalle esperienze fatte dai presenti. In tali circostanze, quando ancora nessuno aveva nemmeno immaginato l’avvento di internet o dei documentari scientifici, era facile tramutare un evento fortuito in leggenda metropolitana, nessuno si prendeva la briga di sfatare certi miti e per di più, la maggior parte delle famiglie sembravano affezionarsi alla loro visione ignorante della realtà, spesso tramandando questo pacchetto di concetti retrogradi alla generazione successiva, tanto per cambiare. Le anziane pensionate provenivano tutte dal borgo dei pescatori, la zona vecchia della città per antonomasia, e quando calava il buio, specie nelle serate di pioggia, ne raccontavano di cotte e di crude. C’era chi trovava dei soldi in un cassetto per magia e non si sapeva spiegare il perché, qualcun’altra vedeva grosse mani sbucare dalle pareti per mettere paura ai viventi. Gli uomini che scendevano di notte per andare a lavoro, facevano incontri a dir poco bizzarri tra neonati trovati nei cassonetti con il volto indemoniato o spettri che vagavano tranquilli come se niente fosse. I più “fortunati” venivano cacciati dalle loro abitazioni a suon di calci e pugni da esseri soprannaturali che spesso nemmeno vedevano, ma i lividi del giorno dopo, quelli sì, erano reali!

Si narra in giro che gli unici a poter vedere in faccia i fantasmi sono i fanciulli e gli animali. Speravo che tutto sommato fossero dicerie di quartiere per spaventare noi bimbi irrequieti, abituati a gironzolare curiosi e pronti a cacciarci in qualche guaio improvviso. Molte palazzine di quelle a tre piani si andavano via via svuotando e nessuno osava metterci più piede, chissà perché. A volte, da solo o in compagnia, mi avventuravo per gli androni bui e misteriosi di quei posti fatiscenti e polverosi, ma non mi addentravo mai fino in fondo. I muri presentavano crepe larghe quanto un dito, dentro le quali non era una sorpresa veder sbucare insetti e scarafaggi da dietro le ragnatele. Sopra i gradini ripidi e faticosissimi, se ne stavano i calcinacci caduti e mai raccolti, alla prima finestra di legno sbattuta per volere del vento, scappavamo terrorizzati con la stessa velocità degli atleti che gareggiavano alle Olimpiadi.

Suggestione e nulla più, direbbe qualcuno, lo direi anch’io, se tutto fosse rimasto nei meandri di un condizione fantasiosa e irreale, ma poi anche mio nonno paterno, tornando una sera, salendo le scale e fermandosi a metà strada per riprendere fiato, vide una giovane sposa con tanto di abito bianco e un lungo velo, affacciarsi dallo stabile di fronte per sparire infine nel nulla. Certo, poteva essere soltanto un’allucinazione, magari causata dalla stanchezza, ma non poteva scambiare comunque una persona per un altra, poiché quel piccolo edificio era stato sgomberato proprio in occasione della sua imminente demolizione. Ormai, il borgo dei pescatori era divenuto un posto sempre più abbandonato che necessitava solo di una pesante riqualificazione urbana, ma non so per quale assurdo motivo l’amministrazione comunale sembrava trattare quella specifica area come un personaggio scomodo.

Alla fine, toccò anche a me fare i conti con un’esperienza paranormale. Prima di compiere i quattro anni, cominciai ogni sera a vedere un tizio riflesso sopra l’armadio posto di fronte a me in salotto. Si accendeva come una luce soffusa dentro i miei occhi e a spezzare quel bagliore con i suoi lineamenti da uomo appassito, compariva quel volto stempiato e malefico che voleva a tutti costi tranciarmi il mignolo destro. Non lo so perché bramasse proprio il mio dito, so solo che non voleva saperne di lasciarmi in pace; lo sgomento era tale, che schizzavo a razzo dritto nel letto dei miei genitori. Le braccia di mio padre mi rassicuravano, le carezze di mia madre mi tranquillizzavano. Andò avanti così per circa una settimana, poi più niente. Crebbi tranquillo come ogni altro ragazzo giù a Eula e inesorabilmente, anno dopo anno, assistetti al lento tracollo della cittadina. I negozi chiudevano, le fabbriche diventavano cimiteri industriali abbandonati, dove i giovani della nuova generazione, andavano a cacciarsi nei guai, proprio come facevo io anni prima. L’antica flotta di pescherecci si dimezzò nel giro di cinque anni, finché non rimasero solo che piccole barche da diporto della guardia costiera o di qualche appassionato, così… quasi che la città fosse stata vittima di una strage di guerra, la guerra della crisi economica che stava mietendo le sue vittime in ogni settore. I proprietari delle botteghe sprangavano per sempre le imposte, gli uffici venivano riorganizzati e i dipendenti licenziati. Il popolo di Eula si andò trasformando in una transumanza di gente in cerca di lavoro su al nord.

Alla soglia dei trenta, ebbi come un’illuminazione: avevo trovato impiego come netturbino da dieci anni ormai, ma mi ero stufato di spazzare ogni giorno la via quattro canti, sempre piena di foglie secche sparse dappertutto, era davvero avvilente! Tentai di prendere il treno per andare fuori, vedere il mondo, cercare qualcosa di più che una piccola città fantasma, ma i treni alla vecchia stazione erano fermi da anni ormai, sopra le panchine giacevano solo barboni e clandestini mendicanti. Provai a spostarmi a bordo della mia scassatissima cinquecento, consapevole che dopo un centinaio di chilometri sarei potuto rimanere a piedi, ma per una stramba coincidenza, tutte le uscite e i tunnel erano chiusi per lavori di manutenzione. Provai addirittura a salire sull’unico battello che collegava la terra ferma con le isole minori, ma ogni volta che prendevamo il largo, la nave cambiava rotta e tornava di nuovo in porto per un’avaria oppure per inconvenienti meteorologici. Allora dove erano andati tutti? Come avevano fatto tre quarti di abitanti ad andare via da Eula? In che modo? Osservavo i punti di approdo da un altipiano sulla collina e le uniche imbarcazioni, che vedevo arrivare all’interno del molo, erano vistosi velieri scuri che apparivano e scomparivano nel giro di poche ore, mentre all’orizzonte, quasi ai limiti del mio campo visivo, notavo grosse navi crociera e lunghi mercantili a pieno carico, transitare a largo della costa senza mai fermarsi, nemmeno per far rifornimento.

Cominciai a pormi serie domande che non trovavano alcuna spiegazione logica. Mi prodigai a domandare in giro e, a momenti, la gente mi prendeva per pazzo.

“Uscire? Non si può uscire, nessuno esce mai. Tutte le città sono chiuse, giovanotto, non lo sapevi?” – mi sentivo rispondere dagli anziani, fissandomi straniti, quasi fossi un alieno caduto dal cielo.

Ma come poteva essere possibile? Da dove arrivavano le merci? Dove andava a finire tutta quella gente che non ho più rivisto? Tutti mi allargavano le braccia e non sapevano dare una spiegazione.

Mi rassegnai per un po’ all’idea del viaggio e tornai alla mia solita vita, fino a quando una mattina, Baldassarre, il vecchio tipografo di zona, attaccò il proclama che aveva emanato il municipio per avvisare la cittadinanza che presto avrebbe demolito anche l’ultimo stabile di via Goletta, proprio l’edificio in cui avevo abitato da bambino, situato nella zona vecchia a nord di Eula. Mi faceva strano apprendere quella notizia, qualcosa mi scosse dentro, come se dovessero mandare davanti a un plotone di esecuzione un mio caro amico. Cercai di contattare l’ultimo proprietario di quell’appartamento, recandomi all’ufficio tecnico, ma gli impiegati mi riferirono che, sebbene avessero spedito svariate raccomandate di avviso, nessuno gli aveva mai risposto e quindi la casa andava buttata giù principalmente per ragioni di sicurezza, in quanto ormai troppo decrepita. Prima che la società demolitrice si recasse nel borgo con i mezzi pesanti, decisi di andare a fare un’ultima visita dentro quel covo di blatte. Mi presentai davanti al portone un’ora prima del tramonto, sperando di non attirare troppo l’attenzione di quella manciata di vicini curiosi rimasti ognuno nelle loro tane come spie, avevano l’antipatico vizio di sbirciare da dietro le imposte se un estraneo per errore capitava di metterci piede invadendo, magari per circostanze fortuite, quel territorio abbandonato a se stesso.

La corrente era stata staccata, la scala versava in uno stato pietoso, sentivo di essere ritornato bambino, proprio come in una delle mie vecchie scorribande dentro a uno di quei palazzi a cui fosse toccata una triste sorte, la stessa che adesso incombeva nella dimora che mi aveva visto venire al mondo. Doveva essere rimasta disabitata a lungo dopo il nostro trasloco. Compiuti i dodici anni, ce ne eravamo andati nella zona sud, nel quartiere adiacente al mercato ittico e ortofrutticolo.

Stavolta salii tutte le rampe, guardando bene di non inciampare in qualche piastrella scoppiata a causa dell’umidità e cercando di non affidarmi alla ringhiera arrugginita che in più punti ormai si era staccata dalla parete. Una piccola spallata e la porta d’ingresso cadde impattando sul pavimento, facendo riecheggiare il tonfo fino al piano terra. 

Tutto sembrava minuscolo rispetto a come me lo ricordavo da piccolo, ma davanti a me non risplendeva più il mobilio che mia madre soleva far rispecchiare con il suo olio di gomito. Topi e lucertole si erano appropriati di quel posto ormai vittima dell’incuria totale e della sporcizia più nefasta. Le ante della cucina penzolavano  mezze divelte, un soffio di vento ancora e sarebbero cadute anch’esse, sfracellandosi al suolo. Rimasi attonito nel constatare i vetri delle finestre ancora integri, quel perimetro striminzito di sessanta metri quadri sarebbe diventata una piccionaia piena di melma, proprio come i balconi nell’aria esterna circospetta dall’inferriata marcita e pericolante.

Tornai sui miei passi per dare un’ultima occhiata in camera da letto, d’innanzi alla porta qualcuno aveva tirato fuori l’enorme specchio ovale usato dai miei per specchiarsi, specie quando si vestivano bene la domenica mattina per andare a messa. Malgrado la polvere, vedevo il mio riflesso per intero fissarmi con apprensione, quasi con un atteggiamento di sfida. Provai una paura indicibile, chi aveva preso le mie sembianze in quell’immagine specchiata? Un colpo d’occhio fulmineo attorno a me non riuscì a focalizzare nessun oggetto che potessi usare per rompere quel maledetto oggetto, così presi una leggera rincorsa sopra il pavimento traballante dalla scheletratura fatta di travi di legno corrose dalle tarme e mi ci scaraventai contro, con tutto il peso del mio corpo.

Avvertii un calore che mi pervase dappertutto, temetti davvero di essere zuppo di sangue a causa del vetro infranto scoppiato in mille pezzi per terra assieme a me, poi svenni e restai in ostaggio di quella casa maledetta privo di coscienza fino all’alba del giorno successivo. Grazie alle prime luci del mattino e al rombo delle ruspe in arrivo, mi risvegliai e, con grande stupore, mi resi conto che non ero affatto ricoperto di sangue, non dappertutto almeno, avevo soltanto perso il mignolo destro. In definitiva, qualunque cosa albergasse dentro quella casa, era riuscita nel suo intento: staccarmi di netto un dito. Lo cercai sul pavimento in preda al panico e ai piccoli fiotti si sangue che ancora sgorgavano dalla mia mano, ma quella piccola parte di me se n’era già andata chissà dove, forse qualche ratto aveva rimediato una gustosa cena dopo tanti anni, a me non restava altro che tamponare la ferita, strappando una manica della camicia e avvolgendola attorno all’estremità mozzata.

Mi alzai in piedi e cominciai a scendere le scale, vacillando come un ubriaco, chissà quanto sangue avevo perso mentre ero rimasto svenuto dentro quel posto sinistro e maligno. Aprii il portone con un calcio ben assestato, gli operai mi videro uscire come un superstite sopravvissuto a una lotta senza esclusione di colpi. Immediate furono le telefonate ai soccorsi, Dio benedica chi ha inventato i cellulari! All’uscita della sala operatoria per ricucire quel che rimaneva della mia mano, due signori anziani mi aspettavano in sala degenza, dicevano di essere mia madre e mio padre, chiamati dal responsabile del reparto in caso qualcosa fosse andato storto, ma cosa mai poteva andare storto in una operazione alla mano?

Me lo chiesi molto tempo dopo in effetti perché, a dire il vero, avevo ben altro di cui preoccuparmi, i due signori di fronte a me, non mi avevano affatto riconosciuto, raccontarono di avere avuto sì un figlio circa trent’anni prima, ma che qualcuno gliel’avevano sottratto di notte in quella casa in via Goletta per non restituirglielo mai più. Soltanto più avanti capii realmente cos’era successo, quando riuscii a prendere il primo treno in partenza per fuggire da quel posto tetro e inverosimile. Adesso, era diverso, tutto funzionava come doveva, gli autobus, i collegamenti marittimi, i negozi e tutto il resto! Da bambino ero saltato in un’altra dimensione simile alla realtà che non era affatto la vera realtà, ma solo una sua pessima imitazione. Ancora oggi, mi domando chi diavolo fossero quei due individui che mi abbracciavano di notte, spacciandosi per i miei genitori, che mi avevano allevato  all’interno di una gabbia invisibile sotto forma di città marinara senza alcuna via d’uscita. Quella vecchia casa, probabilmente assieme a tante altre, site nell’antico borgo dei pescatori, fungeva da portale verso altre dimensioni, e se non avessi avuto la caparbietà di farci ritorno un’ultima volta, ancora oggi sarei intrappolato, visto che anche l’ultimo palazzo di quel luogo nefasto è stato raso al suolo proprio quel giorno. Ci è mancato proprio un pelo, anzi… un dito.      

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IL VISITATORE

Posted by on Mag 25, 2016 in Racconti brevi

IL VISITATORE

Ero sua, dopo un anno o poco più, ero finalmente sua, corpo e anima. Mi abbandonai tra le sue braccia come se avessi aspettato da secoli, fin da bambina, la sua venuta.

Facevo la cameriera in una stazione di servizio a quel tempo, una delle poche attività che mi consentissero di sbarcare il lunario in attesa di finire gli studi all’università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Sulla targhetta appesa sopra la mia vecchia divisa, c’era impresso ancora il mio nome di quand’ero una giovane sognatrice ingenua, Katie Myers. 

Veniva spesso a mangiare sedendosi ai tavoli dove servivo e mi guardava con la sua espressione candida, quasi angelica direi. Mangiava di tutto: il piatto del giorno, le crostate e perfino la schifosissima minestra di fagioli che cucinava Santos, quella specie di mezzo cuoco messicano. Solo da quei miseri dettagli avrei dovuto capire che c’era qualcosa di strano in lui, sembrava che assaggiasse ogni pasto come se avesse un sapore nuovo.

A chi dovrei raccontare questa pazza esperienza? Nessuno mi crederebbe! Potrei stare ore e ore a parlare di lui, descrivere le sue sembianze, le sue movenze, la maniera intensa in cui mi fissava. Mi faceva sentire speciale, a me, che portavo un paio di occhiali giganti sul naso e le lentiggini, alta appena un palmo sopra la sua metà, che spesso e volentieri gli rovesciavo il caffè sui pantaloni, tanto ero impacciata. A essere sincera, non aveva una bellezza prorompente, forse più dell’aspetto mi avevano attirato gli atteggiamenti singolari, prudenti e, in certe occasioni, ammiccanti.

Era timido, specie agli inizi. Da quel poco che capii, si sentiva a suo agio con me malgrado la lontananza da casa. Prendemmo confidenza con il giusto tempo, giorno dopo giorno; si presentava a lavoro con dei bigliettini bizzarri recanti strani disegni numerati accompagnati da frasi simpatiche o romantiche.

“Non buttarli via” – mi diceva, “vedrai che alla fine comporranno un grande favoloso disegno.”

Non ho mai capito chi fosse quello più uscito di senno, se lui che me li portava o io che li gettavo nel mio cassetto. Andavo sempre di fretta, sempre in corsa contro il tempo: i clienti da servire, gli esami da preparare, la casa da rassettare… troppa ansia, troppo stress!

Lo vedevo solo come un conoscente, una specie di disadattato solitario, a volte, quando torno indietro nel tempo con i miei ricordi, mi domando quando fu il vero giorno che persi la testa per lui. Probabilmente quella volta che mi chiese un passaggio a bordo della mia scassatissima Cadillac, sì… ora che ci penso, ricordo che appoggiò la mano sinistra sopra la mia spalla dopo che gli raccontai di tutte le mie storie strampalate che avevo avuto con quei decerebrati dei miei ex fidanzati, credo di aver buttato giù un paio di lacrime mentre guidavo verso sud in direzione di Mountain View, questo lo intenerì al punto da offrirmi un po’ del suo conforto. Da quel momento in poi ne fui come stregata, la sua aurea mistica si fuse con la mia sregolatezza, i suoi occhi freddi mi penetrarono nel cervello mandandolo in tilt, si era impadronito dei miei pensieri e non ho più saputo opporre resistenza.

Facemmo l’amore più e più notti, ogni volta come se fosse la prima, nessuno mi aveva fatto vibrare tanto in vita mia. Tastava il mio petto e sentiva le mie emozioni, mi sfiorava la fronte e carpiva ogni mio pensiero. Precedeva i miei passi con un giorno di anticipo come se avesse poteri di chiaroveggenza, se rischiavo di ammalarmi con un raffreddore, se mi fosse insorta un’emicrania, se la lama di un coltello mi avesse lacerato il palmo di una mano.     

Credevo di aver trovato un porto sicuro dove ormeggiare il mio cuore, qualcuno che fosse rimasto al mio fianco per sempre, poi di colpo, la rivelazione.

«Non mi hai ancora detto perché ti chiami Ron.» chiesi l’ultima notte che passammo insieme.

«Non è un nome, dal posto da cui provengo simboleggia soltanto la mia casta.» rispose lui, abbracciato dietro di me.

«Come? Dalle tue parti non avete nomi di battesimo? Cos’è, una tribù?» scherzai.

«Ormai posso dirtelo, visto che domani ti sveglierai sola e vorrai sapere il perché.»

«Che cosa stai dicendo?»

«Io non sono di questo pianeta, Katie. Sono arrivato qui per sbaglio, uno sbaglio che rifarei altre migliaia di volte. Ho mandato un segnale di soccorso prendendo in prestito questo corpo, l’uomo a cui appartiene lavora al Seti, solo da quel centro ricerche ho potuto tracciare la mia posizione per essere recuperato. C’è voluto più di un anno, ma fra qualche ora, i miei simili verranno a prendermi e io dovrò andare via insieme a loro.»

«Ma che diavolo dici? Fai uso di droghe adesso?» lo accusai agitata.

«Nessuna droga. Lo so che non mi credi, pensi che io sia pazzo, che ti stia ingannando, ma ti garantisco che non è così e al momento stabilito ne avrai anche le prove.»

«E da dove vieni allora? Cosa sei?» gli domandai preoccupata.

«Voi umani siete una razza primitiva, riuscite a percepire solo alcune delle tante dimensioni che in realtà esistono tra le galassie. Sono certo che anche spiegandoti, non capiresti, per noi sono come porte da attraversare per balzare da un luogo remoto del cosmo a un altro.» rivelò con una calma agghiacciante.

«Tu non andrai proprio da nessuna parte!» gli ordinai in preda alla collera, in quel momento mi sentivo raggirata, come se avessi a fianco uno dei soliti stronzi che conquistano una donna e poi se la svignano il mattino dopo.

«Tranquilla, non devi temere. Quando io me ne andrò, tu sarai nel sonno più profondo, non vedrai niente di sconvolgente e così potrò restituire questo corpo al legittimo proprietario.»

«E a chi apparterrebbe allora?»

«L’ho sottratto a un ricercatore del Seti, avevo bisogno delle sue credenziali per avere l’accesso in quel posto: carte magnetiche, documenti. A quest’ora sua moglie lo starà cercando, non so però se ne abbia una o se vivesse solo.»

«Se pensi che ti lasci andare via con questa scusa assurda, allora ti sbagli di grosso mio caro! Prenderò un litro di caffè se necessario, starò in piedi tutta la notte, aspetterò che si faccia giorno e vedrai che dopo ci faremo quattro risate. Queste sono tutte stronzate! Se sei sposato, potevi dirmelo prima no?»

«Calmati, non è così che andrà. Quei bigliettini che ti ho dato, mettili insieme seguendo l’ordine cronologico per come li hai ricevuti e dopo capirai.»

«Cos’è? Una specie di puzzle gigante?»

«Sì.»

«Tornerai a trovarmi?» gli chiesi girandomi verso di lui per guardarlo un ultima volta.

«Questo non lo so. Ci vogliono molti dei tuoi anni per attraversare i sentieri dello spazio.»

«Allora ho paura che non mi troveresti più, sarò vecchia a quel punto, oppure morta.»

«Dai sempre tutto per scontato, è uno dei tuoi maggiori difetti. Mi mancheranno le cose che avete qui: il cibo, la musica… l’amore. Tuttavia, non me ne vado senza lasciarti un dono.»

«Che regalo?»

«Mentre dormivi, durante queste notti, ho rallentato il tuo processo di invecchiamento, ho impartito un nuovo ordine alle tue cellule: si replicheranno e si sostituiranno con più lentezza. Questo dovrebbe regalarti una speranza di vita più lunga di venti o trent’anni se condurrai una vita sana e senza eccessi e, chissà, forse un giorno ci rivedremo.»

«Tutto ciò è ingiusto.» dissi piangendo «non puoi entrare nelle vite delle persone e poi andartene via in questo modo.»

«Io non volevo entrare nella vita di nessuno» raccontò rammaricato «sono capitato qui per sbaglio. Un giorno entrai in un bar per mangiare e mi sono trovato davanti un essere puro quasi quanto me, questo mi ha fatto perdere la testa e non ci sarà giorno che non ti penserò quando sarò in viaggio fra le stelle.»

«Portami con te allora!»

«Non sopravvivresti, noi siamo oltre la materia. Adesso chiudi gli occhi amore mio e cerca di dormire.»

Urlai un secco “no” che credo sia giunto oltre i confini della Via Lattea, pensavo di farcela, di restare vigile, ma poco dopo, Ron poggiò la sua mano sulla mia fronte, poi sugli occhi finché caddi in un profondo stato di incoscienza. Ne sapeva una più del diavolo e io non potei farci niente.

Mi svegliai il mattino dopo assieme al tizio al quale aveva sottratto le volontà. Si sentiva male come se si fosse risvegliato da un coma profondo. Chiamai un’ambulanza e andai a trovarlo in ospedale a sera che lo stavano già dimettendo. Lo tennero in osservazione tutto il giorno solo per precauzione, ma tutti gli esami cui era stato sottoposto risultarono negativi. Scoprii infine che si chiamava Marc Rogers e, a giudicare dai suoi vuoti di memoria, non era affatto l’uomo di cui mi ero follemente innamorata. A sua insaputa, presi informazioni per capire se soffrisse di qualche disturbo della personalità, ma non trovai nulla, poi mi ricordai dei bigliettini. Li attaccai uno accanto all’altro con precisione maniacale, finché non occupò metà di un’intera parete. Il disegno d’insieme che venne fuori fu una gigantesca mappa stellare che Dio solo sa dove portava, di sicuro oltre il nostro sistema solare. Chiamai un fotografo professionista e gli ordinai di imprimere quell’immagine su un supporto cartaceo, badando bene di farmi consegnare i negativi, poi li raggruppai in un bel mucchietto e bruciai i biglietti che Ron mi aveva donato, dissi al fotografo che quella era semplicemente una composizione artistica di un mio vecchio amico, solo così potei fornire una scusa plausibile evitando domande scomode.

Più passa il tempo e più comprendo quanto reale è stato tutto ciò che ho provato, l’amore verso un essere straordinario che mi ha fatto sentire speciale, sebbene soltanto per un anno.

Serberò sempre un posto speciale per lui nel mio cuore e nonostante i miei novant’anni, ancora oggi guardo le stelle ogni notte prima di andare a dormire, domandandomi in quale remoto angolo di Universo si possa trovare in quel determinato momento, sperando che un giorno faccia di nuovo rotta verso la Terra e ritorni da me per restare fino alla fine della mia vita.     

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