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L’IMPERMEABILE

Posted by on Feb 16, 2017 in Racconti brevi

L’IMPERMEABILE

La certezza è una cosa che lascio agli ignoranti, ossia la maggior parte degli uomini e delle donne che popolano quest’angolo di pianeta. Non lo so se li incontro tutti io, se ho una calamita che li attira o se è solo una coincidenza, so soltanto che chi ha un briciolo di intelletto normalmente è pieno di dubbi e non di certezze. Di una cosa, però, sono sicuro: essere ricchi alla fine stanca. Incredibile, vero? Non è una stanchezza fisica, quello di cui sto parlando, tipo qualcosa che non puoi sostenere e che ti spinge a mollare tutto, ormai senza i miei soldi non saprei più vivere. Diciamo che è più una stanchezza fatta di routine, di cose già viste, posti frequentati, gente avvilente. Così, di punto in bianco, decido di mollare tutto e uscire dal mio solito giro. Non è una cosa semplice da fare, specie se abiti a New York, ti chiami Peter Kowalski e sei milionario da far schifo. Prima di tutto è bene fare alcune premesse: io ricco non ci sono nato, ci sono diventato e se devo dire grazie a qualcuno, lo devo solo a me stesso e alla mia testardaggine. Non sono come uno di quei fighetti che se ne vanno in giro a bordo di una Porsche, indossando abiti di Armani grazie alla carta di credito riempita di continuo da genitori facoltosi. Nossignore, mio padre era un povero alcolizzato fallito a cui piaceva piangersi addosso, tornare a casa ubriaco e lamentarsi per non aver trovato la cena in tavola a causa di mia madre che, ben presto, capì di doversi arrotolare le maniche e farsi carico di mantenerci tutti, compreso mio fratello e mia sorella più piccoli. Era sempre di cattivo umore, uno scansafatiche di prima categoria; più lo guardavo, più mi facevo convinto che non volevo diventare come lui.

Ho sgobbato anni e anni lavorando e studiando, prima di arrivare dove sono ora. Oggi ho quarant’anni e alle mie spalle c’è una fiorente azienda che produce dispositivi multimediali, soprattutto smartphone e applicazioni, la Peko Enterprise. È un lavoro stimolante che mi ha tenuto sempre sugli attenti, su come e dove investire i miei capitali sempre più ingenti, ma già da un paio di anni ho lasciato dirigere quasi tutto il mio impero a un bravo manager, in maniera tale che potessi riprendere un po’ di fiato e ridurre lo stress, una cosa da non sottovalutare, se si vuole tenere a bada la vecchiaia, specie quando hai così tanto da perdere, tipo una villa super tecnologica nella Silicon Valley e l’appartamento di lusso a Tokyo, anche se, a onor del vero, è nelle immediate vicinanze di Wall Street che passo la maggior parte del mio tempo, non resisto alla tentazione di tenere sott’occhio gli andamenti in borsa delle mie quotazioni azionarie, investite in decine di tutt’altri settori. Mi piace rischiare tuffandomi nei progetti più ambiziosi: farmaci sperimentali, nuove tecnologie, ricerche scientifiche utili al progresso dell’umanità. Non vinco sempre, ma almeno, nel mio cuore, so di aver dato un piccolo contributo verso il futuro, inoltre è una di quelle poche cose che mi fanno sentire ancora vivo.

Come dicevo, ho lasciato gran parte del peso a un’altra persona: Adam Norton, un tipo sveglio e affidabile, che si impegna quotidianamente affinché eviti i pericolosi rischi a cui potrebbe incorrere  la mia azienda, primo fra tutti, il fallimento. Mi conforta sapere che ogni scelta cruciale passa sempre al vaglio della mia scrivania, sotto la mia personale firma di approvazione. Senza di quella, ogni intenzione, ogni tipo di manovra, è solo carta straccia. Dentro l’armadio posso sfoggiare un’enorme quantità di vestiti firmati, accessori costosi, orologi preziosi. Tra le foto e i numeri di telefono, invece, ci sono centinaia di amici più o meno sinceri e dozzine di donne che mensilmente si avvicendano dentro la mia camera da letto.

So cosa starete pensando: “ma l’idea di sposarti non ti convince?” – no, non ancora, almeno. Perché sposarmi così giovane e vivere nell’ansia di cadere nella trappola del divorzio e rischiare di donare inutilmente metà dei miei averi a una persona che mi amerà per un po’ e, in ultima istanza, scoprirà magari di non avermi mai amato? Non sono così idiota da farmi abbindolare dalla prima pseudo aristocratica che sculetta nei ristretti circoli dell’alta borghesia. Meglio essere onesti con se stessi e anche con le donne, se ne cambi una ogni tanto, non avranno pretese e non si riempiranno la testa di inutili false speranze. A sessant’anni o al massimo sessantacinque, quella è l’età giusta per un passo del genere, possibilmente con una che abbia venticinque anni di meno, bella fresca e pimpante! Le conosco tutte le vicende squallide perpetrate dalle coppie giovani e ricche. Alla maggior parte di loro piace far ingrassare i conti bancari dei giornali scandalistici, con tutti i tradimenti, le litigate, colpi di scena, figli illegittimi e, infine, la capitolazione del rapporto. Immaginate per un attimo le infinite telefonate degli avvocati divorzisti, dei via vai dagli studi legali, delle visite in tribunale per l’affidamento della prole, uh… mi sale il nervoso solo a pensarci!

Malgrado tutte queste cose, non nascondo che tutto appare superficiale, scontato, ripetitivo e questo mi porta ad evadere verso nuove situazioni completamente fuori da ogni mio programma.

Da un paio di settimane ho meditato sull’idea di una gita fuori porta, ma non posso andare in giro come faccio di solito, vestito elegante e aspetto curato, perciò, ho provveduto a farmi crescere adeguatamente barba e capelli, così da sembrare un po’ più malconcio. Per ottimizzare la mia mimetizzazione tra la gente comune, ho rispolverato un vecchio impermeabile fuori moda e un borsalino in feltro, dovrebbe bastare a non attirare troppo sguardi indiscreti. I paparazzi sono ovunque a New York, quindi ho provveduto anche a noleggiare una comunissima berlina alle porte della città. Immaginate cosa potrebbe accadere se andassi in giro con la mia Aston Martin? Certo, andrebbe bene nelle mie abituali serate stravaganti in dolce compagnia, ma stavolta voglio qualcosa di più. Voglio ricordarmi come ci si sente a essere uno qualunque tra la folla, uno a cui esistereste prima di offrire una sigaretta o uno spicciolo per fare una telefonata.

E così faccio. In pieno clima autunnale, al crepuscolo, sfreccio a tutto gas fuori città facendo svolazzare le foglie secche ai bordi della strada. In un garage privato, in periferia, mi aspetta la mia berlina scura. Effettuo il cambio auto, a bordo di una banalissima Chrysler, mi sembra già di essere qualcun altro. Affondo il pedale, ma non avverto granché come risposta, da un motore così piccolo, ma mi diverto ugualmente, come un bambino su un triciclo.

Trecento chilometri dopo, mi ritrovo nel cuore della notte alle porte di Rocked City, una città che non ha tutta l’aria di offrire granché, come svaghi. Grattacieli enormi, alberghi a quattro stelle, taxi che corrono avanti e indietro per le vie principali, e un ampio parco ricoperto di verde sulla fifty avenue a ricordare che la natura esiste ancora da qualche parte. A spezzare le luci sullo sfondo, c’è una gigantesca fontana circolare, situata al centro di un piccolo pendio, da cui sgorgano vistosi getti d’acqua, visibili anche dall’esterno dell’inferriata nera che ne costituisce il recinto. Sembra piuttosto frequentato, nonostante la tarda ora. Accosto in doppia fila per un secondo, il tempo necessario per affiancarmi a uno dei tanti taxi gialli intenti a far accomodare dei clienti. Domando al volo dove sia possibile bere qualcosa in un posto carino e ben frequentato, dal mezzo finestrino aperto, la lunga barba del tassista si muove un paio di volte per pronunciare poche parole, tra cui Rollaways, un locale notturno qualche chilometro più a sud. A giudicare da come mi scrutano gli occhi dello sconosciuto da sotto il suo cappello, noto soddisfatto che il mio passare inosservato funziona a dovere. La coppia che siede dietro al taxi inizia a fare cenni, è ora di premere sull’acceleratore e lasciare che il buon uomo si guadagni da vivere.

Qualche minuto più tardi e con cinque dollari in meno per la mancia, mi ritrovo davanti al Rollaways. La gigantesca insegna illuminata dai neon blu e viola, si riflette sui miei piccoli occhi infossati e stanchi, non per il viaggio, ma per tutto quello che hanno visto fino al quel momento nell’arco di tutta una vita. Mi decido ad entrare. L’ambiente è affollatissimo, rumoroso e pieno di luci colorate, offuscate dal fumo che aleggia in ogni dove per merito di decine e decine di sigarette accese sulla bocca di gran parte dei presenti, forti bevitori al bancone e gruppi di donne seduti ai tavoli. Mi sarei prodigato volentieri nell’andare a protestare immediatamente dal barman, ma con piacevole stupore, mi accorgo che a servire whisky e bourbon ci sono un paio di giovanissime donzelle. Comincio a dubitare che il Rollaways sia un locale decente, specialmente quando mi accorgo che le cameriere indossano mini shorts attillati e canottiere strettissime che strizzano i seni all’inverosimile. Povere ragazze, il loro disagio si avverte lontano mille miglia, mentre si coprono il petto con l’ausilio dei vassoi colmi di boccali di birra spumeggiante. Si destreggiano tra la ressa con affanno, per riuscire a soddisfare le incessanti ordinazioni provenienti dai tavoli posti in fondo al locale, dove gruppi, in prevalenza di giovani trentenni, si lasciano andare quasi in preda al delirio. Che visione squallida! Sto quasi per cambiare idea, quando all’improvviso mi volto e m’imbatto in una splendida ragazza dai capelli colmi di riccioli biondi, leggermente ambrati da qualche particolare tintura. Quasi la prendo in pieno con il mio petto, dove lei affonda accidentalmente le sue mani per evitare di cadere rovinosamente a terra, a causa dei suoi ripidi tacchi. Ci scusiamo entrambi per lo spiacevole incidente, io la sorreggo dalle braccia. L’aiuto a rimettersi in piedi, sottolineandole che il pavimento liscio e lucido non avrebbe dato scampo a nessuno, specialmente a una donna che indossa scarpe nere sotto a un paio di gambe notevoli come le sue. Lei mi ringrazia per il complimento, “mi chiamo Francesca” – grida subito dopo, ha un’aria da attrice al suo primo provino, ma la cosa non mi desta tanto sospetto, “sarà l’imbarazzo” – suppongo sul momento.

Come risarcimento per l’inconveniente, la invito al bancone per offrirle un drink e nell’attesa che la barista compia il suo “miracolo”, ne approfitto per scrutarla in tutta la sua avvenenza. Non sono il tipo che si sbalordisce davanti a un bel soggetto, il mio letto potrebbe anche testimoniarlo, se solo avesse il dono della parola; né sono uno che s’innamora a prima vista, anzi, in tutta la mia vita non credo proprio di essermi mai innamorato davvero. Ho provato dell’affetto sincero per una donna, questo sì, ma mai fino al punto estremo di fare sciocchezze romantiche come, ad esempio, comprare anelli di fidanzamento. Nella condizione in cui mi trovo, da uomo ricco, ho sempre saputo che ci sarebbe stata una data di scadenza, una cosa che non riesco proprio a sopportare.

Francesca veste un abito a due pezzi abbastanza provocante che le lascia il ventre scoperto. Il minuscolo ombelico quasi scompare per via di piccoli tasselli color finto oro che, scintillando, le compongono addosso una specie di mosaico. Quel nome sa di italiano, ma ben presto il suo accento mi fa dubitare delle sue origini. I suoi piccoli occhi azzurri, le labbra sottili, il naso sottilissimo, la sua mascella squadrata e l’insieme dei suoi lineamenti, mi fanno pensare che arrivi da ancora più lontano, probabilmente dall’Albania o Romania. É risaputo, infatti, che tra le lingue scolastiche, laggiù è compreso anche l’italiano. Per un uomo d’affari come me, non è insolito avere la testa piena di queste nozioni, alcuni miei amici me l’avevano fatto presente molti anni prima, dato che hanno aperto svariate fabbriche, cogliendo l’opportunità di una manodopera a basso costo.

Comincio a flirtare con lei, sembra piacevolmente coinvolta, mi sorride, sta al gioco e io al suo. Mi convinco ancora di più che mescolarmi in mezzo alla gente semplice può essere avvincente, il fatto di spolverare antichi metodi di abbordaggio, quando ancora il nome di Peter Kowalski poteva benissimo appartenere a un camionista o uno scaricatore di porto. Le dico di chiamarmi Norman, senza riferire necessariamente un cognome, tanto so già che non la rivedrò più, dopo questa bizzarra serata. Mi invento un passato fasullo e un mestiere non troppo da sfigato, né troppo altolocato: il proprietario di una agenzia di viaggi, giusto per spiazzarla quanto basta e condurre i nostri discorsi verso mete che, quasi certamente, lei non avrà mai visto (ma io sì). Lei mi parla della Toscana da cui dice di provenire, dei suoi studi in psicologia ancora da terminare e della sua attività provvisoria di segretaria in un rozzo studio fotografico. Inevitabilmente, l’argomento mi porta a domandarle se abbia alcune foto da mostrarmi. Inorgoglita, sblocca il suo telefono e mi fa vedere una raccolta infinita di pose sexy dagli sguardi ammiccanti. “Scommetto che hai migliaia di followers sui social!” – le grido in mezzo a tutto al chiasso e la musica alta che mi violenta i timpani. Scopro con piacere che le mie doti da oratore cominciano a fare presa su Francesca e, dopo aver consumato un paio di bicchieri al bancone, è lei stessa che mi prega di uscire fuori per sfuggire a tutto l’insopportabile  rumore che ci circonda.

“Andiamo in un posto più tranquillo.” – suggerisce lei, ma io non ne conosco nessuno, ovviamente. Le consegno le chiavi della Chrysler, i suoi occhi si accendono luccicanti e sorpresi, non mi curo nemmeno di chiederle se ha la patente, anche se si vede benissimo che ha meno di trent’anni, domandare l’età a una donna è un gesto inopportuno, specie in una situazione come questa.

Sebbene ci abbia messo impegno per apparire trasandato, davanti allo specchio, continuo a dimostrare molto meno dei miei anni e anche se me lo chiedesse, le mentirei spudoratamente; devo ricordarmi di ringraziare Pier, il mio barbiere di fiducia, per la tinta ai capelli.

Ci mettiamo in cammino per le strade di Rocked City nel cuore della notte. Il sorriso instancabile che Francesca ha stampato sul volto, mi dice che si sta divertendo un mondo. I riflessi oscillanti provenienti dall’illuminazione stradale creano, sulle sue guance, dei giochi di luce che implementano ancor di più il fascino emanato dal suo sguardo, già di per sé ricco di sublime magnetismo. Con inaspettata fortuna, riesco a sintonizzarmi su una stazione radio che trasmette solo buona musica, e sulle meravigliose note di Wicked Game di Chris Isaak, lasciamo che i nostri sguardi si incrocino maliziosamente. Mi abbandono all’idea di Francesca nelle vesti di Cicerone, consapevole che, prima o poi, questa gita notturna dovrà terminare da qualche parte, nel frattempo, l’abitacolo dell’auto si satura di musica stuzzicante e le mie orecchie si riempiono della sua voce, sempre più lenta e suadente.

Finiamo col prendere una piccola camera al Green Hotel, alle tre di notte. Il posto non mi fa impazzire, un timido broncio si palesa sulla mia faccia schifata, ma d’altro canto, scegliere una suite sarebbe stato decisamente fuori luogo e constatato l’aspetto generale della struttura ricettiva, non penso che avrebbe fatto molta differenza, a parte un letto ancor più grande e un mini bar meglio rifornito.

La stanza è così buia che non riesco nemmeno a distinguere l’arredamento, ma sono io che rifiuto di accendere le luci. Per tutto il tempo, non ho fatto altro che ripararmi il volto per evitare di offrire troppi dettagli. Mi libero del cappello e dell’impermeabile e così passo all’attacco. Un paio di delicate carezze sulle guance, piccoli baci mirati sul collo e un abbraccio vigoroso, la fanno arrendere alle mie mani che si muovono senza ostacoli su di lei e sprofondano tra i capelli profumati. Sento il suo respiro affannato implorare la mia virilità, ormai sono conscio di muoverla come una marionetta a mio piacimento. Le scopro le spalle con delicatezza, avvertendo in lei un leggero tremolio, l’atmosfera si sta appena scaldando; le mie pupille si riempiono del suo reggiseno in pizzo giallo, un colore così inusuale che ci regala reciproci sorrisi. Mi appresto a sganciarlo, ormai anch’io sto per perdere il controllo. Da dietro, intravedo già i suoi capezzoli tondi e aguzzi, perfettamente disegnati dalla mano ferma di madre natura. Le sue braccia incrociate ostacolano ancora la mia visuale, piena dei suoi seni piacevolmente abbondanti, quando dal riflesso di uno specchio posto vicino alla porta intravedo il suo sguardo arricchito da un ghigno fiero e compiaciuto. In quel preciso momento, una scintilla si accende dentro la mia testa, un campanello di allarme che però non riesco a decifrare. Cosa c’è di sbagliato? Cosa mi sta dicendo l’istinto? “È tutto troppo facile!” – mi urla dalle viscere del mio animo. Di colpo, il dubbio si tramuta in deduzione: tra le mani sto stringendo una escort.

Le riaggancio il reggiseno con il dovuto rispetto, poi rimango immobile a fissare lo stupore che si fa strada sul mio volto.

Si volta stranita, iniziando a domandare cosa c’è che non va. Cosa le dovrei dire? Che non ho mai pagato nessuno per fare sesso in vita mia? Che sono abituato alle conquiste vere e poi all’abbandono? Rivelare la mia vera identità sarebbe ancora peggio. Mi rattrista imbattermi in una tempesta di domande, anziché dolci parole sussurrate con passione; mi avvicino all’impermeabile che pochi secondi prima avevo appoggiato sopra una sedia. Prima di sparire nel nulla, le domando con quanti uomini fosse andata a letto prima di me. Lei mi risponde dicendomi che è una debuttante nel mondo dell’amore a pagamento. Estraggo cinque banconote da cento e li porgo sopra il piccolo tavolo di fronte al letto, sotto i suoi occhi infuocati… non so se per rabbia o vergogna, forse entrambi le cose. A voce bassa, le suggerisco di cambiare vita, la metto di fronte all’evidenza: la sua giovinezza e tutto il tempo che ha davanti per rimettersi sulla strada giusta, Francesca non osa voltarsi.

La guardo un’ultima volta, durante la sua vestizione, piena di orgoglio e amarezza, “prendi un taxi e torna a casa, non ci rivedremo mai più al Rollaways” – le dico, porgendole il mio addio.

Nessuno, al mio posto, rinuncerebbe a un bocconcino come quello, ma l’idea di andare con una prostituta mi disgusta. È così tardi che non mi va nemmeno di farle la predica, di domandarle il perché di quella vita, tanto le risposte le conosco già: soldi facili, il lavoro che non si trova, la possibilità di uscire dal giro quando vuole e altre cose del genere. Anche per questo non mi sento ancora pronto a diventare padre. Non voglio ritrovarmi a fare questi e altri migliaia di discorsi a una adolescente o alle sue compagne di scuola, meglio rimandare al più tardi possibile. Me ne vado amareggiato da quell’hotel da quattro soldi, lontano da quella squallida città che non sa di niente. Avrei voluto che Francesca fosse stata una donna vera e che mi avesse portato in un posto più chic, mi sarei perfino accontentato di quel grande parco con la fontana in mezzo, ma pazienza. Penso che mi spunterà un sorriso quando mi capiterà di pensare a lei in questa pazza nottata esplorativa. I miei doveri, la mia vita, la mia Aston Martin, mi aspettano tutti a New York. Ci arriverò dopo l’alba, farò una doccia, la barba, una buona colazione e sarò di nuovo  Peter Kowalski.

Una settimana dopo, sono nel pieno dei miei impegni, quando ricevo una strana busta con dentro cinquecento dollari e un biglietto, c’è scritto: “Una barba trasandata non basta a nascondere un ricco milionario e un impermeabile sciupato non mette al riparo da una pioggia di sentimenti. É stato bello conoscerti, anche se quella somma non sarebbe bastata nemmeno per una cena. Baci, Francesca”.


Questo racconto fa parte della raccolta “Gocce di parole” disponibile qui  

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