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Razzismo 3.0

Posted by on Dic 13, 2016 in Racconti brevi

Razzismo 3.0

Brandon Miller era un avido magnate del tabacco, fisicamente piacente, ricco e circondato quasi sempre da belle donne di alto rango. Sprezzante del pericolo e amante delle forti emozioni, Brandon sapeva come riempirsi il palato saziandolo con ogni piacere che la vita aveva da offrirgli. Guidava auto costose che cambiava ogni quattro anni, così come gli arredamenti della villa sita a Beverly Hills, le compagnie che frequentava, i menù dei suoi pranzi e le prenotazioni degli alberghi quando decideva di andare in vacanza. Adorava mettersi in mostra durante i suoi party serali suonando il pianoforte; raccontare barzellette scontate per vedere gli invitati sorridere a denti stretti sotto un’aurea di ignobile incoerenza; mettere alla prova gli amici per quantificare il loro grado di accondiscendenza. Si svegliava al mattino presto per consumare abbondanti colazioni in giardino beandosi dell’aria fresca emanata dagli enormi pini di cui era circondato dopo essersi tuffato in piscina dotata di temperatura controllata dell’acqua a tutte le ore. Miller rappresentava l’archetipo esempio dell’uomo che si era fatto da solo, offrendo al prossimo un futuro fatto di sofferenza e morte a causa delle sigarette che vendeva in tutto il mondo, egli aveva capito l’importanza del subdolo marketing per mezzo degli spot televisivi, nel ventunesimo secolo non eri nessuno se non avevi in bocca una Miller fumante, e il messaggio veniva recepito dai consumatori proprio come un pesce che abboccava all’amo.

Ma il tempo scade per tutti prima o poi e, proprio come la gente rovinata da quel fumo di nicotina che gli aveva garantito una vita agiata e un conto in banca da capogiro, anche per lui venne il giorno di un’amara sorpresa. Le stesse sigarette che produceva e fumava gli provocarono l’insorgere di un cancro ai polmoni inoperabile, il responso: tre mesi di vita o poco più.

Attaccato alla vita com’era, Brandon Miller non ne voleva affatto sapere di crepare e lasciare le sue ossa a marcire sotto terra. Contattò un’azienda specializzata in ibernazione umana, firmò il suo “patto col Diavolo” dell’era moderna e affidò i suoi averi all’azienda che s’impegnava di tenerlo congelato fino a quando la scienza non avrebbe trovato un modo per curarlo dal suo male.

E così, alla giovane età di cinquantatre anni, salutò parenti e amici e si abbandonò ad un lungo sonno criogenico.

Pesantemente sedato e immerso in una soluzione liquida specifica, in pochi minuti il suo corpo raggiunse l’agghiacciante  temperatura di duecento gradi sotto zero. Il sangue, la coscienza, i sogni e le speranze di Miller si arrestarono tutti alle venti e dieci di una fredda sera di dicembre.

Un millennio dopo, nel tremilaventinove, finalmente i suoi occhi si riaprirono, il cuore tornò lentamente a battere a ritmi lenti e affaticati, la pelle a sentir freddo. Si risvegliò nella stessa capsula criogenica in cui era stato rinchiuso circondato da un miscuglio di ghiaccio semisciolto. Agitato e confuso, l’uomo riuscì a muoversi grazie all’apertura automatica del portellone che non lo teneva più prigioniero finendo rovinosamente sul pavimento che secoli prima aveva calpestato. Vomitò copiosamente i reflussi gastrici che gli attanagliavano le budella come fossero veleno, non riusciva a reggersi in piedi, le gambe stentavano a recepire gli impulsi del cervello e nei muscoli ancora intorpiditi provava strani formicolii convulsi.

Nudo e infreddolito, ben presto si rese conto che attorno a lui non c’era traccia né di medici né di scienziati per il quale normalmente dovevano assistere al suo risveglio. Ci vollero diversi minuti per capire che qualcosa era andato storto che le sue volontà non erano state calcate fino in fondo.

Le apparecchiature che circondavano la macchina criogenica erano state sostituite con altre molto più sofisticate nel susseguirsi del tempo, ma un blackout improvviso del sistema centrale aveva innescato autonomamente il processo di scongelamento che infine lo riportò accidentalmente nel regno dei vivi. Dietro di sé, altre quattro capsule avevano subito la stessa sorte, ma al loro interno giacevano solo cadaveri prossimi alla putrefazione.

Raccolse i primi stracci di stoffa trovati vagabondando in giro per lo stabile e ne fece un abito di fortuna, quel tanto che gli bastò per non morire di freddo e di vergogna, tuttavia, ben presto si sarebbe accorto che poteva anche farne a meno.

Trovò una delle uscite di sicurezza e si scaraventò fuori alla luce del sole, un sole che scottava non poco. Lo shock termico fu tale che Miller appariva come protagonista di un’allucinazione in un mondo completamente sconosciuto.

Si guardò indietro e vide che il palazzo dove si era protratto il suo lungo letargo si ergeva decadente e pericolante sopra una collina artificiale fatta di cavi interrati e cemento. Il cielo gli apparve cupo, di un insolito grigio mai visto prima, faticava a respirare ma non sapeva ancora per quale motivo. Forse in quel panorama distopico dagli orizzonti quasi marziani, costituito da una metropoli zeppa di smog, dalle sfumature di metallo e ruggine colante, gli ambientalisti dovevano essere una razza estinta, oppure il buco dell’ozono si era allargato drasticamente, o forse il cancro gli bussava in petto per ricordargli che era ancora lì e non aveva proprio voglia di andarsene. Non ne era ancora cosciente, sperava che il suo stato di salute vacillante fosse frutto del suo scongelamento repentino privo di debita assistenza.

Affrontò il promontorio in discesa e raggiunse l’ambiente urbano. Strani veicoli a motore elettrico creavano un ricco traffico confusionario completamente sincronizzato. Creature robotiche con sembianze umane e di animali imitavano quella che un tempo era la vecchia vita del ventunesimo secolo, anche se adire il vero per Miller, sarebbe stato consolatorio sapere che si trattasse soltanto di un incubo auspicabilmente mentre si trovava ancora sotto ghiaccio. Purtroppo per lui non fu così.

Grandi schermi tappezzavano le facciate dei grattacieli invasi da velivoli a due e quattro posti che scorrazzavano sopra la sua testa confusa, all’orizzonte, gigantesche ciminiere installate a fianco di enormi centrali, espellevano quantità industriali di fumo nero che contribuivano a donare quella tonalità nefasta di grigio sopra la sua testa che si riversavano prepotentemente sulle pareti dei palazzi e dovunque riuscisse a posarsi come cenere di un vulcano durante un’eruzione.

Andò in giro respirando aria tossica in cerca di aiuto, di un volto umano, uno qualunque: una donna, un bambino, un barbone che fosse in grado di spiegargli dove si trovasse  e quando, ma niente, solo oggetti animati e androidi che vagavano indaffarati.

Si fiondò in un bar del centro, un piccolo monitor recava la data undici ottobre tremilaventinove. Doveva trattarsi proprio di un incubo, di uno scherzo fatto dai suoi amici più cari, quelli che era solito prendere in giro perché meno fortunati di lui, peccato che proprio la fortuna fosse diventata una merce più unica che rara. Aveva fame e sete, il fisico che lo reggeva ancora in piedi era assai provato da secoli e secoli di inerzia, sebbene quell’aria che sapeva di uova marce avrebbe tolto l’appetito perfino a un cane randagio. Fu grande il suo stupore notando che nel locale si serviva solo lubrificante, schede di silicio e microprocessori; sulle pareti erano messi a disposizione decine di cavi per la connessione dati e la ricarica di batterie. Nessun droide lo degnava di uno sguardo, non un saluto, un qualsiasi accenno della sua presenza, sembrava fosse un fantasma che non aveva nessuno da spaventare a parte se stesso. Provò a scaraventare a terra qualche tavolo con il solo risultato di ottenere l’attenzione di un cameriere robotizzato. Lo strattonò, gli gridò in faccia la sua condizione ma tutto quello che ottenne fu di capire che la razza umana era passata a uno stadio evolutivo superiore, quello della coscienza impiantata nel corpo di una macchina artificiale che offriva il dono di un’esistenza quasi eterna. Nessuno era più costretto a lavorare o provare fatiche, nessuno provava più fame o sofferenze, tutti erano interconnessi a una rete digitale condivisa interfacciati con un sapere globale fruibile in tempo reale, assorti in un’utopistica condizione globalizzata e universale uguale per tutti. Per Brandon Miller significava un tipo di razzismo versione 3.0, a nessuno importava di lui, dei suoi bisogni umani impellenti, del suo stato di salute o del grado sociale a cui apparteneva un tempo. I soldi non contavano più niente, nessuno coltivava più i terreni per sfamarsi, a nessuno premeva più di proteggere l’ambiente, l’ossigeno, al contrario, contribuiva solo a deteriorare prima i corpi di metallo in cui i nuovi esseri senzienti popolavano la Terra. Non c’era posto per Brandon Miller nel tremilaventinove, se c’era qualcosa di superfluo e surclassato era proprio lui e non esistevano più entità a cui egli si potesse rivolgere, degli amici e dei parenti non rimanevano nemmeno i loculi, nel perimetro che un tempo ospitava il cimitero, ora sorgeva un mega centro di assistenza diretto da un’intelligenza artificiale servito da macchine.

All’improvviso, un allarme sonoro partì assordante attraverso delle membrane installate per le strade tenendogli i timpani in ostaggio per diversi interminabili secondi, una pioggia minacciava di piombare al suolo corrodendo il popolo metallico della megalopoli. Tutti si misero a riparo mentre Miller aspettò di essere finalmente bagnato dall’acqua che lo avrebbe dissetato, una speranza vanificata da una pericolosissima pioggia acida che rese i suoi stracci fumanti non appena le prime gocce cominciarono a cadere al suolo. Si tolse di mezzo anche lui e si rifugiò un’altra volta all’interno del bar, dove grandi e piccoli robot umanoidi gli offrivano risate di scherno simulate misti a sguardi vaneggianti privi di vita allo stato semplice. Solo, in mezzo a un fiume di latta, circuiti stampati e microchip, si sedette a terra e si lasciò prendere da una risata isterica mista a un pianto quasi infantile.

“Forse è un sogno o forse è solo in questa città che tutti sono diventati dei burattini di latta, da qualche parte deve esserci un residuo di umanità, deve esserci!” – gridò con le poche forze rimaste.

Purtroppo si sbagliava enormemente. Brandon Miller, eccentrico egoista, aveva riposto nel prossimo le speranze di poter battere la morte che invece lo aspettò inesorabile, per ironia della sorte, ripagato con la stessa moneta come conseguenza di un karma crudele e beffardo, ormai non vedeva via di uscita se non quella promessa dall’ultimo amico rimastogli, il suo cancro.

 

Potete trovare questo e altri favolosi racconti all’interno della raccolta “Gocce di parole” pubblicata qui

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IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Posted by on Giu 16, 2016 in Horror, Racconti brevi

IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

Uno strano destino e una vita breve, quella della città marinara di Eula. Conquistata al tempo dei greci dall’imperatore Eulampios in persona appositamente per la posizione strategica sita nella costa, vide il primo vero sviluppo nell’era moderna nella seconda metà dell’Ottocento, quando, a poco a poco, sparse sia a est che a ovest, iniziarono a sorgere raffinerie di sale e di zolfo. In seguito, nel secolo a venire, affiorarono anche cementifici e industrie chimiche di vario genere, tra colorifici, stabilimenti atti alla produzione di medicinali, diserbanti e molto altro ancora. Uno strano connubio legava quella cittadina divisa tra le piccole fabbriche, il porto e la zona balneare, ma quasi come un legame perverso, l’uno riusciva ad abbracciare l’altro in una simbiosi che ottemperava a specifiche funzionalità. Fu così che presero il via grandi apparati di collegamento navali e turistico-commerciali, più aumentavano gli sviluppi e i servizi, più la città si espandeva demograficamente, dando anche agli imprenditori la ghiotta possibilità di costruire nuovi edifici.

Da dove è cominciato tutto? Chi ha popolato dapprima quel posto semisconosciuto? La storia di questa città marinara, vuole proprio che siano i pescatori fra i primi a costruire le case a ridosso di una parete rocciosa, sotto il fianco di una collina verdeggiante nella zona nord, seguiti non molto tempo dopo anche dagli instancabili minatori che scavavano a mano il sottosuolo alla ricerca di sale prima del miracoloso avvento delle macchine industriali. Lì s’insediarono le prime famiglie venute dai paesi limitrofi in cerca di lavoro, lì nacquero i primi veri eulesi. Nell’arco dei decenni, privi di qualsivoglia criterio ingegneristico, artistico e, per certi versi anche di rigore logico, nacque l’antica borgata dei pescatori, gente semplice che si fece promotrice di nuove tradizioni locali legate al mondo del mare e ai frutti benedetti che questo riusciva a dare sfamando intere generazioni.

A un certo punto, la stella nascente di quella città cambiò rotta dal cielo verso l’oblio e inesorabilmente tutto cominciò ad andare in malora per colpa della crisi economica e una gestione politico-amministrativa deviata.

È nel vecchio borgo dei pescatori che sono nato, una periferia ormai degradata, lugubre e fatiscente, dove perfino i criminali e la polizia non osavano mettere piede, a causa delle dicerie stravaganti che aleggiavano sopra di essa da oltre mezzo secolo. La mia famiglia aveva una bottega in centro, mio padre stava tutto il giorno a riparare orologi di svariati tipi: a pendolo, da tasca, da polso e molti altri. Mia madre si occupava dei clienti al bancone. Nonostante l’attività commerciale, non si poteva dire che i soldi ci uscissero dalle orecchie e perciò, quando i miei si sposarono, furono costretti a comprare una casa proprio in quella zona cupa e sinistra. Si respirava un’aria pesante in quel quartiere, fatto di minuscole viuzze ed edifici arroccati, uno sopra l’altro che insieme creavano strani effetti di luci e ombre a dir poco inquietanti, almeno per un bambino come lo ero io all’epoca. Nei mesi invernali, bui e freddi, si poteva udire il vento trasportare voci fantasmagoriche di chissà quali oscure entità; più che un borgo, appariva come una landa semi desolata dall’aspetto cimiteriale. Ricordo ancora le tante microscopiche attività locali come quella che portava avanti mio padre: c’erano calzolai, sartorie, panifici, falegnami, ognuno rintanato in un piccolo magazzino a lavorare per conto suo in un contesto caratteristico simile a un presepe vivente a grandezza naturale.

La nostra casa era piccolissima, un cucinino, una camera da letto, un bagno che a stento accoglieva una sola persona, e uno striminzito salottino che di notte si trasformava, diventando la mia cameretta, adiacente alla stanza dove dormivano i miei. Mettevo a riposo le mie gracili ossa su un divano che assomigliava più a un sarcofago egizio, tanto era angusto, a quel tempo non avevano ancora inventato i materassi ortopedici, ma io ci stavo abbastanza bene, in fondo, avevo solo tre anni. 

Nei pochi momenti di ritrovo familiare, ci toccava andare dalla nonna materna vicino al campo sportivo che era solita ospitare nel nuovo appartamento le sue vicine di età avanzata come lei. Ci radunavamo in cerchio, ognuna di loro aveva storielle e aneddoti davvero curiosi da raccontare quando non si giocava a carte. Tra i chiacchiericci da salotto e le barzellette, più di tutti, ascoltavo volentieri i racconti di paura che al calar del sole uscivano fuori direttamente dalle esperienze fatte dai presenti. In tali circostanze, quando ancora nessuno aveva nemmeno immaginato l’avvento di internet o dei documentari scientifici, era facile tramutare un evento fortuito in leggenda metropolitana, nessuno si prendeva la briga di sfatare certi miti e per di più, la maggior parte delle famiglie sembravano affezionarsi alla loro visione ignorante della realtà, spesso tramandando questo pacchetto di concetti retrogradi alla generazione successiva, tanto per cambiare. Le anziane pensionate provenivano tutte dal borgo dei pescatori, la zona vecchia della città per antonomasia, e quando calava il buio, specie nelle serate di pioggia, ne raccontavano di cotte e di crude. C’era chi trovava dei soldi in un cassetto per magia e non si sapeva spiegare il perché, qualcun’altra vedeva grosse mani sbucare dalle pareti per mettere paura ai viventi. Gli uomini che scendevano di notte per andare a lavoro, facevano incontri a dir poco bizzarri tra neonati trovati nei cassonetti con il volto indemoniato o spettri che vagavano tranquilli come se niente fosse. I più “fortunati” venivano cacciati dalle loro abitazioni a suon di calci e pugni da esseri soprannaturali che spesso nemmeno vedevano, ma i lividi del giorno dopo, quelli sì, erano reali!

Si narra in giro che gli unici a poter vedere in faccia i fantasmi sono i fanciulli e gli animali. Speravo che tutto sommato fossero dicerie di quartiere per spaventare noi bimbi irrequieti, abituati a gironzolare curiosi e pronti a cacciarci in qualche guaio improvviso. Molte palazzine di quelle a tre piani si andavano via via svuotando e nessuno osava metterci più piede, chissà perché. A volte, da solo o in compagnia, mi avventuravo per gli androni bui e misteriosi di quei posti fatiscenti e polverosi, ma non mi addentravo mai fino in fondo. I muri presentavano crepe larghe quanto un dito, dentro le quali non era una sorpresa veder sbucare insetti e scarafaggi da dietro le ragnatele. Sopra i gradini ripidi e faticosissimi, se ne stavano i calcinacci caduti e mai raccolti, alla prima finestra di legno sbattuta per volere del vento, scappavamo terrorizzati con la stessa velocità degli atleti che gareggiavano alle Olimpiadi.

Suggestione e nulla più, direbbe qualcuno, lo direi anch’io, se tutto fosse rimasto nei meandri di un condizione fantasiosa e irreale, ma poi anche mio nonno paterno, tornando una sera, salendo le scale e fermandosi a metà strada per riprendere fiato, vide una giovane sposa con tanto di abito bianco e un lungo velo, affacciarsi dallo stabile di fronte per sparire infine nel nulla. Certo, poteva essere soltanto un’allucinazione, magari causata dalla stanchezza, ma non poteva scambiare comunque una persona per un altra, poiché quel piccolo edificio era stato sgomberato proprio in occasione della sua imminente demolizione. Ormai, il borgo dei pescatori era divenuto un posto sempre più abbandonato che necessitava solo di una pesante riqualificazione urbana, ma non so per quale assurdo motivo l’amministrazione comunale sembrava trattare quella specifica area come un personaggio scomodo.

Alla fine, toccò anche a me fare i conti con un’esperienza paranormale. Prima di compiere i quattro anni, cominciai ogni sera a vedere un tizio riflesso sopra l’armadio posto di fronte a me in salotto. Si accendeva come una luce soffusa dentro i miei occhi e a spezzare quel bagliore con i suoi lineamenti da uomo appassito, compariva quel volto stempiato e malefico che voleva a tutti costi tranciarmi il mignolo destro. Non lo so perché bramasse proprio il mio dito, so solo che non voleva saperne di lasciarmi in pace; lo sgomento era tale, che schizzavo a razzo dritto nel letto dei miei genitori. Le braccia di mio padre mi rassicuravano, le carezze di mia madre mi tranquillizzavano. Andò avanti così per circa una settimana, poi più niente. Crebbi tranquillo come ogni altro ragazzo giù a Eula e inesorabilmente, anno dopo anno, assistetti al lento tracollo della cittadina. I negozi chiudevano, le fabbriche diventavano cimiteri industriali abbandonati, dove i giovani della nuova generazione, andavano a cacciarsi nei guai, proprio come facevo io anni prima. L’antica flotta di pescherecci si dimezzò nel giro di cinque anni, finché non rimasero solo che piccole barche da diporto della guardia costiera o di qualche appassionato, così… quasi che la città fosse stata vittima di una strage di guerra, la guerra della crisi economica che stava mietendo le sue vittime in ogni settore. I proprietari delle botteghe sprangavano per sempre le imposte, gli uffici venivano riorganizzati e i dipendenti licenziati. Il popolo di Eula si andò trasformando in una transumanza di gente in cerca di lavoro su al nord.

Alla soglia dei trenta, ebbi come un’illuminazione: avevo trovato impiego come netturbino da dieci anni ormai, ma mi ero stufato di spazzare ogni giorno la via quattro canti, sempre piena di foglie secche sparse dappertutto, era davvero avvilente! Tentai di prendere il treno per andare fuori, vedere il mondo, cercare qualcosa di più che una piccola città fantasma, ma i treni alla vecchia stazione erano fermi da anni ormai, sopra le panchine giacevano solo barboni e clandestini mendicanti. Provai a spostarmi a bordo della mia scassatissima cinquecento, consapevole che dopo un centinaio di chilometri sarei potuto rimanere a piedi, ma per una stramba coincidenza, tutte le uscite e i tunnel erano chiusi per lavori di manutenzione. Provai addirittura a salire sull’unico battello che collegava la terra ferma con le isole minori, ma ogni volta che prendevamo il largo, la nave cambiava rotta e tornava di nuovo in porto per un’avaria oppure per inconvenienti meteorologici. Allora dove erano andati tutti? Come avevano fatto tre quarti di abitanti ad andare via da Eula? In che modo? Osservavo i punti di approdo da un altipiano sulla collina e le uniche imbarcazioni, che vedevo arrivare all’interno del molo, erano vistosi velieri scuri che apparivano e scomparivano nel giro di poche ore, mentre all’orizzonte, quasi ai limiti del mio campo visivo, notavo grosse navi crociera e lunghi mercantili a pieno carico, transitare a largo della costa senza mai fermarsi, nemmeno per far rifornimento.

Cominciai a pormi serie domande che non trovavano alcuna spiegazione logica. Mi prodigai a domandare in giro e, a momenti, la gente mi prendeva per pazzo.

“Uscire? Non si può uscire, nessuno esce mai. Tutte le città sono chiuse, giovanotto, non lo sapevi?” – mi sentivo rispondere dagli anziani, fissandomi straniti, quasi fossi un alieno caduto dal cielo.

Ma come poteva essere possibile? Da dove arrivavano le merci? Dove andava a finire tutta quella gente che non ho più rivisto? Tutti mi allargavano le braccia e non sapevano dare una spiegazione.

Mi rassegnai per un po’ all’idea del viaggio e tornai alla mia solita vita, fino a quando una mattina, Baldassarre, il vecchio tipografo di zona, attaccò il proclama che aveva emanato il municipio per avvisare la cittadinanza che presto avrebbe demolito anche l’ultimo stabile di via Goletta, proprio l’edificio in cui avevo abitato da bambino, situato nella zona vecchia a nord di Eula. Mi faceva strano apprendere quella notizia, qualcosa mi scosse dentro, come se dovessero mandare davanti a un plotone di esecuzione un mio caro amico. Cercai di contattare l’ultimo proprietario di quell’appartamento, recandomi all’ufficio tecnico, ma gli impiegati mi riferirono che, sebbene avessero spedito svariate raccomandate di avviso, nessuno gli aveva mai risposto e quindi la casa andava buttata giù principalmente per ragioni di sicurezza, in quanto ormai troppo decrepita. Prima che la società demolitrice si recasse nel borgo con i mezzi pesanti, decisi di andare a fare un’ultima visita dentro quel covo di blatte. Mi presentai davanti al portone un’ora prima del tramonto, sperando di non attirare troppo l’attenzione di quella manciata di vicini curiosi rimasti ognuno nelle loro tane come spie, avevano l’antipatico vizio di sbirciare da dietro le imposte se un estraneo per errore capitava di metterci piede invadendo, magari per circostanze fortuite, quel territorio abbandonato a se stesso.

La corrente era stata staccata, la scala versava in uno stato pietoso, sentivo di essere ritornato bambino, proprio come in una delle mie vecchie scorribande dentro a uno di quei palazzi a cui fosse toccata una triste sorte, la stessa che adesso incombeva nella dimora che mi aveva visto venire al mondo. Doveva essere rimasta disabitata a lungo dopo il nostro trasloco. Compiuti i dodici anni, ce ne eravamo andati nella zona sud, nel quartiere adiacente al mercato ittico e ortofrutticolo.

Stavolta salii tutte le rampe, guardando bene di non inciampare in qualche piastrella scoppiata a causa dell’umidità e cercando di non affidarmi alla ringhiera arrugginita che in più punti ormai si era staccata dalla parete. Una piccola spallata e la porta d’ingresso cadde impattando sul pavimento, facendo riecheggiare il tonfo fino al piano terra. 

Tutto sembrava minuscolo rispetto a come me lo ricordavo da piccolo, ma davanti a me non risplendeva più il mobilio che mia madre soleva far rispecchiare con il suo olio di gomito. Topi e lucertole si erano appropriati di quel posto ormai vittima dell’incuria totale e della sporcizia più nefasta. Le ante della cucina penzolavano  mezze divelte, un soffio di vento ancora e sarebbero cadute anch’esse, sfracellandosi al suolo. Rimasi attonito nel constatare i vetri delle finestre ancora integri, quel perimetro striminzito di sessanta metri quadri sarebbe diventata una piccionaia piena di melma, proprio come i balconi nell’aria esterna circospetta dall’inferriata marcita e pericolante.

Tornai sui miei passi per dare un’ultima occhiata in camera da letto, d’innanzi alla porta qualcuno aveva tirato fuori l’enorme specchio ovale usato dai miei per specchiarsi, specie quando si vestivano bene la domenica mattina per andare a messa. Malgrado la polvere, vedevo il mio riflesso per intero fissarmi con apprensione, quasi con un atteggiamento di sfida. Provai una paura indicibile, chi aveva preso le mie sembianze in quell’immagine specchiata? Un colpo d’occhio fulmineo attorno a me non riuscì a focalizzare nessun oggetto che potessi usare per rompere quel maledetto oggetto, così presi una leggera rincorsa sopra il pavimento traballante dalla scheletratura fatta di travi di legno corrose dalle tarme e mi ci scaraventai contro, con tutto il peso del mio corpo.

Avvertii un calore che mi pervase dappertutto, temetti davvero di essere zuppo di sangue a causa del vetro infranto scoppiato in mille pezzi per terra assieme a me, poi svenni e restai in ostaggio di quella casa maledetta privo di coscienza fino all’alba del giorno successivo. Grazie alle prime luci del mattino e al rombo delle ruspe in arrivo, mi risvegliai e, con grande stupore, mi resi conto che non ero affatto ricoperto di sangue, non dappertutto almeno, avevo soltanto perso il mignolo destro. In definitiva, qualunque cosa albergasse dentro quella casa, era riuscita nel suo intento: staccarmi di netto un dito. Lo cercai sul pavimento in preda al panico e ai piccoli fiotti si sangue che ancora sgorgavano dalla mia mano, ma quella piccola parte di me se n’era già andata chissà dove, forse qualche ratto aveva rimediato una gustosa cena dopo tanti anni, a me non restava altro che tamponare la ferita, strappando una manica della camicia e avvolgendola attorno all’estremità mozzata.

Mi alzai in piedi e cominciai a scendere le scale, vacillando come un ubriaco, chissà quanto sangue avevo perso mentre ero rimasto svenuto dentro quel posto sinistro e maligno. Aprii il portone con un calcio ben assestato, gli operai mi videro uscire come un superstite sopravvissuto a una lotta senza esclusione di colpi. Immediate furono le telefonate ai soccorsi, Dio benedica chi ha inventato i cellulari! All’uscita della sala operatoria per ricucire quel che rimaneva della mia mano, due signori anziani mi aspettavano in sala degenza, dicevano di essere mia madre e mio padre, chiamati dal responsabile del reparto in caso qualcosa fosse andato storto, ma cosa mai poteva andare storto in una operazione alla mano?

Me lo chiesi molto tempo dopo in effetti perché, a dire il vero, avevo ben altro di cui preoccuparmi, i due signori di fronte a me, non mi avevano affatto riconosciuto, raccontarono di avere avuto sì un figlio circa trent’anni prima, ma che qualcuno gliel’avevano sottratto di notte in quella casa in via Goletta per non restituirglielo mai più. Soltanto più avanti capii realmente cos’era successo, quando riuscii a prendere il primo treno in partenza per fuggire da quel posto tetro e inverosimile. Adesso, era diverso, tutto funzionava come doveva, gli autobus, i collegamenti marittimi, i negozi e tutto il resto! Da bambino ero saltato in un’altra dimensione simile alla realtà che non era affatto la vera realtà, ma solo una sua pessima imitazione. Ancora oggi, mi domando chi diavolo fossero quei due individui che mi abbracciavano di notte, spacciandosi per i miei genitori, che mi avevano allevato  all’interno di una gabbia invisibile sotto forma di città marinara senza alcuna via d’uscita. Quella vecchia casa, probabilmente assieme a tante altre, site nell’antico borgo dei pescatori, fungeva da portale verso altre dimensioni, e se non avessi avuto la caparbietà di farci ritorno un’ultima volta, ancora oggi sarei intrappolato, visto che anche l’ultimo palazzo di quel luogo nefasto è stato raso al suolo proprio quel giorno. Ci è mancato proprio un pelo, anzi… un dito.      

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L’eredità di Malandra

Posted by on Mag 26, 2016 in Fantascienza

L’eredità di Malandra

Pippo Malandra è un povero pastore abruzzese che vive di stenti. Per lui le giornate sono tutte euguali e leggendo la sua storia non si può dire che sia un uomo davvero fortunato. Quando sembra che la sua vita sia destinata soltanto alla miseria e agli acciacchi in vista della vecchiaia, il fato bussa alla sua porta sotto forma di un legale che lo mette al corrente di un misterioso testamento. Chi l’avrà menzionato come ereditiere? E sopratutto, cosa avrà ereditato? Per scoprirlo, LUI dovrà prendere un treno per andare in uno studio legale a Milano, VOI dovrete leggere il libro!

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