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La macchina da scrivere

Posted by on Mag 10, 2016 in Racconti brevi

La macchina da scrivere

Se state leggendo queste poche righe, allora significa che sono già morto, in un modo o nell’altro.

Mi chiamo Lenny Scott e se siete vissuti negli anni cinquanta allora avrete senz’altro capito chi sono. Ho cominciato la mia attività letteraria nel quarantadue scrivendo piccoli gialli in una rubrica del New York Times, il vecchio direttore, Marcus Lewis, mi doveva così tanti favori che alla fine mi aiutò a far decollare la mia carriera. Gli avevo procurato molti scoop a dir poco interessanti e soffiate preziose, negli ambienti altolocati tra la politica e i personaggi famosi, la gente impazziva per gli scandali e il gossip aumentava le tirature meglio di ogni altra notizia. Fu così che ottenni una scrivania ufficiosa in un angolo, in mezzo ai giornalisti d’assalto, ma io non volevo affatto fare il giornalista, se eri un tipo intelligente, a quel tempo, sapevi quanto corta fosse la vita dei ficcanaso da inchiostro.

Mi guadagnavo il pane scrivendo brevi avventure, spesso prendevo ispirazione da fatti realmente accaduti e li mescolavo sapientemente con la mia fantasia, una virtù di cui mi sono sempre servito anche nella vita di tutti i giorni, specie quando mi ritrovavo nei bar  con l’intento di rimorchiare qualche bella donna dall’aria malinconica. Ho avuto sempre un debole per le fanciulle indifese, non so perché. Forse mi impietosivano, oppure ero soltanto bravo a prendermene cura, ascoltando le loro storie da cui prendevo astutamente nota per buttare giù altre nuove fantastiche avventure il giorno dopo. Lo ammetto, la mia non è mai stata un’ascesa del tutto limpida, specie agli inizi. Durante la gavetta, dovevo spiccare il volo in un modo o nell’altro e ogni occasione non andava sprecata per nessuna ragione. Avevo l’odioso vizio del fumo da soddisfare e i bicchieri di alcol, durante le nottate in dolce compagnia, non si contavano. Spesso dovevo cambiare locale, al Double Ring il conto si era allungato a dismisura.

Sapete com’è, la fortuna non dura mai troppo, quando Lewis andò in pensione, il nuovo direttore chiuse immediatamente la mia rubrica facendomi uscire dalla porta principale con una pacca sulla spalla e una telefonata di raccomandazione presso l’ufficio della Baker Publishing, una casa editrice che pubblicava romanzi di genere e li distribuiva in gran parte degli stati orientali d’America. Un’amara liquidazione che dovetti accettare a denti stretti. Mi presentai dall’editore, John Baker, che mi accolse con una calorosa stretta di mano e un bicchiere d’acqua di rubinetto, ce l’aveva scritto proprio in faccia quanto fosse taccagno e megalomane, aveva la scrivania piena di bizzarri souvenir e le pareti dell’ufficio tappezzati di bandiere e poster di esponenti di spicco della letteratura classica e perfino del teatro, ma niente di strettamente contemporaneo, tutto mi faceva presagire che non sarebbe stato facile convincerlo a pubblicare uno dei miei manoscritti.

Tuttavia, la raccomandazione ottenuta aveva sortito un effetto insperato, delle tre storie che consegnai ai revisori, una faceva al caso loro e quando fu pubblicato il mio primo romanzo giallo, il pubblico era così entusiasta che il libro dovette andare in ristampa. Anche la critica mi appoggiava a quell’epoca, l’ambiente all’interno del mondo giornalistico aveva giocato un ruolo favorevole, evidentemente. Decisi, perciò, che diventare scrittore sarebbe stato il mio destino, la mia passione e il mio mestiere per il resto della mia vita e volli battezzare quel momento felice acquistando una nuova macchina da scrivere; sapevo che un giorno sarebbe diventata famosa, un oggetto di culto per gli appassionati anche dopo la mia morte e quindi mi serviva qualcosa di veramente originale.

Andai in una bottega in centro dove, tra l’altro, era possibile dare in permuta le vecchie scriventi, ma nessun modello in esposizione riuscì a catturare la mia attenzione. Erano macchine nuovissime con tutti i tasti pronti a scattare e imprimere nero su bianco nuove storie avvincenti, sentivo però che qualcosa mi frenava. Preso dalla nostalgia, cercai di ammazzare il tempo spendendo qualche ora della mia giornata per andare a trovare il vecchio Lewis per bere qualcosa e ricordare i bei vecchi tempi andati. Mi accolse con un grande sorriso, sia lui che la moglie anche se, con grande rammarico, più che una birra dovetti accettare the e biscotti. Credo che anche lui non li accettasse di buon grado, visto che io l’avevo conosciuto a lavoro che mandava giù whisky come fosse camomilla, evidentemente la sua consorte lo teneva in riga, almeno dentro le mura di casa. Poveretto, doveva proprio mancargli l’avventura quotidiana cui era abituato, nella sua dimora non aveva granché da fare. Non lo ammetteva mai apertamente, ma posso affermare in tutta tranquillità che nutriva della stima nei miei confronti, diceva che gli ricordavo lui quand’era più giovane e che gli faceva piacere che avessi intrapreso la mia nuova vita nel mondo dei libri. Così, prima di andarmene, volle regalarmi a tutti i costi la sua prima macchina da scrivere, quella che gli portò fortuna agli inizi della sua carriera quando scelse di fare il giornalista esolcava con le proprie scarpe le scene del crimine.

“Quanti articoli ho scritto con questa, caro Lenny! Omicidi, rapine, scippi, interviste, che hanno fatto la storia a New York! Adesso la cedo a te, è ferma da un bel po’, ma se cominci a battere forte, sono sicuro che tornerà a funzionare a dovere, non ne fanno più così!” – disse sorridendomi.

Non l’avesse mai fatto. La colpa comunque fu mia. Ingenuamente gli avevo accennato che stavo girando per una nuova scrivente e lui pensò bene di farmi un regalo più che gradito, chi poteva mai sapere cosa sarebbe successo dopo?

Era una vecchia Underwood cinque nera, più vecchia e pesante della mia Remington a dire il vero. La portai nella stessa bottega che avevo visitato prima e feci un accordo con Frank Marshall, il negoziante: se fosse riuscito a rimetterla in sesto e a farla funzionare correttamente, gli avrei lasciato la Remington in permuta. Frank accettò quasi subito la mia offerta, aveva un laboratorio nel retro, e nel giro di una settimana trovò il tempo di pulirla e revisionarla per bene.

Me la fece provare prima della consegna, devo ammettere che Marshall aveva le mani d’oro, scriveva in maniera eccelsa, era proprio un piacere pigiare su quei tasti. Non vidi l’ora di portarla a casa per buttare giù qualche riga. Effettuai lo scambio e mi rintanai nel mio piccolo appartamento nella quattordicesima strada, un posto davvero angusto a quei tempi, aspettavo ancora gli introiti del mio primo best seller e dovevo aspettare la pubblicazione di almeno altri uno o due romanzi prima di poter lasciare quella topaia. L’acconto che mi fece pervenire il mio editore bastò per fare una bella scorta di cibo e isolarmi quindi dal resto del mondo. Presi posto davanti alla mia scrivania con accanto una cospicua pila di carta nuova e lasciai fare alla mia fantasia. Scrissi la storia di una bambina che veniva brutalmente assassinata da un misterioso maniaco omicida proprio a New York di cui l’assassino non venne mai trovato. Inventai una deliziosa suspense aggiungendo proprio il dettaglio di un criminale seriale che, di volta in volta, uccideva ragazzini senza un motivo apparente. Dopo appena quattro mesi, il manoscritto stava già sul tavolo di Baker che lo lesse tutto d’un fiato con la stessa velocità della tequila che si scolava dopo il lavoro e, qualche volta, anche durante, perfino la sua amante gli rimproverava spesso di avere l’alito puzzolente, ma il vizio era più forte di lui. Non so se in quel determinato periodo era più ubriaco del solito, fatto sta che il libro andò immediatamente in stampa e fu un vero successo. Poi accadde una cosa davvero strana. Neanche una settimana dopo la pubblicazione, un pericoloso squilibrato aveva iniziato a macchiare le strade della città con una lunga lista di efferati delitti, scegliendo come vittime proprio dei ragazzini innocenti. Li uccideva dove capitava: al parco, in mezzo a un vicolo, sotto uno scantinato, ovunque ne avesse avuto la possibilità, un vero Diavolo. All’inizio non ci feci caso, poi le analogie presero a emergere delitto dopo delitto, con le stesse modalità descritte nel mio libro. La cosa non sfuggì certo alle attenzioni dei mass media, si scatenò un vero putiferio! In quel preciso momento temetti con apprensione per la mia vita e la mia carriera da scrittore, pensai che Baker prendesse questa vicenda come una brutta macchia per la sua casa editrice, invece, tutto quel chiasso aumentò spropositatamente le tirature del mio giallo. Le interviste fioccavano da ogni dove e proprio John mi obbligò a sottostare a ore e ore di interminabili pseudo interrogatori da parte dei giornalisti che attirarono l’interesse della polizia. Passare dal quinto distretto fu inevitabile, spiegai in tutti i modi possibili al commissario che doveva trattarsi solamente di una coincidenza fortuita e che nessuno in poco meno di una settimana poteva leggere una storia di quattrocento pagine e riuscire a emularla in gran parte dei dettagli. Quel bastardo di un assassino uccideva proprio come il mio personaggio principale, con un coltello a serramanico, e questo faceva sospettare ai detrattori che ci fosse una qualche correlazione tra il romanzo e gli omicidi. I guadagni miei e della Baker Publishing schizzarono alle stelle e grazie a quei soldi potei cambiare casa, sperando che investigatori e ficcanaso non mi corressero dietro. Un anno dopo andai a vivere in un appartamento più grande e comprai perfino un’auto nuova di zecca, una bellissima Tucker Torpedo color argento. Fui come stregato quando la vidi all’interno dell’autosalone, se ne stava sopra una pedana girevole sotto lo scintillio dei riflettori che la facevano brillare come un gioiello in esposizione. Finalmente niente più taxi e niente più attese sui marciapiedi. Il mio ultimo acquisto mi regalò nuove frizzanti avventure urbane, prima fra tutte, l’incontro con la mia fidanzata, Nicole Adams. Ci incontrammo proprio nei meandri di un parcheggio sotterraneo, lei guidava una vecchia Buick scura, piuttosto malconcia a una prima occhiata. Aveva bucato una gomma e la sua macchina era parcheggiata proprio accanto alla mia, non potevo far finta di nulla, lei era così avvenente! Faceva la segretaria presso uno studio privato e viveva tutta sola, in seguito mi disse che proveniva da Chicago. Cosa mai poteva motivare una donna a trasferirsi così lontano? La curiosità ci spinse ad ampliare la conoscenza davanti a un drink per ringraziarmi della ruota che le avevo aiutato a cambiare. Lei non mi riconobbe subito, dovetti mostrarle una copia del mio romanzo che tenevo nel portaoggetti per convincerla che ero un vero scrittore. Nicole era davvero graziosa, speravo proprio di fare colpo su di lei, aveva un fascino particolare, da vera signora. Non fu affatto facile spiegarle quelle vicende misteriose circa gli assassini dei minorenni, il caso volle che i delitti si fermassero a una quindicina di vittime in concomitanza con il rallentamento delle tirature, un dettaglio che Baker non trascurò e che anzi mi teneva incollato alla cornetta del telefono pregandomi di scrivere un altro best seller. Gli chiesi di darmi tutto il tempo necessario, la verità era che volli prendermi il giusto spazio per vivere la mia storia d’amore con Nicole. Non pensavo che potessi innamorarmi così di una bella donna. In poco tempo crebbe in me la paura di perderla, come, non lo sapevo. Colsi al balzo un nuovo vento d’ispirazione e tra una serata romantica e l’altra, trovai il tempo da dedicare a un nuovo romanzo dalle sfumature drammatiche. Scrissi una straziante storia di un uomo che a causa di un incidente d’auto aveva perso l’amore della sua vita. Buttai giù quella storia con lo stesso amore che provavo per la mia donna, mai prima di allora avevo scritto qualcosa con tanta passione!

Alla casa editrice non piacque molto quel tipo di romanzo, volevano a tutti i costi seguire la scia dei gialli poiché era il genere di punta che gli garantiva soldi veri, quelli con tanti zeri. Dissi a Baker che non avevo altro per le mani in quel momento e lo pregai di farmelo pubblicare in onore di Nicole, la persona cui l’avevo specificatamente dedicato con tanto di nome a pagina tre. Che Dio mi fulmini per quello che ho fatto! Neanche un mese dopo l’uscita di quel libro, la mia fidanzata morì tra le lamiere della sua Buick. Nel rapporto, la polizia stradale specificò che la vettura aveva perso aderenza a causa dell’asfalto reso viscido dalla pioggia, Nicole morì sul colpo, sbattendo violentemente la testa sul volante.

Non volevo credere a quello che era successo, non aveva senso! Non era possibile che tutto ciò che mettevo nero su bianco, alla fine, si tramutasse in realtà. Eppure i fatti parlavano chiaro, possibile che fossero solo coincidenze? Tentai in tutti i modi di darmi una spiegazione, ne cercai perfino dallo psicologo che mi tenne in cura per un paio di mesi. Rischiavo di essere preso per pazzo o un ingenuo credulone, fatto sta che avevo perso la cosa più cara di tutta la mia vita e non riuscivo a darmi pace. Andai in depressione, mangiavo poco, e scrivevo ancor meno. Dovevo elaborare il mio lutto e conoscendomi, sapevo che non sarebbe passato in fretta. Ben presto le mie finanze tornarono a crollare verso il basso, mi lasciai andare in maniera rovinosa, non pubblicai più niente per due lunghissimi anni, tanto che il telefono arrivò a non squillare più, non solo per i dissidi con la casa editrice, ma anche per colpa delle bollette arretrate. Rischiavo quasi di finire per strada se non trovavo alla svelta la maniera di pagare l’affitto, dovevo inventarmi qualcosa e subito. Nicole mi mancava tanto, una donna nel fiore dei suoi anni non dovrebbe mai morire così, mi sentivo in colpa e, un giorno, colto dalla disperazione, decisi di andare a trovare il vecchio Lewis a casa sua per scoprire da dove cavolo fosse saltata fuori quell’infernale macchina da scrivere, magari qualche dettaglio in più avrebbe potuto gettare uno spiraglio di luce su tutti quegli strani accadimenti. Le intenzioni erano buone, in effetti, peccato che il povero Marcus avesse deciso anch’egli di lasciare questa vita a causa di un infarto. Sua moglie era addolorata, quasi quanto me, ma non mi raccontare nulla circa la provenienza di quell’aggeggio. Disse che giaceva già nello scantinato quando si era sposata ed era venuta a vivere in casa con Lewis. Quale sorta di maleficio avevano fatto a quella scrivente? Potrei perfino dubitare della carriera fatta da Marcus se penso per assurdo che potesse scrivere articoli di cronaca che si realizzavano poco tempo dopo, non avrebbe dovuto fare altro che redigerli, aspettare che avvenissero e poi mandarli alle rotative, non farebbe una piega come teoria, la sua carriera sarebbe stata assicurata, come infatti, è avvenuto! Che razza di fortuna sarebbe mai questa? Crearsi un avvenire passando sopra i cadaveri del prossimo! Marcus, cosa hai combinato in tutti questi anni! Chissà se era consapevole della sua coscienza macchiata di sangue, avrebbe dato un senso a tutto il whisky che riusciva a scolarsi all’insaputa della moglie.

Capii che presto mi sarebbero mancati i soldi perfino per le sigarette e ne avevo fumate in grosse quantità negli ultimi tempi; vivevo in preda al nervoso e alla paranoia, fin quando non decisi di fare un tentativo davvero insolito. Mi rimisi davanti alla Underwood, raccolsi quante più idee potevo e, alla fine, battei la storia di uno scrittore fallito che, di colpo, vinse un grosso premio in denaro grazie alla lotteria, riuscendo a cambiare vita da un giorno all’altro. Nessuno potrebbe mai crederci, però posso giurare sulla tomba della mia defunta fidanzata che ben cinquecentomila dollari entrarono dritti dentro le mie tasche. Non ebbi nemmeno occasione di pubblicare la bozza del manoscritto, mi bastò scrivere la storia e comprare una decina di biglietti, aspettando il giorno dell’estrazione.

Usai quei soldi per riottenere il successo e la mia dignità. Decisi di cambiare casa editrice e di partecipare perfino alle spese di stampa e distribuzione come socio attivo, in maniera tale da poter pubblicare tutto ciò che volevo senza censure e ritrovarmi con i bastoni tra le ruote. Mi ero fatto degli amici e chi mi conosceva, non faceva altro che stimarmi. A chiunque provassi a raccontare quelle storie assurde nella mia ristretta cerchia, mi sentivo rispondere che probabilmente si trattava solo di sfortunate casualità. E io? Cosa potevo fare, se non mettere alla prova la loro incredulità? Ogni volta che scrivevo, qualcuno moriva, oppure diventava cieco o vedovo. Dovevo mettere fine a quella maledizione! Certo, avrei fatto prima a cambiare macchina da scrivere, ma con quale coscienza potevo abbandonare questo pericoloso arnese maledetto? Meglio che non esca più da questa casa, è una cosa alla quale avrebbe dovuto pensarci il suo precedente proprietario o forse quello ancora prima di lui, anzi no, chi l’aveva direttamente messo in commercio! Ormai quello che è fatto è fatto. Ho scritto un nuovo romanzo, l’ultimo della mia bizzarra vita da artista azzardato. Si trova nel penultimo scaffale di questa stanza, parla di uno scrittore di New York che ha fatto un cattivo uso di un potere malvagio e, sopraffatto dal rimorso, decide di togliersi la vita.      

FINE

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2025: Apocalisse d’Europa

Posted by on Gen 5, 2016 in Senza categoria

2025: Apocalisse d’Europa

In quanto bozza parziale, ogni errore ortografico grammaticale è da riconsiderarsi in fase di editing.

«Non è che avresti un sigaro per caso?»
«Non si fuma dentro casa mia Vince. Forse dovrei chiamarti con il tuo nome di battesimo, Vincenzo, è così che ti chiami veramente.»
«Erano anni che non mi sentivo chiamare con il mio nome italiano, ma poi… questa catapecchia hai il coraggio di chiamarla casa?»
«Io sono una persona di umili origini, questo però non ti esula dal non seguire le mie regole, dovresti concentrarti, restare lucido, non puoi abbandonarti alle cose futili a cui eri abituato nella tua vita precedente.»
«Ah! Le tue regole! Ma dico, ti senti quando parli? Tu e tuo padre dov’eravate quando io avevo ancora la mia vita precedente?»
«Ora non esagerare. Ricordati chi hai davanti, è più di mezz’ora che ne stiamo parlando.»
«E tu ci giri ancora intorno, chi è il più cocciuto fra noi? Che cosa rischio se mi azzardo a parlare senza peli sulla lingua con te?»
«Potresti guadagnarti un biglietto per l’inferno, per esempio.»
«Come fai a restare così impassibile? Dopo tutto quello che è successo? Non hai visto quanta gente è morta? Non hai visto quanti bambini piangevano? Quanti sono rimasti orfani? Quanti mutilati? Ti sembra una cosa normale? Ti sembra normale! Io l’inferno l’ho già visto sulla Terra!»
«Libero arbitrio Vince, libero arbitrio. Tutta le gente morta da innocente verrà a me, i responsabili di queste atrocità, invece, sconteranno le loro punizioni per il resto dell’eternità. Questo non è sufficiente?»
«No che non lo è, ti devi mostrare alla gente hai capito! Ti devi mostrare! Ti devi mostrare! Ti devi mostrare!»

E’ così che Vince Marciano si risvegliò improvvisamente agitato e scosso, sognando di inveire contro Gesù dopo averci tranquillamente conversato come se fosse una persona qualunque. Con grande stupore, si era trovato a sfogare le sue frustrazioni anche durante il sonno quando non lo faceva da sveglio, rompendo i vetri dei negozi già depredati o delle auto lasciate parcheggiate lì, dove erano rimaste ormai da mesi, immobili e piene di polvere.
Si era fermato a sud nelle desolate campagne di Charleroi, in un casolare abbandonato lontano dai pericoli, giusto il tempo di riposare qualche ora e poi riuscire a rinforzare la sua Range Rover con la guida a destra color argento. Probabilmente, se ne avesse avuta l’occasione, l’avrebbe anche ridipinta di verde scuro o di qualunque altro colore gli sarebbe stato opportuno per riuscire a mimetizzarla quanto più possibile e farla passare inosservata perlomeno da lontano. Attirare l’attenzione era l’ultima cosa che voleva. Non serviva certo un carrozziere all’ultimo grido, lo avrebbe fatto anche a costo di dipingerla a mano con un rozzo pennello buttandogli addosso una secchiata di smalto nelle superfici più ampie come il tetto e il cofano anteriore, ma non gli era ancora capitato di passare davanti a una ferramenta, aveva trovato solo due grossi bull barr che penzolavano da una vecchia Jeep cappottata quando capitò di passare nei pressi di Ashford per dirigersi rapidamente a Folkestone nel tentativo di oltrepassare il tunnel della Manica ad ogni costo. Ci era riuscito miracolosamente grazie ad un gruppo di altri superstiti che caricarono la sua e altre vetture su un treno spingendolo poi con un grosso camion fino a Calais, la sponda francese.
Era di costituzione normale Vince: alto uno e settantadue, moro, carnagione chiara, occhi piccoli e scuri immersi negli zigomi piuttosto espansi, sembrava più un tipo dell’est che un uomo di origini italiane e qualche capello bianco gli ricordava allo specchio di avere ormai quarantadue anni suonati.
Non c’era più tempo. Doveva montare, come meglio poteva, quei due grossi lamierati tubolari nel suo fuoristrada perché durante il viaggio gli capitava spesso di incappare in incresciosi incidenti, tipo investire un grosso animale o addirittura qualche essere umano. Sì, perché di tutte le peggiori apocalissi che gli sarebbero potute capitare, si ritrovò giusto ad avere a che fare con gli umani; non con un’orda di zombie che si sarebbe divertito magari ad uccidere, non con dei mostri nel quale avrebbe avuto la facilità decisionale di abbattere senza pietà o con dei vampiri che gli avrebbero dato almeno la certezza di poter vagare di giorno tranquillamente senza che qualcuno tentasse di azzannarlo e di succhiargli il sangue. No, lui era costretto ad affrontare i mostri più terrificanti, più insolenti e più pericolosi di tutti gli altri, i sopravvissuti.
Nel duemilaventicinque in Europa era scoppiata una guerra tra i paesi delle coalizioni occidentali contro un gruppo di terroristi estremisti mediorientali chiamato NOA (Nuovo Ordine Anarchico). Grazie alle frontiere aperte per mezzo del trattato di Schengen, erano riusciti ad intrufolarsi in tutto il vecchio continente e, nell’eventualità di una possibile sconfitta, avevano approntato come piano di riserva, un attentato su vasta scala in grado di colpire centinaia di migliaia di persone compiendo l’ultimo atto disperato e criminale, spargendo nei luoghi pubblici una sostanza pestilenziale che, una volta ingerita o inalata, dava il via al countdown che progressivamente sviluppava tumori e cancrene mai visti prima a tutti i soggetti che ne fossero entrati in contatto. Gli Stati interessati dall’attacco andavano dalla Spagna e la Gran Bretagna fino ai confini della Russia, la quale aveva chiuso le proprie frontiere per paura del contagio e così fece anche il resto del mondo. Non tutti subirono lo stesso destino. Alcuni morirono immediatamente sputando sangue dai loro stessi polmoni, altri lentamente tra atroci agonie, altri ancora diventarono dei veri e propri mostri ai quali comparvero gigantesche pustole in ogni parte del corpo. Non era ancora del tutto chiara l’origine delle armi batteriologiche usate dai terroristi, se avessero ricorso ai bacilli della peste nera, se avessero usato un’arma chimica sperimentale o se avessero mischiato tutto quanto di più devastante l’uomo avesse mai visto e concepito. Una cosa era certa, Vince aveva capito che non tutti accusavano dei sintomi o, per lo meno, non subito e in maniera evidente. I soggetti che non erano morti nell’arco di tre mesi dopo l’attacco o erano immuni oppure stavano sviluppando dei tumori a loro insaputa. Da un ultimo dispaccio internazionale via radio, Vince, era venuto a conoscenza che il più vicino centro di diagnosi e cura si trovava ad Atene, in Grecia, ma arrivare fin là era una vera scommessa. Quando scoppiò l’inferno, in molti avevano provato ad arrivarci e in troppi morirono nel tentativo. Adesso se ne stava lì, disteso sul retro del veicolo, pensando al dafarsi. Ogni tanto si guardava allo specchio anche se lo faceva mal volentieri, il suo riflesso gli offriva alla vista il volto di un uomo stanco, perplesso con una cicatrice sulla guancia destra e la barba incolta. Puzzava come una carogna e quel dolore che aveva al molare tornava, ogni tanto, a farsi sentire, probabilmente per un principio di carie, sarebbe stata la volta che non avrebbe trovato fila dal suo dentista di fiducia, il guaio é che non avrebbe trovato più nemmeno lui. Gli vennero in mente dei pensieri assurdi e nostalgici: di quanto banale e scontato era trovare del cibo caldo e genuino, di com’era facile lavarsi con dell’acqua fresca e pulita quando ne aveva bisogno e di quanto era facile trovare tutto ciò che gli occorresse nel momento del bisogno. Ripensava alle strade affollate di Londra ad ogni ora del giorno e della notte, delle sommosse dei tifosi quando avvenivano certe partite di calcio o delle proteste dei centri sociali a Chelsea o a Brixton. Sorrideva nel pensare agli schiamazzi dei giovani che lo disturbavano quando andava al cinema o all’infinità di persone in cui s’imbatteva per fare il check-in all’aeroporto quando si doveva spostare con un volo. Tutto questo, ormai, era solo un ricordo. Aveva aspettato con pazienza che il panico generato si fosse smorzato in qualche maniera, il suo istinto l’aveva frenato e alla fine l’aveva consigliato bene. Qualche settimana appena dopo gli attentati e si era già ritrovato a vagare tutto solo per la metropoli saccheggiando i negozi per fare scorta di cibo e vestiario prima che l’inverno arrivasse inesorabile. Aveva cambiato casa negli ultimi mesi prima della partenza, si era sistemato in un appartamento vicino ai centri commerciali dotato di camino, in maniera tale che potesse bruciare qualcosa per potersi scaldare la notte e trovare il cibo necessario quando veniva il giorno. Tuttavia, non poté restarci a lungo tutto da solo. Aveva provato a cercare altri superstiti andando in giro a strombazzare per le vie principali della città, ma nessuno rispondeva al suo richiamo, sembrava un incubo. Inoltre, non sapeva ancora di che razza di morte sarebbe scomparso se non si fosse deciso a fare qualche cosa, se non si fosse deciso a reagire e tentare di trovare una cura per il male che portava dentro. Per i più fortunati, spettavano appena dieci mesi per riuscire a trovare il centro di accoglienza in Grecia e tentare di sconfiggere il tumore che cresceva silente dentro gli appestati, peccato che lui non era in grado di sapere se fosse infetto oppure definitivamente immune.
“Con la sfiga che mi ritrovo sarò morto a breve se non mi muovo da qui!”- Si era detto ad un certo punto. Così, approntò il suo viaggio della speranza, spinto non soltanto dalla voglia di vivere, ma anche da una speranza, una speranza che un giovane sconosciuto gli aveva dato in un momento inaspettato della sua vita passata, quando tutto doveva ancora succedere.


TRE ANNI PRIMA

«You will recover soon and can go out next week, okay? Great!»
«Sì, okay, ma che cavolo significa?» Disse un giovane straniero che parlava un italiano affannato e lento.
«Significa che potrai uscire di qui fra una settimana.» Gli rispose Vince.
«Dove diavolo mi trovo?» Continuò lo sconosciuto.
«Ci troviamo all’ospedale St Mary bello e siamo in degenza.» Spiegò amichevolmente l’uomo.
«Cazzo, finalmente uno che parla italiano! Credo che noi diventeremo amici.»
«Perché hai bisogno di una guida turistica per Londra o perché sei costretto a stare qui e parlare con l’unica persona di origine italiane di questa stanza?»
«Veramente ci siamo solo noi due a quanto sembra, se dobbiamo ammazzare il tempo ci toccherà parlare no?»
«Tu hai una settimana intera da scontare da quanto ho sentito dal medico che ti ha rattoppato, io invece, esco domani. Mi hanno tolto l’appendice, a te cosa é successo?»
«Mi hanno pestato, un gruppo di bulli inglesi mi ha accerchiato e poi hanno inveito su di me.»
«Perché? Cosa volevano? Soldi forse? Ti hanno rapinato?»
«Non lo so, credo di no, anche se frugando nei miei vestiti trovassi il portafogli vuoto, vorrebbe dire che hanno scelto la persona sbagliata, avevo sì e no trenta sterline con me. Non ricordo quasi nulla, da quant’é che sono qui?»
«Eri già steso sul letto incosciente, quando mi hanno ricoverato l’altro ieri, probabilmente ti hanno portato qui quattro o cinque giorni fa. Ho sentito parlare i medici, ti hanno sistemato una costola rotta, ecco perché sei tutto fasciato attorno al busto, idem per la mano. Per il resto, a occhio e croce, direi che hai una bella collezione di ecchimosi ed escoriazioni; complimenti, qualsiasi lavoro tu faccia, ti sei guadagnato due settimane di vacanza e forse più!» Gli disse Vince.
«Ma non possono buttarmi fuori tra una settimana in queste condizioni! Cazzo, me ne devo andare via da qui!» Rispose il giovane indigente.
«Non hai nessuno qui a Londra? Vivi tutto solo?»
«Sì.»
«E’ un bel guaio, tra poco mia moglie sarà qui, per l’ora delle visite, vuoi che ti faccia portare qualcosa? Magari ti possiamo aiutare in qualche modo.» Avanzò Vince.
«Sei molto gentile e non so nemmeno come ti chiami.»
«Mi chiamo Marciano, Vincenzo Marciano, ma qui nel Regno Unito mi chiamano tutti Vince.»
«E’ un piacere conoscerti Vince, io mi chiamo Sergio.»
«Sergio e poi?»
«Sergio e basta.»
«Ah, originale come cognome. Credo di non averlo mai sentito nominare!» Scherzò l’uomo, nel tentativo di sdrammatizzare.
«Ormai il mio cognome non ha più importanza, né questo né il mio passato, quello che conta adesso é il futuro.»
«Devi avere avuto un trascorso infelice, cosa ti ha spinto a venire a Londra?»
«Sono un emigrato del cazzo, ah! Ma sentimi… finalmente parlo con qualcuno in italiano e già mi ritrovo a parlare come quel dannato barbone… eh! Non ho speranze, sì, non ho proprio alcuna speranza!» Diceva Sergio mettendosi l’unica mano sana sulla fronte che agitava con lo sguardo riverso sul soffitto.
«Devi essere ancora sotto shock ragazzo, é comprensibile, dopo quello che ti hanno fatto, domani a quest’ora sicuramente mi dimetteranno, già che ci sono, ho detto ai dottori di farmi un check-up completo, se vuoi ti do una mano per interfacciarti con la polizia per le identificazioni, così quei bastardi finiranno in galera, che ne dici?»
«Non credo siano schedati, erano studenti universitari o forse di qualche college, dubito che le loro foto si trovino negli schedari della polizia.»
«Non puoi saperlo, magari hanno dei precedenti per risse, chi lo sa?»
«Credimi, non ha molta importanza… Vince.» Disse rammaricato Sergio.
«Come no? Londra é una città molto competitiva, se vuoi vivere qui devi imparare a reagire, devi immunizzarti in qualche maniera, farti crescere gli anticorpi, altrimenti il tuo spirito ne risentirà.»
«E’ buffo che tu tiri in ballo questi termini…»
«Perché? Ho l’aria di essere un patologo?»
«No, non é per questo, é per quello che accadrà!» Annunciò sinistramente, il giovane.
«Perché? Cosa deve accadere?» Chiese Vince, stranito.
«Tesoro! Come stai?» Esordì sua moglie, entrando nella sala degenza.
«Oh, Tracy, finalmente sei arrivata! Hai trovato traffico?»
«Non più del solito, sono venuta con il tuo fuoristrada nel caso volessi che te lo lasciassi, posso tornare a casa con i mezzi pubblici, domani ho un sacco di lavoro da sbrigare e non so se posso venire a prenderti.» Spiegò la donna.
«Come farei senza di te? Sei insostituibile!»
«Lo so, me lo dicono anche a lavoro.» Rispose la moglie sorridendo.
«Ah, cara? Lui é Sergio, il mio compagno di stanza.»
«Piacere signora…» Rispose il ragazzo.
«Lui fa… scusa dov’é che lavori?» Chiese distrattamente al suo vicino di letto.
«Lavoro nelle cucine del Monkey Restaurant, faccio il lavapiatti.» Si sentirono rispondere a fatica.
«Piacere giovanotto, io sono la moglie di Vince, spero che mio marito non l’abbia affaticato troppo con le sue chiacchiere, ha il vizio di parlare sempre troppo, lei sembra davvero conciato male, se lo ritiene opportuno, lo ignori completamente, oppure finirà per farle fare l’alba.»
«Siete una bella coppia» rispose Sergio «grazie per il suggerimento, ne terrò conto, signora… Tracy.»
«Oh, ma dai, ti piace sempre mettermi in imbarazzo, cosa mi hai portato?»
«Di sicuro non cioccolatini, dopo quello che ti é successo, così ho deciso di portarti qualche rivista e il tuo tablet.»
«Erano meglio i cioccolatini» rispose seccato Vince «beh… meglio di niente!»
«Devi mangiare quello che il dottore ti ha messo nel menù dell’ospedale e senza extra, lo sai.» Gli rammentò la donna.
«Lo mangeremmo volentieri se quella brodaglia potesse almeno avere l’onore di chiamarsi cibo.» Commentò Sergio.
«Già, non vedo l’ora che sia domani sera.» Aggiunse Vince.
«Consolatevi, tutti e due. Non capita mica tutti i giorni di passare un po’ di tempo ricoverati in ospedale, ve la caverete, non é mica finito il mondo!» Disse Tracy nel tentativo di confortare entrambi.
«Già… non ancora almeno.» Bisbigliò Sergio, rivolgendo lo sguardo dall’altro lato, verso il cupo cielo inglese che gli offriva la vista dalla finestra.
«Mi manchi tanto lo sai?» Rivelò Vince alla sua donna, parlando a bassa voce.
«Anche tu geniaccio, c’é un silenzio terribile a casa e non mi va di farci l’abitudine, quindi vedi di fare in fretta!» Bisbigliò Tracy, tenendogli la mano.
«A lavoro tutto okay?»
«Sì, più o meno come al solito. Ah! A proposito, ha telefonato il tuo capo oggi, dice che al cellulare non gli rispondevi, gli ho spiegato che stavi sotto ai ferri e gli ho detto che l’avresti richiamato tu, non appena ti fossi svegliato, quindi…»
«Certo, lo chiamerò dopo che sarai andata via.»
«Va bene, ti lascio le chiavi della macchina, l’ho parcheggiata nel settore B. Guida piano al ritorno e… vedi di farti dare qualche giorno libero fino a fine settimana, così… potremo stare un po’ più di tempo insieme che dici?»
«Vedrò cosa posso fare, ti aggiornerò con un sms.» Le assicurò Vince.
«Magnifico, allora a domani.»
«A domani tesoro, stai attenta.»
«Arrivederci Sergio e auguri per la sua salute!» Gli augurò a voce alta.»
«Grazie signora, me la caverò!» Le rispose lo sconosciuto.
La donna si alzò dal letto da dove si era seduta accanto a suo marito e in pochi secondi svanì tra la folla in mezzo al corridoio del reparto di chirurgia generale.
«Non sapevo che avessi sposato una donna di colore, comunque sei davvero fortunato, sembra una donna in gamba.» Riprese a parlare Sergio.
«Lo é. Io e Tracy ci siamo trasferiti qui diversi anni fa. La conobbi ad una meeting per le innovazioni nel campo in cui lavoro, l’ingegneria. Me lo ricordo ancora bene, stavo assistendo a una presentazione delle prime stampanti 3D pronte ad essere immesse sul mercato, io avevo partecipato attivamente al progetto e alla realizzazione. Lei faceva l’hostess nella struttura che ci aveva ospitato, era la più bella di tutte, con quei lineamenti così…»
«Occidentali?» Suggerì Sergio.
«Esatto! Insomma, l’hai vista anche tu, non é né bianca né nera, ha quel colorito così particolare e quando mi guardava, mi sentivo come stregato dal suo sorriso. Non ho potuto fare a meno di importunarla e così ci siamo conosciuti.»
«E adesso cosa fate qui in Inghilterra?» Chiese il ragazzo.
«Mi avevano offerto un posto come supervisore, dopo che mi sono fatto le ossa in Italia. Al direttore della società londinese piacque molto il mio curriculum, visti i risultati che avevo ottenuto. Tu lo saprai sicuramente quanto bene ci pagano qui…»
«Sicuramente molto di più di uno che fa il lavapiatti.» Ammise Sergio con un sorriso triste.
«Accettai senza esitazione e mi trasferii a Londra. Portai con me il curriculum di Tracy e due mesi e mezzo dopo anche lei trovò occupazione in un hotel a cinque stelle. Abbiamo fatto sacrifici, ma adesso non possiamo lamentarci.»
«E’ proprio una bella storia la vostra» disse il ragazzo mezzo ammaccato «mi verrebbe di augurarvi tutto il meglio ma…»
«Scusa, sai, io non riesco proprio a decifrare questo tuo carattere codificato, da dov’è che hai detto che vieni?»
«Non l’ho ancora detto, tanto non lo sapresti ugualmente. Io vengo da un paesino chiamato Monte Schipiano.»
«Sì, infatti mi sorge nuovo.» Ammise Vince.
«E’ una piccola cittadina che non fa più di undicimila abitanti, anzi, per l’esattezza diecimilanovecentonovantanove senza di me, eh eh!» Precisò «Avevo una ragazza, si chiamava Silvia…»
«Era carina?»
«Oh sì, era bellissima… ma poi le cose non sono andate come volevamo. Avevo perso il lavoro, giù in città, e dopo tutta una serie di disavventure, abbiamo deciso di lasciarci. Così, feci le valigie e decisi di lasciarmi tutto alle spalle. Ma prima di venire a Londra sono stato in Germania e chissà per quanto ancora dovrò viaggiare.»
«Vuoi già andartene?» Chiese Vince, stupito.
«Sì, il mio destino non é qui.» Si sentì rispondere.
«E dove vorresti andare?»
«Ah! Non vedo l’ora di prendere il treno per Oxford!» Esclamò Sergio sorridendo.
«Conosci qualcuno lì?»
«Non ancora, ma chiunque sia la conoscerò presto!»
«Sei così enigmatico, mi fai venire voglia di fumare uno dei miei sigari!» Cominciò a spazientirsi Marciano.
«Il fumo fa male, da quanto hai preso il vizio?» Gli chiese il giovane.
«Dallo scorso capodanno, me ne regalarono una scatola quasi per sbaglio, ne accesi una per gioco facendo lo sbruffone davanti a mia moglie, così… per farci due risate, pensavo di farla ridere buttando giù due o tre colpi di tosse e, invece, finì col piacermi e da lì in poi non ho più smesso.» Confessò l’ingegnere.
«E quindi ti viene il nervoso a parlare con me?»
«Beh, di solito non é mia abitudine essere scortese, ma se vai avanti con delle mezze frasi io proprio non riesco a seguirti!»
«Oh…» Fece Sergio con una smorfia di dolore.
«Che c’é?»
«Il petto, mi fa male il petto!»
«Credo che sia la tua costola che tenta di risanarsi, devi aver finito l’effetto degli antidolorifici.»
«Chiama qualcuno ti prego!» Gridò Sergio.
«Sì! Subito… help! Help!» Urlò Vince schiacciando il bottone delle emergenze.
Pochi istanti dopo, una giovane infermiera fece irruzione e quando si rese conto della situazione, sparò nell’anca di Sergio una dose di tranquillante.
«Cosa le ha dato?» Chiese Vince alla donna, in inglese.
«Con questa puntura dormirà fino a domani» rispose la ragazza in camice blu «lo lasci riposare, ormai é quasi ora di dormire, vedrà che domani starà meglio.»
«Infatti, stava proprio delirando, signorina.»
Sergio, però, non stava delirando. Era semplicemente a conoscenza dei fatti che dovevano ancora accadere, ma non ne faceva mai parola con nessuno, se non con mezze parole che lasciava in putrefazione durante il discorso. Sapeva che nessuno gli avrebbe creduto, tuttavia, Vince fu l’unico che l’aveva trattato appena con un minimo di umanità, quella che da mesi e mesi si era lasciato alle spalle, lavorando rinchiuso nelle cucine di quel locale. Sapeva bene quale triste destino era in serbo per lui e per tutti i cittadini del vecchio continente, ma la dose massiccia di sedativo che gli era appena stato iniettato lo fece dormire fino all’indomani pomeriggio. Dopo aver fatto il consueto giro di visite, il medico che lo teneva sotto osservazione raccomandò alle infermiere di turno che rimanesse sotto antidolorifici o addirittura sotto sedativo, se si fosse presentata la necessità.
Quando si risvegliò dal suo sonno, Vince, si stava già rivestendo, dopo essere stato ulteriormente medicato e informato che poteva ritirare le analisi dei suoi check-up fra tre giorni. Un attimo prima di andarsene, lo sconosciuto compagno di stanza lo afferrò per un braccio.
«Vince!» Bisbigliò.
«Sergio? Ne hai fatte di ore di sonno, spero che non avrai avuto incubi, come ti senti?»
«Ci sarà una guerra, Vince, é bene che tu lo sappia!» Gli rivelò il ragazzo.
«Cosa?»
«I terroristi, Vince, saranno i terroristi!» Ripeteva affannosamente.
«Ma che ti prende amico? Devi essere ancora sotto l’effetto dei farmaci. Rilassati, tutto si aggiusterà,»
«Nooo! Devi credermi! Devi… lasciare il… Regno Unito, Vince …»
«Sei diventato matto? Chi ti ha detto una cosa del genere?»
«Un vecchio me l’ha detto, un vecchio che…»
«Ah… tranquillo, ora ti chiamo un’infermiera, starai meglio vedrai…»
«Vince noo, ascoltami, lo devo pur dire a qualcuno!»
«Mister Marciano cosa fa ancora qui?» Domandò la responsabile del reparto, facendo irruzione in camera di degenza.
«Ah, per fortuna é arrivata lei, credo che la costola gli faccia ancora male, io sto andando via, però tenetelo d’occhio, questo povero ragazzo, a volte, esce di senno, meglio se gli da qualcosa per calmarlo, okay?»
«Ora ci penso io.» Rispose la donna.
«Sergio, io devo andare, ma prometto che verrò a trovarti fra tre giorni, quando verrò a ritirare le analisi, hai capito?»
«Vince? Dove vai? Aspetta… lasciami spiegare!»
«Mi spiegherai tutto con più calma, ora devo proprio salutarti, ma é stato bello conoscerti, riguardati okay?»
Vince lasciò la stanza dov’era stato ricoverato assieme a Sergio, un tipo che, sul momento, gli era parso alquanto strambo. Soltanto tre anni dopo capì quanto grave fu l’errore che aveva commesso nel lasciarlo disteso su quel letto di ospedale a fare le piaghe. Non vedeva l’ora di tornare tra le braccia di sua moglie e la convinzione di rivederlo a breve, non gli diede da pensare più di tanto.
Ritornò tre giorni dopo per ritirare i suoi esami clinici, ma quando mise piede in quella stanza per riparlare con il giovane ricoverato, al suo posto c’era un uomo anziano, gravemente malato. Si diresse allo sportello informativo per chiedere delucidazioni e quando chiese dove fosse finito, si vide rispondere che lo sconosciuto aveva lasciato l’ospedale firmando le dimissioni sotto la sua responsabilità, che aveva farfugliato strane parole in italiano e che fece capire, per sommi capi, la volontà di lasciare la struttura ospedaliera.
Vince, si era ricordato del Monkey Restaurant e perciò decise di andare a trovarlo a lavoro o, nel caso non l’avesse trovato, a chiedere delle sue condizioni di salute. Quando arrivò sul posto, il proprietario gli spiegò che aveva appena firmato le dimissioni e che lo aveva invogliato a chiudergli le sue ultime spettanze in fretta perché voleva lasciare la città. Nonostante i suoi tentativi, l’uomo desistette e tornò alla sua vita di sempre. Una rinuncia che pagò a caro prezzo qualche anno dopo, quando il mondo che lui aveva imparato a conoscere, non esisteva più.


IL PRESENTE

Dopo che si risvegliò dal suo sogno a sfondo religioso, Vince si lavò il viso riempiendo una ciotola da una delle quattro taniche di acqua potabile che si era debitamente portato a bordo del suo veicolo. Il fuoristrada era già ben carrozzato, tutto sommato, quando venne il fatidico giorno della partenza, aveva pensato bene di installarci sopra un grosso portabagagli di acciaio nero opaco con tutto ciò che egli riteneva necessario per riuscire nella sua incredibile e pericolosissima impresa: attraversare tutta l’Europa per giungere in Grecia e ritrovare finalmente sua moglie. Era a lei che pensava quasi ventitré ore su ventiquattro, sentiva dentro di sé che era ancora viva e che doveva andarla a cercare a tutti i costi.
Sul soffitto del fuoristrada, teneva la sua personale scorta di viveri e medicine che aveva fatto prima di partire: la sua dieta dettata dalla semplice fortuna consisteva in un menù di scatolame fatto di carne di manzo, tonno, pesche sciroppate, macedonia, fagioli, piselli, latte in polvere e tutto quello che nonostante la scadenza non era ancora esploso tra gli scaffali del supermarket che aveva depredato lasciando la sua carta di credito in bocca al cadavere putrefatto di una cassiera. In una seconda irruzione all’interno di una farmacia a sud di Maidstone, in Inghilterra, aveva fatto scorta di medicine fra le più comuni: aspirine, antidolorofici, anticoagulanti, pillole per le nevralgie, antibiotici, siringhe, cerotti e tutto quello che era riuscito a riconoscere come rimedi in caso di necessità. Lo spazio restante era occupato dalla scorta di carburante e altro materiale trovato in giro durante il viaggio. I sedili e tutto il vano posteriore era stato smontato e liberato per lasciare spazio a quella che sarebbe divenuta la sua camera da letto ambulante. Aveva messo su delle paratie con del compensato marino trovato nei pressi di una falegnameria abbandonata e ricoprì gli spazi tra la lamiera e il legno con dei cartoni che avrebbero finto da isolante per le basse temperature che sopraggiungevano di notte. Sul pavimento, sistemò un piccolo materasso a una piazza preso “in prestito” da una brandina completa di coperte che si trovava in una caserma della polizia da dove aveva fatto anche razione di un paio di pistole di ordinanza e le relative cartucce. Vince non aveva mai sparato in vita sua e di conseguenza non sapeva nemmeno se, al momento opportuno, quegli arnesi avrebbero assolto agli obiettivi per cui erano state costruite, visto che non sapeva neanche pulirle e lubrificarle. Provò a sparare giusto qualche colpo sui cartelli stradali per sincerarsi della sua mira che, tra l’altro, non era nemmeno tanto precisa. Si augurava sempre di non doverle mai usare, ma chissà cosa aveva in serbo il suo triste destino.
L’alba iniziò a palesarsi, decise di scaldarsi le ossa mettendosi subito a lavoro agguantando la cassetta degli attrezzi per montare i due bull bar. Fortunatamente, anziché con saldature e smerigliatrici che esigevano l’uso di corrente, se la cavò con il semplice ausilio di viti e bulloni, poiché l’elettricità era divenuta un lusso che al massimo si poteva ricavare con un generatore a diesel. Le sue braccia lavoravano egregiamente, nonostante fosse solo un ingegnere, la sua mente, però, era immersa in pensieri del tutto estranei in quel momento. Pensava al freddo della notte che lo scoraggiava e ad altre mille e più cose. Aveva già perso il conto dei giorni della settimana e dei mesi, sapeva soltanto che era in pieno autunno e presto doveva arrivare Natale, il primo che avrebbe passato senza l’affetto della sua donna o dei suoi famigliari, senza vedere gli addobbi minuziosamente sistemati nelle abitazioni e nei negozi. La sua mente lo portava spesso nel passato, quando nel suo comodo letto stringeva a sé la sua donna e godeva del suo profumo, del suo calore, delle sue banali attenzioni che adesso avevano oltrepassato ogni valore materiale divenendo inestimabile. Aveva conquistato finalmente la felicità con tanti sacrifici e la solitudine che adesso lo attanagliava, gli aveva sbattuto pienamente in faccia quello che aveva perso e lo faceva sentire combattuto nel pieno del suo dramma, una bilancia che da un lato pesava la sua dose di fortuna, abbastanza pesante da farlo rimanere in vita e, dall’altro lato, la disgrazia che lo aveva strappato dal suo micro ecosistema fatto di lavoro, incontri, colleghi, successi e fallimenti. Da quel momento in poi, non gli era più concesso di fallire, pena la sua vita.
Sembrava che la sfortuna lo precedesse sempre di un passo ogni volta che si sentiva al sicuro e stavolta a precederlo lo minacciava un grosso temporale, ma nonostante il grigiore del cielo che si stava stagliando all’orizzonte, nonostante i fulmini si riflettessero nelle sue pupille e i tuoni squarciassero il suo animo già tumultuoso, aveva deciso di abbandonare il suo ricovero di fortuna e di mettersi in marcia alla guida del suo mezzo.
Quando fece finalmente giorno e finì il suo grezzo lavoro, era arrivata all’incirca l’ora di pranzo, decise così di rifocillarsi aprendo qualche scatoletta poi mise in moto e prese una strada statale secondaria dopo aver consultato una delle due cartine geografiche che teneva a bordo cercando di indirizzarsi, come prima tappa, verso il Lussemburgo anche se sapeva che non ci avrebbe mai messo piede. Per evitare contaminazioni era altamente sconsigliato entrare nelle grandi metropoli o in qualsiasi città ad alta densità urbana, meglio allungare il percorso ed evitare spiacevoli incidenti. Le aree un tempo strapopolate di gente, erano i veri focolai degli attentati da parte dei terroristi e per entrarci bisognava almeno indossare una tuta di cerata, dei guanti e la maschera antigas, ma era inutile accedervi, la stragrande maggioranza delle attività, dei negozi e dei centri commerciali erano già stati depredati dalla popolazione che era andata nel panico assoluto, risultava quindi inutile ogni tentativo di sciacallaggio, non sarebbe rimasto molto da depredare e quello che ne rimaneva, probabilmente risultava altamente contaminato, meglio tentare percorsi alternativi e fare scorte nei piccoli centri di provincia.
Durante la guida, teneva la radio accesa, nella speranza di captare qualche messaggio di emergenza, ma la verità era che nessuna stazione non trasmetteva più nulla, così cercava di tenere il morale su una soglia accettabile con la sua collezione di cd Rock e Pop, ma non vedeva l’ora di procurarsi un CB, magari rubandolo da qualche camion per installarlo sulla sua macchina e riuscire a sintonizzarsi su qualche canale di emergenza, la lista della spesa era ancora lunga prima di arrivare alla meta. Erano trascorsi solo pochi mesi da quando avvenne l’attacco e nonostante questo, i paesaggi che si ritrovava a scrutare gli apparivano tristi e desolati, non poteva permettersi neanche un momento di distrazione perché da un momento all’altro poteva ritrovarsi davanti un’auto abbandonata o una carcassa a fargli da ostacolo facendogli rischiare un pericoloso incidente e nessuno, nella sfortunata eventualità, sarebbe mai venuto a soccorrerlo. Poteva contare solo su se stesso e in certi momenti nemmeno su quello.
Il temporale buttava sul suo parabrezza badilate di acqua senza tregua, inzuppando l’intonaco delle facciate dei fantasmagorici palazzi divenuti sinistri e lugubri, rendendo la guida inquietante oltre che ardua. Quando gli capitava di rallentare o addirittura fermarsi per qualche secondo, riusciva a scorgere delle ombre all’interno delle finestre rotte, un altro scherzo della sua mente? Chi lo sa, questo e altri innumerevoli dettagli non lo facevano sentire solo e non certo nella maniera più auspicabile e positiva, come quando dei riflessi di luce improvvisi catturavano la sua attenzione o come quando giorni addietro si aggirava per le periferie in cerca delle sue scorte e gli capitava di udire voci sfuggenti di bambini, tutti dettagli che alimentavano i suoi incubi durante la notte. Forse un camper sarebbe stato più adatto per questo tipo di avventura, l’avrebbe sicuramente aiutato a riposare meglio, ma il sentiero tortuoso del suo destino, al momento, esigeva l’utilizzo di un mezzo veloce e, allo stesso tempo, robusto. Si domandava se si fosse ritrovato un candidato perfetto come “ultimo uomo del vecchio continente”, ma… queste cose accadono solo nei film – si ripeteva ad alta voce. Stava cominciando a parlare da solo e non era buon segno, si giustificava con se stesso pensando di dover schiarire la voce e allo stesso tempo sperava tanto di non impazzire.
Ricordi l’ultima cena decente Vince? – Domandava a se stesso.
E l’ultima dormita su un comodo letto? L’ultimo programma televisivo, l’ultimo bagno in una vasca… Cristo! Sono arrivato alla fine del mondo, farei meglio a tentare il suicidio, magari… al primo ponte che troverò… – Gli suggeriva la sua vocina immaginaria.
Sei al capolinea della civiltà, chi l’avrebbe mai detto? Resta vigile Vince, resta vigile! Fallo per Tracy!
Grazie alle autostrade completamente deserte, ci volevano meno di due ore per arrivare a Lussemburgo, ma scegliendo di risparmiare carburante e di proseguire per strade provinciali alternative, arrivò sulle sponde della Mosella soltanto dopo tre ore e mezza. Il fato beffardo l’aveva condotto proprio a Schengen, dove, al finire del secolo scorso, fu firmato il famoso trattato in cui, a poco a poco, gli Stati europei si erano impegnati a garantire la libera circolazione di tutti i cittadini residenti negli Stati membri, un trattato che Vince, per bocca di Sergio, sapeva non fosse durato molto a lungo.
Arrestò il suo fuoristrada proprio davanti all’imboccatura del ponte, dove le prime incognite lo attendevano funeste. Pioveva ancora, ma moderatamente e, tra un colpo di tergicristallo e l’altro, intravedeva appena strani cartelli di pericolo scritti a mano che non lasciavano presagire niente di buono.
Merda! Sapevo che non sarei riuscito nemmeno ad oltrepassare la Francia! – Esclamò.
“Danger de mort” (pericolo di morte) citava in francese uno di essi, accuratamente addobbato con tanto di teschio umano in cima. La verità era che il ponte mancava di un piccolo tratto crollato, una “gioia” agli occhi di Vince.
Il cielo si fece sempre più cupo e proprio quando innestò la retromarcia per tentare un’atra strada, si accorse all’improvviso che dietro di se si era schierata un’orda di uomini armati.
«Vous quittez la voiture!» (Scendi dalla macchina) si sentì gridare. Non aveva molte chance a disposizione, così decise di obbedire e di rispondere ai francesi chiedendo se parlassero inglese.
«Avvicinati lentamente senza fare scherzi!» Gli urlò contro un uomo alto vestito di scuro con uno strano cappello da marinaio. Almeno lui sembrava parlare la lingua internazionale.
«Per attraversare il ponte devi pagare il pedaggio!»

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L’ultimo uomo nato in Sicilia

Posted by on Dic 5, 2015 in Horror, Racconti brevi

L’ultimo uomo nato in Sicilia

Un’altra torrida estate nel duemilanovecentonovantanove era passata, tuttavia, il termometro a mercurio di Rosario segnava ancora trentadue gradi all’ombra e settembre era già passato da un pezzo. Già, perché il surriscaldamento climatico, nella bella stagione, aveva trasformato l’intera isola in una gigantesca brace e con i focolai che, di tanto in tanto s’incendiavano autonomamente sparsi a macchia di leopardo, gli faceva sembrare di essere già arrivato all’Inferno. Quando la primavera cominciava a farsi sentire, con il consueto venticello che trasportava quell’inconfondibile odore di mare, egli sapeva che era ora di andarsi a rifugiare in qualche casolare nei paesini di montagna, anche se la vera montagna era ed è sempre stata solo una e nemmeno tanto affidabile. Il vento però era cambiato, le colline iniziavano finalmente ad attirare nuvole grigie e nebbia evanescente, segno inequivocabile che era venuto il momento di scendere a valle.
Si aggirava tutto solo come un vecchio pazzo, con il suo rozzo e malandato fuoristrada preso in “prestito” dalla caserma della Forestale, a loro non serviva più. Niente di tutto quello che riusciva a trovare serviva più a qualcuno perché da quell’isola maledetta se n’erano andati tutti, proprio tutti. Rosario era rimasto da solo in Sicilia, dopo che anche l’ultimo esodo di massa si era concluso. Aveva trentatré anni quando si era trovato a salutare per sempre i pochi parenti che avevano cercato ostinatamente di convincerlo a fare le valigie e seguirli verso nord, verso la salvezza, ma luì aveva categoricamente rifiutato e adesso, a quarantacinque anni suonati si vedeva scorrazzare come un solitario pastore senza gregge per le ultime strade praticabili ancora non troppo disagiate né completamente logore. Gli affioravano spesso i ricordi di suo nonno che raccontava, in certe occasioni, di come si aspettasse di vedere il futuro, un futuro radioso, scintillante, fatto di auto volanti e di vita semplificata. Non fu così alla fine, anzi, tutto il contrario. Solo il silenzio rimaneva di un popolo che nella storia aveva segnato i libri di testo. Forse fu proprio il caldo rovente a friggergli i pochi neuroni buoni che gli erano rimasti in testa oppure lo shock dei proclami governativi che ne ordinarono lo sgombero definitivo. Viveva da clandestino nella sua stessa terra natia. Non si era arreso, non lo accettava e decise perciò di diventare un re del nulla o per meglio dire, il custode di un enorme, gigantesco cimitero abbandonato.
Era così che passava l’inverno. Scendeva sulla costa e si spostava con mezzi di fortuna di città in città. Gli piaceva fare il turista dentro casa, viaggiare, a volte con la jeep a volte con un camion, altre su una moto o un camper, qualunque cosa avesse trovato che potesse utilizzare con le ultime scorte di benzina raffinata che riusciva a recuperare. Forse giocava semplicemente alla roulette russa, lasciando decidere al fato l’ultimo posto dove scegliere di permanere e, infine, di morire di vecchiaia, di fame o di qualche malanno a lui sconosciuto.
Faceva il giro delle piazze principali delle città più importanti che una volta erano le più affollate e credeva perfino di essere osservato, di addentrarsi al loro interno con appresso i fantasmi che un tempo popolavano quei luoghi e che sentiva quasi come se gli urlassero addosso. Sicuramente era la pazzia che stava prendendo il sopravvento, aveva la sensazione di vedere gente scrutarlo dalle finestre spaccate mentre passava per le vie, vedeva delle sagome di persone dietro le tende mezze strappate e annerite dentro le case, udiva riecheggiare antiche urla laddove un tempo si svolgevano i mercati, colmi di vestiario nuovo e di cibo genuino.
Invece era costretto ad indossare solo abiti di fortuna trovati in qualche magazzino abbandonato o in un centro commerciale desolato pieno di polvere, abitato solamente dai manichini. A volte si fermava qualche minuto a parlarci come se fosse della vera gente, immaginava di sentirsi rispondere; sì, stava proprio uscendo di senno! La vergogna e l’imbarazzo, in ogni caso, non erano più sentimenti che albergavano nel suo animo, sapeva di essere solo, sapeva di essere “autorizzato” a fare ciò che voleva, di usufruire a proprio piacimento delle cose che trovava e di andare dove gli avrebbe fatto più comodo. Quando era in vena di lavorare, si aggirava per gli ospedali o farmacie e faceva scorta di medicine, scartando quelle andate a male e scegliendo quelle cha ancora poteva riuscire ad utilizzare. La stessa cosa faceva con il cibo, andando a rovistare per i supermercati in cerca di scatolame, conserve e roba essiccata. Prendeva un carrello scricchiolante e gironzolava per i reparti cercando di scansare gli escrementi degli animali i quali trovavano ricovero o, come lui, cercavano sostentamento. Ma le colombe, non sapevano aprire i barattoli e nemmeno i cani randagi o i gatti. Lui invece sì, e non era nemmeno egoista quando si ritrovava ad avere compagnia, non disdegnava mai di aprire qualcosa per l’animale di turno nel quale s’imbatteva.
Di giorno si cibava di frutta e verdura raccolta direttamente dalle campagne, gli bastava uno zaino per fare scorta di arance, limoni, mandarini, fichi d’india, grappoli d’uva e ogni ben di Dio fosse riuscito a trovare, anche se perfino Dio sembrava aver abbandonato quei luoghi. La sera si rintanava in qualche appartamento per ripararsi dal freddo e cucinarsi uno stufato aprendo qualche lattina di fagioli tra quelli che ancora non erano esplosi, come quelle delle bibite gasate o di pomodoro che si aprivano di tanto in tanto a causa degli acidi e dei batteri in decomposizione. Viveva così, Rosario, in piena libertà e alla giornata anche se, quando gli toccava mangiare roba sgradita, era solito ripensare agli impareggiabili panini con la Milza se si trovava nelle zone di Palermo o delle fantastiche brioches accompagnate dalla granita al limone, nei pressi di Catania o della tavola calda tra arancine al ragù e panelle che si preparavano ad Agrigento sotto il tempio della Concordia. Ripensava spesso a quelle specialità, a quei sapori mai più gustati, come la ricotta appena fatta, i salumi affettati, il pesce fresco, le focacce calde, le pizze cotte nel forno a legna e, in generale, i mega pranzi e cene delle occasioni speciali quando le famiglie si riunivano attorno a un grosso tavolo.
Girovagava così, sentendosi un fantasma tra i fantasmi, parlando da solo o con gli animali che incontrava lungo il suo cammino. Spesso si ritrovava d’innanzi ad un ponte crollato o una strada invasa da una frana; si arrabbiava e inveiva contro Dio, anche se poi, la domenica andava in chiesa per parlarci a tu per tu.
Perché ci hai abbandonato? Perché te ne sei andato? Hai fatto i bagagli prima di tutti qui e ci hai lasciati soli! – gli diceva dalla prima fila delle innumerevoli panche impolverate.

Tutti erano andati via, perfino la gente cattiva, la criminalità, il malaffare. Rosario era il re indiscusso di una terra lasciata a marcire, fantasmagorica e desolata. Una volta l’anno si recava sulle pendici dell’Etna quasi volesse imitare Mosé quando si recò, al tempo, nel Sinai. Il vulcano tuonava, rombava e scalpitava con la sua solita ira incontrollabile, ma non era quella di Dio, anche se a lui piaceva pensare che lo fosse, specialmente quando si portava dietro una bottiglia di vino trafugata da chissà quale riserva e si ubriacava fino a svenire.
Voleva morire così, senza arrendersi, senza divenire un numero come lo erano diventati tutti gli altri, vittime di un sistema, pedine di una volontà imposta da terzi. Si chiedeva spesso se mai qualcuno avesse agito alla stessa maniera, se fosse rimasto come lui, in quella terra polverosa e secca che oramai offriva nient’altro che ricordi. Ovunque andasse, trovava solo spettri e silenzio. Era diventato così selvaggio che non voleva nemmeno più fare amicizia con un cane e non ci passava assieme più di una manciata di minuti perché non aveva nessuna voglia di prendersene cura che già gli seccava prendersene per se stesso. In cuor suo sperava in una morte improvvisa e inaspettata, come un incidente, qualsiasi cosa che non l’avrebbe fatto soffrire da solo, lentamente e in agonia.
Un giorno però, un dettaglio sembrò segnare finalmente il punto di svolta. Era diretto a Messina, dove sapeva di trovare un ponte fatto saltare in aria per evitare che la malavita ci venisse a portare gli scarti industriali o peggio ancora i rifiuti tossici delle centrali nucleari. Ma nemmeno i mafiosi osavano tornare più in quel posto lugubre e fatiscente, avevano paura. Anche Rosario ne aveva, quando sognava di vedere i morti che uscivano dalle tombe e si mettevano a camminare come zombie in cerca di carne fresca, la sua, l’unica rimasta. Voleva sincerarsi che il ponte fosse stato abbattuto sul serio per come aveva sentito nell’ultimo proclama alla radio. Alla fine arrivò a vederlo, ma non ebbe il tempo che era solito prendersi per ammirare il panorama nel quale si trovava durante i suoi consueti viaggi di esplorazione. Si fermò al centro della carreggiata, proprio sotto il primo pilone che ancora si ergeva imponente, con enorme stupore, aveva intravisto la sagoma di una donna vestita di scuro.
E’ una vedova o un’allucinazione? – si domandò.
Forse era semplicemente la morte e lui non lo capiva. Dietro la donna, il paesaggio era coperto da una fitta nebbia fatta di sfumature grigie e biancastre e benché cercò di avvicinarsi a lei, guidando a velocità sostenuta, questa sembrava correre all’indietro spaventata verso la nebbia.
Era così tanto tempo che non parlava con qualcuno che gli sembrò una festa. Il suo cuore aveva ripreso a battere come non aveva mai fatto da decenni.
Finalmente non sono più solo! Aspettami, aspetta! – gridò con tutta la forza che aveva.
La misteriosa entità femminile si voltava di tanto in tanto, ma non osava arrestare la sua corsa. Chissà, magari aveva paura di lui, di quell’uomo sconosciuto e trasandato, con la barba incolta e con addosso dei vestiti abbinati a casaccio. Forse era una ricercata e il fuoristrada della Forestale le aveva messo paura.
Più veloce, vai più veloce dannata! – inveiva contro al veicolo.
La donna si dileguò nella nebbia e con lei anche Rosario, l’ultimo uomo nato in Sicilia.

                                                                                              Gero Marino.

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