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Razzismo 3.0

Posted by on Dic 13, 2016 in Racconti brevi

Razzismo 3.0

Brandon Miller era un avido magnate del tabacco, fisicamente piacente, ricco e circondato quasi sempre da belle donne di alto rango. Sprezzante del pericolo e amante delle forti emozioni, Brandon sapeva come riempirsi il palato saziandolo con ogni piacere che la vita aveva da offrirgli. Guidava auto costose che cambiava ogni quattro anni, così come gli arredamenti della villa sita a Beverly Hills, le compagnie che frequentava, i menù dei suoi pranzi e le prenotazioni degli alberghi quando decideva di andare in vacanza. Adorava mettersi in mostra durante i suoi party serali suonando il pianoforte; raccontare barzellette scontate per vedere gli invitati sorridere a denti stretti sotto un’aurea di ignobile incoerenza; mettere alla prova gli amici per quantificare il loro grado di accondiscendenza. Si svegliava al mattino presto per consumare abbondanti colazioni in giardino beandosi dell’aria fresca emanata dagli enormi pini di cui era circondato dopo essersi tuffato in piscina dotata di temperatura controllata dell’acqua a tutte le ore. Miller rappresentava l’archetipo esempio dell’uomo che si era fatto da solo, offrendo al prossimo un futuro fatto di sofferenza e morte a causa delle sigarette che vendeva in tutto il mondo, egli aveva capito l’importanza del subdolo marketing per mezzo degli spot televisivi, nel ventunesimo secolo non eri nessuno se non avevi in bocca una Miller fumante, e il messaggio veniva recepito dai consumatori proprio come un pesce che abboccava all’amo.

Ma il tempo scade per tutti prima o poi e, proprio come la gente rovinata da quel fumo di nicotina che gli aveva garantito una vita agiata e un conto in banca da capogiro, anche per lui venne il giorno di un’amara sorpresa. Le stesse sigarette che produceva e fumava gli provocarono l’insorgere di un cancro ai polmoni inoperabile, il responso: tre mesi di vita o poco più.

Attaccato alla vita com’era, Brandon Miller non ne voleva affatto sapere di crepare e lasciare le sue ossa a marcire sotto terra. Contattò un’azienda specializzata in ibernazione umana, firmò il suo “patto col Diavolo” dell’era moderna e affidò i suoi averi all’azienda che s’impegnava di tenerlo congelato fino a quando la scienza non avrebbe trovato un modo per curarlo dal suo male.

E così, alla giovane età di cinquantatre anni, salutò parenti e amici e si abbandonò ad un lungo sonno criogenico.

Pesantemente sedato e immerso in una soluzione liquida specifica, in pochi minuti il suo corpo raggiunse l’agghiacciante  temperatura di duecento gradi sotto zero. Il sangue, la coscienza, i sogni e le speranze di Miller si arrestarono tutti alle venti e dieci di una fredda sera di dicembre.

Un millennio dopo, nel tremilaventinove, finalmente i suoi occhi si riaprirono, il cuore tornò lentamente a battere a ritmi lenti e affaticati, la pelle a sentir freddo. Si risvegliò nella stessa capsula criogenica in cui era stato rinchiuso circondato da un miscuglio di ghiaccio semisciolto. Agitato e confuso, l’uomo riuscì a muoversi grazie all’apertura automatica del portellone che non lo teneva più prigioniero finendo rovinosamente sul pavimento che secoli prima aveva calpestato. Vomitò copiosamente i reflussi gastrici che gli attanagliavano le budella come fossero veleno, non riusciva a reggersi in piedi, le gambe stentavano a recepire gli impulsi del cervello e nei muscoli ancora intorpiditi provava strani formicolii convulsi.

Nudo e infreddolito, ben presto si rese conto che attorno a lui non c’era traccia né di medici né di scienziati per il quale normalmente dovevano assistere al suo risveglio. Ci vollero diversi minuti per capire che qualcosa era andato storto che le sue volontà non erano state calcate fino in fondo.

Le apparecchiature che circondavano la macchina criogenica erano state sostituite con altre molto più sofisticate nel susseguirsi del tempo, ma un blackout improvviso del sistema centrale aveva innescato autonomamente il processo di scongelamento che infine lo riportò accidentalmente nel regno dei vivi. Dietro di sé, altre quattro capsule avevano subito la stessa sorte, ma al loro interno giacevano solo cadaveri prossimi alla putrefazione.

Raccolse i primi stracci di stoffa trovati vagabondando in giro per lo stabile e ne fece un abito di fortuna, quel tanto che gli bastò per non morire di freddo e di vergogna, tuttavia, ben presto si sarebbe accorto che poteva anche farne a meno.

Trovò una delle uscite di sicurezza e si scaraventò fuori alla luce del sole, un sole che scottava non poco. Lo shock termico fu tale che Miller appariva come protagonista di un’allucinazione in un mondo completamente sconosciuto.

Si guardò indietro e vide che il palazzo dove si era protratto il suo lungo letargo si ergeva decadente e pericolante sopra una collina artificiale fatta di cavi interrati e cemento. Il cielo gli apparve cupo, di un insolito grigio mai visto prima, faticava a respirare ma non sapeva ancora per quale motivo. Forse in quel panorama distopico dagli orizzonti quasi marziani, costituito da una metropoli zeppa di smog, dalle sfumature di metallo e ruggine colante, gli ambientalisti dovevano essere una razza estinta, oppure il buco dell’ozono si era allargato drasticamente, o forse il cancro gli bussava in petto per ricordargli che era ancora lì e non aveva proprio voglia di andarsene. Non ne era ancora cosciente, sperava che il suo stato di salute vacillante fosse frutto del suo scongelamento repentino privo di debita assistenza.

Affrontò il promontorio in discesa e raggiunse l’ambiente urbano. Strani veicoli a motore elettrico creavano un ricco traffico confusionario completamente sincronizzato. Creature robotiche con sembianze umane e di animali imitavano quella che un tempo era la vecchia vita del ventunesimo secolo, anche se adire il vero per Miller, sarebbe stato consolatorio sapere che si trattasse soltanto di un incubo auspicabilmente mentre si trovava ancora sotto ghiaccio. Purtroppo per lui non fu così.

Grandi schermi tappezzavano le facciate dei grattacieli invasi da velivoli a due e quattro posti che scorrazzavano sopra la sua testa confusa, all’orizzonte, gigantesche ciminiere installate a fianco di enormi centrali, espellevano quantità industriali di fumo nero che contribuivano a donare quella tonalità nefasta di grigio sopra la sua testa che si riversavano prepotentemente sulle pareti dei palazzi e dovunque riuscisse a posarsi come cenere di un vulcano durante un’eruzione.

Andò in giro respirando aria tossica in cerca di aiuto, di un volto umano, uno qualunque: una donna, un bambino, un barbone che fosse in grado di spiegargli dove si trovasse  e quando, ma niente, solo oggetti animati e androidi che vagavano indaffarati.

Si fiondò in un bar del centro, un piccolo monitor recava la data undici ottobre tremilaventinove. Doveva trattarsi proprio di un incubo, di uno scherzo fatto dai suoi amici più cari, quelli che era solito prendere in giro perché meno fortunati di lui, peccato che proprio la fortuna fosse diventata una merce più unica che rara. Aveva fame e sete, il fisico che lo reggeva ancora in piedi era assai provato da secoli e secoli di inerzia, sebbene quell’aria che sapeva di uova marce avrebbe tolto l’appetito perfino a un cane randagio. Fu grande il suo stupore notando che nel locale si serviva solo lubrificante, schede di silicio e microprocessori; sulle pareti erano messi a disposizione decine di cavi per la connessione dati e la ricarica di batterie. Nessun droide lo degnava di uno sguardo, non un saluto, un qualsiasi accenno della sua presenza, sembrava fosse un fantasma che non aveva nessuno da spaventare a parte se stesso. Provò a scaraventare a terra qualche tavolo con il solo risultato di ottenere l’attenzione di un cameriere robotizzato. Lo strattonò, gli gridò in faccia la sua condizione ma tutto quello che ottenne fu di capire che la razza umana era passata a uno stadio evolutivo superiore, quello della coscienza impiantata nel corpo di una macchina artificiale che offriva il dono di un’esistenza quasi eterna. Nessuno era più costretto a lavorare o provare fatiche, nessuno provava più fame o sofferenze, tutti erano interconnessi a una rete digitale condivisa interfacciati con un sapere globale fruibile in tempo reale, assorti in un’utopistica condizione globalizzata e universale uguale per tutti. Per Brandon Miller significava un tipo di razzismo versione 3.0, a nessuno importava di lui, dei suoi bisogni umani impellenti, del suo stato di salute o del grado sociale a cui apparteneva un tempo. I soldi non contavano più niente, nessuno coltivava più i terreni per sfamarsi, a nessuno premeva più di proteggere l’ambiente, l’ossigeno, al contrario, contribuiva solo a deteriorare prima i corpi di metallo in cui i nuovi esseri senzienti popolavano la Terra. Non c’era posto per Brandon Miller nel tremilaventinove, se c’era qualcosa di superfluo e surclassato era proprio lui e non esistevano più entità a cui egli si potesse rivolgere, degli amici e dei parenti non rimanevano nemmeno i loculi, nel perimetro che un tempo ospitava il cimitero, ora sorgeva un mega centro di assistenza diretto da un’intelligenza artificiale servito da macchine.

All’improvviso, un allarme sonoro partì assordante attraverso delle membrane installate per le strade tenendogli i timpani in ostaggio per diversi interminabili secondi, una pioggia minacciava di piombare al suolo corrodendo il popolo metallico della megalopoli. Tutti si misero a riparo mentre Miller aspettò di essere finalmente bagnato dall’acqua che lo avrebbe dissetato, una speranza vanificata da una pericolosissima pioggia acida che rese i suoi stracci fumanti non appena le prime gocce cominciarono a cadere al suolo. Si tolse di mezzo anche lui e si rifugiò un’altra volta all’interno del bar, dove grandi e piccoli robot umanoidi gli offrivano risate di scherno simulate misti a sguardi vaneggianti privi di vita allo stato semplice. Solo, in mezzo a un fiume di latta, circuiti stampati e microchip, si sedette a terra e si lasciò prendere da una risata isterica mista a un pianto quasi infantile.

“Forse è un sogno o forse è solo in questa città che tutti sono diventati dei burattini di latta, da qualche parte deve esserci un residuo di umanità, deve esserci!” – gridò con le poche forze rimaste.

Purtroppo si sbagliava enormemente. Brandon Miller, eccentrico egoista, aveva riposto nel prossimo le speranze di poter battere la morte che invece lo aspettò inesorabile, per ironia della sorte, ripagato con la stessa moneta come conseguenza di un karma crudele e beffardo, ormai non vedeva via di uscita se non quella promessa dall’ultimo amico rimastogli, il suo cancro.

 

Potete trovare questo e altri favolosi racconti all’interno della raccolta “Gocce di parole” pubblicata qui

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Stanza 19

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