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IL VISITATORE

Posted by on Mag 25, 2016 in Racconti brevi

IL VISITATORE

Ero sua, dopo un anno o poco più, ero finalmente sua, corpo e anima. Mi abbandonai tra le sue braccia come se avessi aspettato da secoli, fin da bambina, la sua venuta.

Facevo la cameriera in una stazione di servizio a quel tempo, una delle poche attività che mi consentissero di sbarcare il lunario in attesa di finire gli studi all’università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Sulla targhetta appesa sopra la mia vecchia divisa, c’era impresso ancora il mio nome di quand’ero una giovane sognatrice ingenua, Katie Myers. 

Veniva spesso a mangiare sedendosi ai tavoli dove servivo e mi guardava con la sua espressione candida, quasi angelica direi. Mangiava di tutto: il piatto del giorno, le crostate e perfino la schifosissima minestra di fagioli che cucinava Santos, quella specie di mezzo cuoco messicano. Solo da quei miseri dettagli avrei dovuto capire che c’era qualcosa di strano in lui, sembrava che assaggiasse ogni pasto come se avesse un sapore nuovo.

A chi dovrei raccontare questa pazza esperienza? Nessuno mi crederebbe! Potrei stare ore e ore a parlare di lui, descrivere le sue sembianze, le sue movenze, la maniera intensa in cui mi fissava. Mi faceva sentire speciale, a me, che portavo un paio di occhiali giganti sul naso e le lentiggini, alta appena un palmo sopra la sua metà, che spesso e volentieri gli rovesciavo il caffè sui pantaloni, tanto ero impacciata. A essere sincera, non aveva una bellezza prorompente, forse più dell’aspetto mi avevano attirato gli atteggiamenti singolari, prudenti e, in certe occasioni, ammiccanti.

Era timido, specie agli inizi. Da quel poco che capii, si sentiva a suo agio con me malgrado la lontananza da casa. Prendemmo confidenza con il giusto tempo, giorno dopo giorno; si presentava a lavoro con dei bigliettini bizzarri recanti strani disegni numerati accompagnati da frasi simpatiche o romantiche.

“Non buttarli via” – mi diceva, “vedrai che alla fine comporranno un grande favoloso disegno.”

Non ho mai capito chi fosse quello più uscito di senno, se lui che me li portava o io che li gettavo nel mio cassetto. Andavo sempre di fretta, sempre in corsa contro il tempo: i clienti da servire, gli esami da preparare, la casa da rassettare… troppa ansia, troppo stress!

Lo vedevo solo come un conoscente, una specie di disadattato solitario, a volte, quando torno indietro nel tempo con i miei ricordi, mi domando quando fu il vero giorno che persi la testa per lui. Probabilmente quella volta che mi chiese un passaggio a bordo della mia scassatissima Cadillac, sì… ora che ci penso, ricordo che appoggiò la mano sinistra sopra la mia spalla dopo che gli raccontai di tutte le mie storie strampalate che avevo avuto con quei decerebrati dei miei ex fidanzati, credo di aver buttato giù un paio di lacrime mentre guidavo verso sud in direzione di Mountain View, questo lo intenerì al punto da offrirmi un po’ del suo conforto. Da quel momento in poi ne fui come stregata, la sua aurea mistica si fuse con la mia sregolatezza, i suoi occhi freddi mi penetrarono nel cervello mandandolo in tilt, si era impadronito dei miei pensieri e non ho più saputo opporre resistenza.

Facemmo l’amore più e più notti, ogni volta come se fosse la prima, nessuno mi aveva fatto vibrare tanto in vita mia. Tastava il mio petto e sentiva le mie emozioni, mi sfiorava la fronte e carpiva ogni mio pensiero. Precedeva i miei passi con un giorno di anticipo come se avesse poteri di chiaroveggenza, se rischiavo di ammalarmi con un raffreddore, se mi fosse insorta un’emicrania, se la lama di un coltello mi avesse lacerato il palmo di una mano.     

Credevo di aver trovato un porto sicuro dove ormeggiare il mio cuore, qualcuno che fosse rimasto al mio fianco per sempre, poi di colpo, la rivelazione.

«Non mi hai ancora detto perché ti chiami Ron.» chiesi l’ultima notte che passammo insieme.

«Non è un nome, dal posto da cui provengo simboleggia soltanto la mia casta.» rispose lui, abbracciato dietro di me.

«Come? Dalle tue parti non avete nomi di battesimo? Cos’è, una tribù?» scherzai.

«Ormai posso dirtelo, visto che domani ti sveglierai sola e vorrai sapere il perché.»

«Che cosa stai dicendo?»

«Io non sono di questo pianeta, Katie. Sono arrivato qui per sbaglio, uno sbaglio che rifarei altre migliaia di volte. Ho mandato un segnale di soccorso prendendo in prestito questo corpo, l’uomo a cui appartiene lavora al Seti, solo da quel centro ricerche ho potuto tracciare la mia posizione per essere recuperato. C’è voluto più di un anno, ma fra qualche ora, i miei simili verranno a prendermi e io dovrò andare via insieme a loro.»

«Ma che diavolo dici? Fai uso di droghe adesso?» lo accusai agitata.

«Nessuna droga. Lo so che non mi credi, pensi che io sia pazzo, che ti stia ingannando, ma ti garantisco che non è così e al momento stabilito ne avrai anche le prove.»

«E da dove vieni allora? Cosa sei?» gli domandai preoccupata.

«Voi umani siete una razza primitiva, riuscite a percepire solo alcune delle tante dimensioni che in realtà esistono tra le galassie. Sono certo che anche spiegandoti, non capiresti, per noi sono come porte da attraversare per balzare da un luogo remoto del cosmo a un altro.» rivelò con una calma agghiacciante.

«Tu non andrai proprio da nessuna parte!» gli ordinai in preda alla collera, in quel momento mi sentivo raggirata, come se avessi a fianco uno dei soliti stronzi che conquistano una donna e poi se la svignano il mattino dopo.

«Tranquilla, non devi temere. Quando io me ne andrò, tu sarai nel sonno più profondo, non vedrai niente di sconvolgente e così potrò restituire questo corpo al legittimo proprietario.»

«E a chi apparterrebbe allora?»

«L’ho sottratto a un ricercatore del Seti, avevo bisogno delle sue credenziali per avere l’accesso in quel posto: carte magnetiche, documenti. A quest’ora sua moglie lo starà cercando, non so però se ne abbia una o se vivesse solo.»

«Se pensi che ti lasci andare via con questa scusa assurda, allora ti sbagli di grosso mio caro! Prenderò un litro di caffè se necessario, starò in piedi tutta la notte, aspetterò che si faccia giorno e vedrai che dopo ci faremo quattro risate. Queste sono tutte stronzate! Se sei sposato, potevi dirmelo prima no?»

«Calmati, non è così che andrà. Quei bigliettini che ti ho dato, mettili insieme seguendo l’ordine cronologico per come li hai ricevuti e dopo capirai.»

«Cos’è? Una specie di puzzle gigante?»

«Sì.»

«Tornerai a trovarmi?» gli chiesi girandomi verso di lui per guardarlo un ultima volta.

«Questo non lo so. Ci vogliono molti dei tuoi anni per attraversare i sentieri dello spazio.»

«Allora ho paura che non mi troveresti più, sarò vecchia a quel punto, oppure morta.»

«Dai sempre tutto per scontato, è uno dei tuoi maggiori difetti. Mi mancheranno le cose che avete qui: il cibo, la musica… l’amore. Tuttavia, non me ne vado senza lasciarti un dono.»

«Che regalo?»

«Mentre dormivi, durante queste notti, ho rallentato il tuo processo di invecchiamento, ho impartito un nuovo ordine alle tue cellule: si replicheranno e si sostituiranno con più lentezza. Questo dovrebbe regalarti una speranza di vita più lunga di venti o trent’anni se condurrai una vita sana e senza eccessi e, chissà, forse un giorno ci rivedremo.»

«Tutto ciò è ingiusto.» dissi piangendo «non puoi entrare nelle vite delle persone e poi andartene via in questo modo.»

«Io non volevo entrare nella vita di nessuno» raccontò rammaricato «sono capitato qui per sbaglio. Un giorno entrai in un bar per mangiare e mi sono trovato davanti un essere puro quasi quanto me, questo mi ha fatto perdere la testa e non ci sarà giorno che non ti penserò quando sarò in viaggio fra le stelle.»

«Portami con te allora!»

«Non sopravvivresti, noi siamo oltre la materia. Adesso chiudi gli occhi amore mio e cerca di dormire.»

Urlai un secco “no” che credo sia giunto oltre i confini della Via Lattea, pensavo di farcela, di restare vigile, ma poco dopo, Ron poggiò la sua mano sulla mia fronte, poi sugli occhi finché caddi in un profondo stato di incoscienza. Ne sapeva una più del diavolo e io non potei farci niente.

Mi svegliai il mattino dopo assieme al tizio al quale aveva sottratto le volontà. Si sentiva male come se si fosse risvegliato da un coma profondo. Chiamai un’ambulanza e andai a trovarlo in ospedale a sera che lo stavano già dimettendo. Lo tennero in osservazione tutto il giorno solo per precauzione, ma tutti gli esami cui era stato sottoposto risultarono negativi. Scoprii infine che si chiamava Marc Rogers e, a giudicare dai suoi vuoti di memoria, non era affatto l’uomo di cui mi ero follemente innamorata. A sua insaputa, presi informazioni per capire se soffrisse di qualche disturbo della personalità, ma non trovai nulla, poi mi ricordai dei bigliettini. Li attaccai uno accanto all’altro con precisione maniacale, finché non occupò metà di un’intera parete. Il disegno d’insieme che venne fuori fu una gigantesca mappa stellare che Dio solo sa dove portava, di sicuro oltre il nostro sistema solare. Chiamai un fotografo professionista e gli ordinai di imprimere quell’immagine su un supporto cartaceo, badando bene di farmi consegnare i negativi, poi li raggruppai in un bel mucchietto e bruciai i biglietti che Ron mi aveva donato, dissi al fotografo che quella era semplicemente una composizione artistica di un mio vecchio amico, solo così potei fornire una scusa plausibile evitando domande scomode.

Più passa il tempo e più comprendo quanto reale è stato tutto ciò che ho provato, l’amore verso un essere straordinario che mi ha fatto sentire speciale, sebbene soltanto per un anno.

Serberò sempre un posto speciale per lui nel mio cuore e nonostante i miei novant’anni, ancora oggi guardo le stelle ogni notte prima di andare a dormire, domandandomi in quale remoto angolo di Universo si possa trovare in quel determinato momento, sperando che un giorno faccia di nuovo rotta verso la Terra e ritorni da me per restare fino alla fine della mia vita.     

[Voti: 1    Media Voto: 5/5]
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IL FOTOGRAFO

Posted by on Mag 23, 2016 in Racconti brevi

IL FOTOGRAFO

Qual è il colmo per un fotografo? Vi chiederete. Dovrete sudarvela la risposta, ma vi garantisco che l’avrete solo alla fine della mia storia.

Mi chiamo Oliver e vivo a Hollywood, la mecca del cinema, dove i sogni prendono vita e poi rimangono per sempre nella storia o almeno così credevo quando sono arrivato da Boston per aprire il mio squinternato studio fotografico. Vi rivelerei anche il mio cognome se quanto sto per raccontarvi fosse soltanto un breve scorcio di quotidianità, dopo tutto, sono in cerca di pubblicità!

La verità è che io stesso stento ancora a credere a ciò che mi è capitato, non so se sono vittima di un brutto incubo o se devo rassegnarmi e basta.

Una sera di metà novembre, tanti anni fa, organizzai uno dei miei soliti casting strampalati per scegliere una modella e creare un book fotografico. Di solito mi facevo pagare se una di loro veniva da me per realizzarne uno privato da sottoporre a qualche casa di produzione oppure a un regista, a quei tempi però, ero a corto di lavoro e così creai l’evento per attirare delle ragazze a costo zero e successivamente portare il frutto della mia creatività a una mostra. Non è inusuale che gli artisti di prima leva come lo ero io dividessero lo studio a metà tra un posto di lavoro e un’abitazione, avevo preso in locazione un magazzino ben arredato che spesso fungeva anche da location per i miei scatti.

Ma a chi voglio prendere in giro? Ero indietro con l’affitto e Janine, la mia assistente, non percepiva compensi da almeno tre mesi, se dopo quella mostra non avessi più ricevuto incarichi, sarei dovuto scappare di notte e prendere il primo treno per lasciare la città, e se state pensando che sia uno di quelli che si portano a letto le giovani modelle in cerca di fama, beh… c’avete proprio azzeccato!

Era appena calato il sole quando una ventina di splendide fanciulle passarono dalla scrivania di Janine per la registrazione e presero posto in una sala attrezzata di sedie disposte in fila per cinque. Stavo per iniziare a presentarmi a loro con i miei soliti discorsi astratti pieni di paroloni da fenomeno da baraccone che servivano soltanto a creare false speranze e al massimo, rimediare una notte di sesso a buon mercato, quando all’ultimo momento entrò una donna che catturò completamente la mia attenzione.

Passò davanti a tutti con disinvoltura e un’aria smaliziata, quasi fosse venuta per fare un favore a qualcuno a differenza delle altre che sembrava avessero olio bollente sotto le natiche. Trovò posto nell’ultima sedia libera al centro della sala e prese a fissarmi manco fossi una specie di preda. Improvvisamente, cominciai a sentirmi scombussolato, accaldato come se al suo arrivo mi avesse strasmesso una malattia infettiva in un microsecondo, uno stato febbrile mai provato prima, sudavo e mi girava la testa. A metà del mio squallido show, dovetti interrompere ogni discussione, non riuscivo più a mettere insieme le parole.

Quando le presenti si accorsero del mio viso impallidito per paura che mi venisse qualche mancamento, a un a una, si alzarono e se ne andarono via.

“Maledizione” – pensai, “questa è proprio la fine”.

Potevo giurare di aver visto uscire tutti, invece la sconosciuta rimase esattamente al suo posto. Non sembrava giovane quanto le sue concorrenti che si aggiravano fra i venti e ventiquattro anni, doveva averne almeno dai ventisei in su. Mi piegai in due sulla mia sedia dietro la scrivania, tanto erano le fitte che provavo allo stomaco, ma cosa mi stava succedendo? Colpa di qualcosa che avevo mangiato? Qualcuna delle modelle che mi ero portato a letto mi aveva trasmesso l’Aids? Ancora non lo sapevo. Sentivo svanire la forza dal mio corpo, gli arti intorpiditi, un formicolio lungo tutta la schiena e lei non faceva altro che continuare a fissarmi per tutto il tempo. I minuti mi sembravano ore interminabili, “Chiami un’ambulanza, la prego!” – le gridai addosso, “Janine, Janine dove sei?” – urlavo delirante.  

Si alzò dalla sedia con un sangue freddo degno di un soldato nazista, badando bene di non distogliere mai i suoi occhi da me. Vestiva con un look retrò; all’inizio aveva addirittura solleticato le mie più torbide fantasie sul burlesque e già avevo ipotizzato per lei dei meravigliosi scatti in stile vintage, con la grazia che le era propria avrei di sicuro fatto faville!

Si adagiò sopra la scrivania e mi afferrò per la cravatta, “La tua Janine se n’è andata dieci minuti fa, le ho detto che volevamo restare soli…” – rivelò, sussurrandomi a un orecchio.

“Cristo!” – pensai, “Proprio adesso che ho la cera di un moribondo”.

“Non ti preoccupare, andiamo nella camera da letto, mi prenderò io cura di te, vedrai che dopo ti sentirai molto, molto meglio.” – disse sorridendomi.

Mi prese per mano e mi trascinò dall’altra parte del locale. Da come si atteggiava, credevo fosse pronta a sbranarmi, invece, mi chiese solo di farle una semplice fotografia. Si adagiò su un fianco, con una mano su una coscia e l’altra sopra il materasso, in un attimo di lucidità le feci quello scatto a figura intera.

“Senti, io non sto bene, non sono nemmeno sicuro che ci sia il rullino dentro questa macchina, perché non torni un’altra volta?” – le suggerii. Poi svenni e finii stramazzato sul pavimento, ricordo che udii distintamente la mia Nikon piombare a terra e sbriciolarsi in mille pezzi.

“Che tragedia! C’era mezzo rullino pieno di fotografie al suo interno!” – ricordai un secondo prima di perdere completamente i sensi.

Poco dopo mi svegliai, ed ero sul letto, nudo come un verme e quella donna se ne stava seduta accanto a me con una mano sopra il mio petto quasi le fungesse da stetoscopio mentre si fingeva un’infermiera provetta.

“Come ti senti adesso?” – mi chiese con un accenno di sorriso.

“Sto meglio, grazie.” – le risposi imbarazzato, “Perché sono senza i miei vestiti?” –  le domandai.

“Eri tutto accaldato, avevi la febbre alta, ma ci sono io qui con te e, poiché ti sei ripreso, adesso voglio farti un dono che non scorderai per il resto della tua lunghissima vita.” – mi rivelò con la sua voce suadente.

Ero così intontito che non mi balenò in testa nemmeno l’idea di chiederle come si chiamasse, mi trovavo nelle stesse condizioni delle peggiori sbronze da sabato sera dopo aver mandato giù fiumi di alcol un bicchiere dopo l’altro per dimenticare tutti i problemi che mi attanagliavano.

La sconosciuta si alzò in piedi e cominciò a spogliarsi adagio come una vera stripper: prima la camicetta color seta, spezzata dalle fantasie scure e rotonde, poi la gonna nera, il reggicalze, la bigiotteria e, infine, quello che rimaneva della lingerie.

Sfoggiò tutta la sua naturale bellezza impressa su un corpo statuario che sembrava scolpito dalle mani di un Dio, rimasi a guardare stupito ogni curva perfettamente levigata delle generose rotondità di cui era dotata e scrutai ogni tratto del suo viso che ancora oggi, di tanto in tanto, torna a trovarmi di notte nei miei sogni. Slegò i lunghi capelli bruni che aveva tenuto racchiusi con un fermaglio e li lasciò cadere sulle spalle. Sentivo una sensazione di freddo gelido lungo il mio collo, come se qualcuno c’avesse fatto scivolare sopra gocce d’acqua sciolte da un cubetto di ghiaccio. Armata di tutto il suo fascino, si accomodò accanto a me sul letto e ancora una volta poggiò la mano sopra il mio petto beandosi di ogni battito del mio cuore, nessun’altra prima di lei si era dimostrata così romantica a tal punto. Sorrideva, pareva felice in quei frangenti e teneva gli occhi vispi come una bambina davanti a un vaso pieno di caramelle. Prese posizione sopra di me, divaricando le gambe e portandomi alla vista tutta la gloria dei suoi fantastici seni sodi e rotondi. Il mio istinto animale stava emergendo pronto ad avere il sopravvento, e non volevo altro che saggiare quella pelle chiara, giovane e perdermi nella sua morbida freschezza. Conduceva lei il gioco, afferrandomi per i polsi e stringendoli proprio come un dottore avrebbe fatto per tastare la pressione arteriosa. Chi era quella donna? Non l’avevo mai vista prima da nessuna parte sulla faccia della Terra, nessun catalogo, nessuna foto, niente! In quel momento la vedevo solo come un angelo caduto dal cielo, scesa tra i mortali per portare le sue grazie ai poveri falliti come lo ero io.  

Si avvinghiò a me, mi bramava e riempiva la mia bocca di lussuriosi baci appassionati; mi teneva prigioniero sotto di sé come una fattucchiera incanta uno sconosciuto pagante con i suoi tarocchi, eppure viveva qualcosa di tetro nelle sue pupille che faceva temere per la mia insulsa vita, mi sentivo stretto da una mantide religiosa, che stacca la testa al proprio compagno dopo l’accoppiamento, anche se, in verità, pregavo che quel momento di estasi non finisse mai. Stavo godendo a pieno di ogni piacere terreno, ogni meravigliosa sensazione della carne, aveva avvolto il mio spirito immergendolo in un’incubatrice fatta di amore e di attenzione, non come le solite sgualdrinelle che si concedevano per il proprio tornaconto. Protagonista di uno straordinario gioco di ruolo, fu lei che entrò dentro di me, nello spirito. Mi abbandonai all’estasi, al dolce profumo dei suoi capelli, alle carezze lusinghiere e al suo sguardo complice, poi persi i sensi.

Riacquistai coscienza all’alba, quando il sole iniziò a penetrare dalla finestra che rifletteva la sua luce ai piedi del letto, avvertivo un forte bruciore sulle gambe e le ritrassi per paura che finissero in fiamme neanche fosse pieno agosto. Guardai tutto intorno a me, ma non c’era più niente, né lei né i suoi vestiti. Cominciavo a pensare che qualcuno mi avesse drogato, forse Janine, visto tutti i soldi che le dovevo, oppure una delle ragazze che mi aveva offerto un caffè fatto con la macchinetta che tenevo in cucina, una delle tante mosse astute per catturare la mia attenzione. Eppure il profumo di quella donna sconosciuta era rimasto sulle lenzuola. C’era solo una cosa da fare: sviluppare il rullino!

Andai nella camera oscura dopo che raccolsi la macchina fotografica che avevo abbandonato sul pavimento mezza scassata, sicuro delle risposte che mi attendevano sotto forma di immagini. Ironia della sorte, stavo proprio bene immerso nel buio, al riparo della luce naturale, che avessi sviluppato una sorta di nuova intolleranza?

Un paio d’ore più tardi le figure iniziarono a emergere sulla carta. Appesi gli scatti per farli asciugare, come al solito. Lungo un’abbondante sfilza di figure ritratte nelle vesti di splendidi corpi femminili, arrivai a intravedere il volto ammaliante di quella specie di vedova nera fatta donna.

L’asciugai per bene, poi accesi la luce e, come per magia, le sue sembianze si erano dissolte nel bel mezzo dell’obiettivo. Una sensazione di paura mi attorcigliò le budella, non poteva essere vero, non era possibile che avessi fotografato un fantasma! Eppure il letto dentro lo scatto era completamente vuoto! In un gioco di luci e ombre intravidi delle macchie poste sullo specchio che era appeso sopra la testa del letto, avrei giurato di aver fotografato anche il mio riflesso al suo interno, mi aspettavo di vedere il mio corpo con la faccia coperta dalla mia Nikon stretta tra le mani mezzo moribondo. Così decisi di fare un ingrandimento. Quando sviluppai per l’ennesima volta la foto, al centro dello specchio non trovai nessuna figura a parte l’ombra della mia macchina fotografica, tuttavia, campeggiava una scritta fatta con un rossetto color rosso sangue che recava il messaggio: “Benvenuto nel mondo dei vampiri.”  

Qual è dunque il colmo per un fotografo? Direte voi. Provare lo sballo? Sfasciare l’attrezzo del mestiere? Tentare la strada del successo con ogni mezzo?

No, il colmo per un fotografo è correre in bagno terrorizzato e scoprire che la sua immagine non si riflette più nello specchio!

[Voti: 2    Media Voto: 3/5]
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IL PAZIENTE W117

Posted by on Mag 19, 2016 in Racconti brevi

IL PAZIENTE W117

Dal diario di Irina Pavlov, 15 maggio 2016.

Oggi mi trovo a scrivere una delle pagine più complesse e stravaganti di tutta la mia vita. Da quando ho intrapreso la carriera di neuropsichiatra, ne ho visti di casi strani, anzi, fino adesso a quarantasei anni suonati pensavo di averli visti proprio tutti, ma mi sbagliavo. Credo di averlo già scritto un centinaio di pagine addietro di aver preso a cuore questo mestiere a causa di mia sorella maggiore, quando fui grande abbastanza e compresi il profondo senso di impotenza che attanagliava il mio stato d’animo nel guardare ogni giorno quella ragazza soffrire di schizofrenia, l’unica cosa che potevo fare era dedicare la mia vita a cercare con ogni speranza, con tutte le mie forze di dare almeno un contributo scientifico.

Da studentessa tirocinante provai grande stupore e curiosità d’innanzi ai casi di malattie mentali gravi e complessi, poi venne il giorno che indossai il camice e presi regolare servizio presso la struttura in cui mi trovo tutt’ora, dopo il crollo del muro di Berlino ne sono cambiate di cose qui a Mosca.

Ho visto persone picchiare la testa tutto il giorno contro il muro, pazienti con disturbi bipolari, chi perde la memoria, chi crede di essere uno spirito reincarnato, c’è chi giura mano sul fuoco di essere Napoleone Bonaparte e chi tenta di buttarsi dalle finestre convinto di saper volare, ma il paziente W117 rappresenta un vero dilemma per me in questi giorni e non so proprio che pesci prendere.

Si chiama Viktor Ivanov o almeno così recita la sua cartella, lui invece sostiene di chiamarsi Sergey Makarov, età trentotto anni ed è convinto di essere nato nel 1926. I suoi racconti, le sue visioni, sono così colmi di dettagli che fatico non poco dal farmi coinvolgere di persona. Sollecitato più e più volte attraverso test psicologici, della memoria e perfino con l’utilizzo dell’ipnosi regressiva, egli è certo di essere un cosmonauta russo e di aver preso parte a una missione segreta ai tempi del comunismo attraverso un programma di esplorazione spaziale chiamato Voschod 3 nome dell’omonima capsula che venne lanciata oltre l’atmosfera terrestre per testare gli effetti dell’assenza di gravità e il grado di sopportabilità del corpo umano. Secondo le sue dichiarazioni, dopo il successo di Jurij Gagarin del sessantuno, nell’anno 1964 la Russia si era già portata avanti negli esperimenti altamente classificati per concorrere alla conquista dello spazio contro gli Stati Uniti, continuando a lanciare capsule vuote, usando animali come cavie e scegliendo uomini addestrati al massimo livello per servire gli obiettivi della madre patria.

Il soggetto è spesso colto da raptus improvvisi di paura incontrollata a causa di esperienze allucinatorie, a suo dire, frutto della solitaria avventura al di fuori del nostro pianeta. A dimostrazione di quanto affermo, riporto di seguito, parola per parola, una delle sue lettere spedite nel tentativo di ristabilire un contatto con quella che lui crede essere la sua famiglia.

“Scrivo questa lettera ai miei due figli, Radim eKhristoforMakarov. Sarete diventati grandi ormai, molto più di me. Non sono nemmeno sicuro se vostra madre sia ancora viva perciò scrivo a voi. Penserete che io sia matto, come tutti qui dentro del resto, ma io sono vostro padre Sergey, vi lasciai che avevate quattro e sette anni. Sono stato rinchiuso in questa clinica psichiatrica quattro mesi fa mentre mi aggiravo da solo per la città cercando di ritrovarvi. Ricordo di aver bussato alla porta di casa, la mia vecchia casa, e che mi aprì una giovane donna, ovviamente non mi riconobbe e nemmeno io riconobbi lei, ma seduta su un divano in cucina c’era una donna molto anziana che somigliava tanto a vostra madre, la mia amata Ivanna. Dio mio, quanti anni sono passati! Più di cinquanta secondo i miei calcoli. Guardate tra le foto di famiglia ve ne prego, sceglietene una e poi venite a trovarmi al più presto, io sono ancora vivo, sono giovane come quando lasciai la Terra molto tempo fa! Non lo so cosa sia successo, credevo che mi avrebbero dato una spiegazione, ma gli agenti del governo stanno insabbiando tutto! Hanno cancellato tutto di me, la mia intera esistenza! Ho visto un’immagine dove c’era la mia lapide e poi mi hanno creato una nuova identità falsa. Vogliono farmi credere di essere matto, ma non è così! Dovete venire a prendermi, vi racconterò ogni particolare! Se vi ricordate della giostra con i cavalli, saprete in cuor vostro chi sono. Vi voglio bene, vostro padre Sergey.”

 

Una lettera commovente, non c’è che dire. Tuttavia, non sono sicura che queste missive arrivino a destinazione, di norma il direttore dell’istituto vaglia caso per caso, se autorizzare la spedizione oppure mandare tutto al macero. Il paziente è solito voler parlare in privato con me, è probabile che per qualche motivo la mia figura tenda a rassicurarlo. Racconta sempre la stessa storia: dozzine di discorsi atti al lavaggio del cervello prima dell’esperimento top secret. La totale abnegazione nei confronti della missione e della patria comunista; il lancio della capsula verso l’ignoto, la vista della Terra da lontano, poi un calore estremo come se il mezzo fosse stato risucchiato in una gigantesca brace, la perdita del segnale radio durante le ripetute richieste di soccorso e poi un campo visivo nero durato ore prima del ritrovamento in mare aperto. “Qualcosa mi ha spinto avanti nel tempo” – si ostina ad affermare.

Dice di essere stato tratto in salvo da una nave mercantile a nord dell’oceano indiano, nessuno lo riconobbe, ufficialmente la missione non è mai esistita e la capsula che l’aveva riportata di nuovo sul nostro pianeta era affondata quasi subito. Tornato a Mosca, dopo mille peripezie, niente era più come l’aveva lasciato. Si aspettava un rimpatrio da eroe, e adesso, quella stessa nazione che l’aveva convinto a sacrificarsi (per non dire costretto) negava addirittura che fosse mai esistito. Recatosi al cimitero, ha scoperto la tomba dove in teoria sarebbe stata seppellita una bara vuota, la data della sua scomparsa sulla lapide risale all’anno 1965. Alla vista dei moderni veicoli e dell’attuale tecnologia in uso dai cittadini è rimasto esterrefatto, io stessa ho cercato di spiegargli il salto evolutivo della storia liberaldemocratica fatto finora dal governo russo, tuttavia, è stupefacente che attraverso i notiziari alla tv, abbia compreso che il capitalismo stia in realtà facendo razzia di democrazia e diritti civili, lasciando ancora una volta i veri poteri sempre nelle mani di pochi strapotenti esponenti del mondo, oggi globalizzato.

È affamato di informazioni, non riesce a spiegarsi con quale scusa le autorità abbiano celebrato il suo funerale. Dopo alcuni episodi di isteria, il direttore della struttura ha aumentato le dosi di tranquillante e deciso di vietargli ogni tipo di fonte di informazione. Giornali, televisione, radio, qualunque cosa che fosse in grado di scatenargli un attacco emotivo.

Personalmente ho delle idee molto confuse su questo paziente. Se almeno qualcuno andasse ad aprire quella tomba!

Ieri pomeriggio è venuto un uomo dai capelli grigi che chiedeva di lui, sostiene di essere uno dei suoi figli, Radim, “il più giovane” secondo i suoi racconti. Ah, se tutto questo fosse vero penso che impazzirei anch’io. La cosa strana però è un’altra. Non appena le telecamere di sorveglianza lo hanno inquadrato al suo arrivo, il capo della sicurezza è intervenuto immediatamente bloccandolo all’ingresso. Questo non dovrebbe avere senso a mio parere, perché negare delle visite a un paziente? Da quando si trova qui sono venuti solo un paio di uomini a trovarlo e non avevano proprio l’aria di essere dei parenti affettuosi.

Ho un’amica infermiera giù al piano terra, gli ho dato precise istruzioni nel caso qualcun altro si presenti per cercare Viktor, o Sergey, come preferisce essere chiamato lui. Se quel povero disgraziato ha davvero viaggiato nel tempo solcando le vie dello spazio, io voglio le prove!       

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